POETICHE

aprile 27, 2009

Poetiche e questioni del teatro del ‘900. Che cosa ci rimane?

Eugenio Barba e l’Odin


S.Maria del Colle 2

aprile 9, 2009

Il 3, 4, 5 aprile a S.Maria del Colle (nei pressi di jesi) si è tenuto il secondo appuntamento su teatreducazione e magistero. Ecco le prime restituzioni:


POETICHE

marzo 26, 2009

Poetiche e questioni del teatro del ‘900. Che cosa ci rimane?

Tadeusz Kantor, LA CLASSE MORTA


EDUCAZIONE ALLA TEATRALITA’

marzo 14, 2009

Ecco una definizione di “educazione alla teatralità” riportata da Wikipedia . La riporto perché il confronto potrebbe essere interessante. 

L’educazione alla teatralità si pone l’obiettivo di educare tramite il teatro. Il teatro e l’educazione sono due realtà che possiedono finalità comuni: da un lato la pedagogia pone al centro dell’azione educativa la persona con tutte le sue potenzialità da sviluppare; dall’altro il teatro persegue lo stesso obiettivo attraverso attività che stimolano lo sviluppo della creatività e la comunicazione. Il teatro è un efficace mezzo di educazione per il fatto che coinvolge l’individuo intero, con la sua corporeità e fisicità, con i suoi sentimenti e il suo pensiero, ma anche con la sua profonda umanità, con la sua coscienza dei valori, con la sua più immediata e spontanea socialità. L’educazione alla teatralità non vuole trasmettere un sapere, ma portare il soggetto a formarsi attraverso l’esperienza personale e la scoperta di sé, delle proprie possibilità e dei propri limiti, al fine di esprimersi e comunicare. È necessaria, quindi, una consapevolezza globale del proprio corpo: a livello motorio, dei propri mezzi di movimento; a livello affettivo, delle modalità di espressione dei sentimenti.


REGALO – SACRIFICIO – DONO

marzo 8, 2009

Ci siamo occupati a lungo, come Aite, del significato del DONO, che ha in sé la radice dare e recentemente mi è capitato di imbattermi in una distinzione tra queste tre definizioni. Regalo sembra appartenere ad una concezione utilitaristica della vita umana, per intenderci, alla nostra civiltà occidentale odierna, basata sul capitalismo e sulla monetizzazione nei rapporti umani. Insomma per esemplificare, parliamo di qualcosa che assomiglia agli sterili regali natalizi, (non tutti i regali natalizi, ovviamente). Basta anche pensare alla radice etimologica (re= regale e il prov. Galà= qualcosa che si fa in pompa magna). Sacrificio, richiama un qualcosa che si deve fare perché imposto da una morale esterna o interna. Il genitore che dice: io mi sacrifico per te. Qualcosa che faccio perché imposto da un diktatum, un super Io, una legge. Nella logica del sacrificio c’è il dono, ma nel momento in cui la cosa è donata è già distrutta, perché implica una perdita da parte di chi dà. È un dare senza libertà. Anche qui, se vogliamo possiamo andare a rintracciare il significato della parola, che comunque significa render sacro ed ha assunto il carattere di sacrificio agli dèi nella concezione politeista, sacrificio di Gesù Cristo per la redenzione nella concezione cristiana. Comunque ha in sé il senso della perdita e della privazione da parte di chi dona. E veniamo al dono. Dono, dunque è la scelta dell’Aite, tra tutto ciò. In che cosa il dono sarebbe diverso? Il dono non implica una perdita per chi lo fa, né è valore di scambio o valore d’uso come nella concezione utilitaristica. Il dono è prima di tutto libertà e scelta. In secondo luogo ha un altro valore, che è il valore della relazione. Il dono, se è dono e non regalo o sacrificio, ha il potere di intessere una relazione, che sarebbe quel terzo soggetto che viene a nascere tra il donatore e colui che riceve il dono. Ed ecco la necessità della restituzione, come presa d’atto e rivelazione di ciò che si è creato. Mi fa anche pensare all’essenza stessa della vita umana, che nasce senza privazione o sacrificio. Donare la vita, dare la vita. Allora, seguendo questo ragionamento, il dono ha la caratteristica di essere necessariamente un ATTO CREATIVO, in quanto crea qualcosa che prima non c’era o modifica qualcosa che già c’era. Sappiamo bene che non esiste solo il dono teatrale, che anche qualcosa che compriamo in un negozio o che costruiamo con le nostre mani può avere la valenza di dono. Nel suo fare teatrale ed educazionale, l’Aite, anzi Teatreducazione, sceglie la modalità del dono. Così come potrebbe scegliere questa modalità un insegnate, un operatore sociale, un medico, ma anche un impiegato, un operaio, un dirigente. Scegliere il dono, come elemento centrale del proprio agire, significa aderire ad una concezione del mondo, significa operare una scelta ben precisa rispetto al proprio stare al mondo. Scelta che ha radici storiche profonde che dobbiamo andare a recuperare, per rispetto verso chi si è fatto portatore di questa concezione del mondo prima di noi, pagando spesso prezzi alti. Quello che voglio dire è, l’ho già detto altre volte, che dobbiamo recuperare le origini di questa visione dell’esistenza, che ha i suoi riscontri in tutti gli altri aspetti dell’agire umano, dall’economia alla politica. Dobbiamo recuperare tutto ciò studiando con umiltà, per poter continuare a tessere questo filo sottile, che arriva da lontano e che ha un respiro molto debole, perché sia il regalo che il sacrificio fanno molto più rumore. Entrambi infatti ricevono sicuramente più applausi del dono.

Patrizia Coduti


A TUTTI I LETTORI

marzo 4, 2009

Si ricorda  che il 3, 4, 5 aprile a S.Maria del Colle (nei pressi di jesi) si terrà il secondo appuntamento su teatreducazione e magistero. Siccome stanno già pervenendo adesioni, chi fosse interessato è pregato di darne conferma scrivendo alla e-mail dell’aite. Ovvero aitejesi@alice.it.

Grazie.


SCRIVO PER CAPIRE

marzo 1, 2009

sguardoScrivo per capire. E quando ho scritto, il mondo è ancora irraggiungibile, forse ancora più di prima. E dunque occorre, è necessario ricominciare. Scrivere, cioè capire, è un modo di afferrare il mondo, di contenerlo e misurarlo, ma anche di esserne preso, contenuto e misurato. E’ l’unico modo per ricevere, accogliere e dunque soffrire: il desiderio di raggiungere, di colmare la distanza tra sé e il mondo, tra sé e l’altro, sta sempre insieme con l’ineliminabile dolore della distanza, dell’essere percosso sempre da questa distanza. Ma questo dramma, che è della scrittura, è innanzitutto della vita: è dialogo ininterrotto, sempre rinnovato tra un io e un tu, tra un io e le cose. Eppure soltanto così, soltanto raccontando sulla pagina, affiorano barlumi, lampi di verità che ritornano nel buio proprio mentre sfolgorano e illuminano ciò che sta loro intorno. (…) Comunicare è questo “mettere insieme i doni” che si sono ricevuti.

Corrado Bagnoli


SU PERDONO

febbraio 19, 2009

Gian Ruggero Manzoni
SUL PERDONO
Tratto da ALI n. 1 rivista d’arte, letteratura e idee…, edizioni del bradipo

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“Nella parola ‘perdono’ la particella intensiva ‘per’ attribuisce al dono il valore di un’offerta totale, incondizionata. Il perdono riflette la sua gratuità: esso rifugge da qualsiasi contabilità, materiale o spirituale”, così comincia Marco Bouchard nel suo saggio che, assieme a quello di Fulvio Ferrario, costituisce un libro dal titolo Sul perdono (edizioni Bruno Mondadori), e il cui sottotitolo (storia della clemenza umana e frammenti teologici) ne indica i contenuti e il metodo; da ciò la constatazione che il perdono, nella storia dell’umanità, si pone, sempre, come uno “scusare” l’ignoranza delle conseguenze di un atto del quale l’uomo non ne coglie per intero l’intensità e, soprattutto, il motivo di sviluppo. Il perdono, quindi, è il rendersi conto dell’offesa quale componente non del tutto comprensibile sia in formazione sia in esecuzione sia in risultato. A seguito di questa breve premessa penso abbiate inteso che il perdono, per me, presuppone, più che la capacità di formulare un giudizio, una conoscenza, una consapevolezza, cioè il rendersi conto di uno stato che ci risolvere, infine, tutti uguali nel “non sapere. Infatti reputo la verità come un fattore esclusivamente relazionale. Il che significa che il dolore che l’Io arreca a un Tu (o viceversa) non è mai male messo in atto solo dopo due mani, ma è opera a quattro mani, anche se la distribuzione delle “colpe” che arrecano dolore non è mai manicheisticamente spaccata a metà, ma si misura in percentuale. Più semplicemente, le azioni che determinano un dolore vedono, sempre, un chi fa il male è un chi fa fare del male. In amore, e quindi in poesia, non esistono, perciò, una vittima e un carnefice, ma soggetti che partecipano (assieme) al dolore. A seguito di quelle che ho detto, la questione del perdono è componente intellettualmente difficile, proprio perché non c’è distinzione netta tra chi porta il dolore, l’offesa, e chi l’offesa la subisce.


Teatreducazione e pensiero

febbraio 15, 2009

Simone Weil, L’attenzione è la forma più pura della generosità

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L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono. Fin dalla mia infanzia non desidero altro che averne ricevuto, prima di morire, la piena rivelazione… … è in fondo il soggetto della storia del Graal.
Solamente un essere predestinato ha la facoltà di domandare ad un altro: “Qual è il tuo tormento?”.
E non gli è data nascendo.
Deve passare per anni di notte oscura in cui vaga nella sventura, nella lontananza di tutto quello che ama e con la consapevolezza della propria maledizione.
Ma alla fine riceve la facoltà di rivolgere una simile domanda, nel medesimo istante ottiene la pietra viva e guarisce la sofferenza altrui.
È questo, ai miei occhi, l’unico fondamento legittimo di ogni morale; le cattive azioni sono quelle che velano la realtà delle cose e degli esseri oppure quelle che assolutamente non commetteremmo mai se sapessimo veramente che le cose e gli esseri esistono.
Reciprocamente, la piena cognizione che le cose e gli esseri sono reali implica la perfezione.
Ma anche infinitamente lontani dalla perfezione possiamo, purché si sia orientati verso di essa, avere il presentimento di questa cognizione; ed è cosa rarissima.
Non v’è altra autentica grandezza. Parlo di tutto questo non propriamente come un cieco, ma come un quasi cieco potrebbe parlare della luce… È un regno in cui opera il semplice desiderio, purché autentico, non la volontà; in cui il semplice orientamento fa avanzare, a patto che si resti sempre rivolti verso lo stesso punto.
Tre volte felice colui che è stato posto una volta nella direzione giusta.

(Simone Weil-Joe Bousquet, Corrispondenza, SE 1994)


Teatreducazione e SCRITTURA

febbraio 9, 2009

LETTERA A UN GIOVANE POETA

 

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Parigi, 17 febbraio 1903

 

Caro Signore,

La vostra lettera mi è giunta da poco. Tengo a ringraziarvi della vostra preziosa e larga fiducia. Posso fare poco di più. Non entrerò nella maniera dei vostri versi, essendomi estranea ogni preoccupazione critica. Del resto, per afferrare un’opera d’arte, non c’è niente di peggio delle parole della critica. Esse conducono solo a malintesi più o meno felici. Le cose non sono tutte da prendere o da dire, come si vorrebbe far credere. Quasi tutto quello che avviene è inesprimibile e si compie in una regione invulnerata della parola. Più inesprimibili di tutto sono le opere d’arte, questi esseri segreti la cui vita non ha fine e che costeggiano la nostra che passa.

  Detto questo, posso aggiungere soltanto che i vostri versi non attestano una maniera vostra. Contengono, non di meno, i germi di una personalità, ma timidi e tuttora coperti. (…) Mi domandate se i vostri versi sono buoni. Lo domandate a me. Lo avete già domandato ad altri, li mandate alle riviste, li confrontate con altri poemi e vi allarmate quando certe redazioni scartano i vostri tentativi poetici. D’ora innanzi (poiché mi avete permesso di consigliarvi), vi prego di rinunziare a tutto ciò Il vostro sguardo è volto verso l’esterno. E’ questo, innanzitutto, che non dovete più fare. Nessuno può portarvi consiglio o aiuto, nessuno. Entrate in vi stesso, cercate il bisogno che vi fa scrivere: esaminate se trae le sue radici dal profondo del vostro cuore. Confessate a voi stesso: morireste se vi fosse vietato di scrivere? Questo, anzitutto, chiedetevi nell’ora più silenziosa della notte:”Sono veramente costretto a scrivere?”. Scavate dentro di voi in cerca della più profonda risposta. Se questa risposta sarà affermativa, se voi potrete far fronte ad una così grave domanda con un forte e semplice: “Io devo”, allora costruite la vostra vita secondo  questa necessità. La vostra vita, fino nella sua ora più indifferente, più vuota, deve diventare segno e testimone d’un tale impulso. Allora avvicinatevi alla natura. Provate a dire, se voi foste il primo uomo, quello che voi vedete, quello che voi vivete, amate, perdete. Non scrivete poemi d’amore. Evitate all’inizio questi temi troppo comuni: sono i più difficili. (…)Dite le vostre tristezze, i pensieri spontanei, la vostra fede in una bellezza. Dite tutto ciò con sincerità intima, tranquilla e umile. Utilizzate, per esprimervi, le cose che vi circondano, le immagini dei vostri sogni, gli oggetti dei vostri ricordi. Se la vostra giornata vi sembra povera, non accusatela. Accusate voi stesso di non essere abbastanza poeta per chiamare a voi le sue ricchezze. Per il creatore niente è povero, non esistono dei luoghi poveri, indifferenti. Persino se voi foste dentro una prigione le cui mura soffocassero tutti i rumori del mondo, non vi resterebbe sempre la vostra infanzia, questa preziosa, questa regale ricchezza, questo tesoro di ricordi? Volgete ad essa lo spirito. Tentate di rimettere a galla di questo vostro passato le impressioni sommerse. La vostra personalità si irrobustirà, la vostra solitudine si popolerà e diventerà per voi una dimora per le ore incerte della giornata, chiusa ai rumori dell’esterno. E se da questo ritorno in voi stesso, da questo tuffo nel vostro proprio mondo nasceranno dei versi, allora non penserete lontanamente a chiedere se questi versi sono buoni. (…)Un’opera d’arte è buona quando è nata dalla necessità. E’ la natura della sua origine che la giudica. Perciò, caro signore, non posso darvi altro consiglio che questo:entrate in voi stesso, esplorate le profondità nelle quali la vostra vita ha la sua fonte. E’ la che troverete la risposta alla domanda: “devo creare?”. Cogliete il suono di questa risposta senza forzarne il senso. Forse risulterà che l’Arte vi chiama. Allora prendete questo destino, portatelo col suo peso e la sua grandezza, senza mai esigere una ricompensa che possa venir dal di fuori, perché il creatore deve essere per se stesso tutto un universo, tutto deve trovare in se stesso e in quella parte della natura alla quale si è unito. 

Rainer Maria Rilke