EX NOVO

Si è appena concluso EX NOVO, festival di teatreducazione organizzato dall’AITE al quartiere Savoia Marchetti di Jesi dal 12 al 19 luglio 2008.

con la collaborazione di

CIRCOSCRIZIONE JESI EST

ASSESSORATO ALLA CULTURA DEL COMUNE DI JESI

CON IL PATROCINIO ASSESSORATO POLITICHE SOCIALI PROVINCIA DI ANCONA

A,VI.S. JESI.

Queste le finalità e le attività:

LA VOGLIA DI FARE QUARTIERE TUTTI INSIEME

LABORATORI DI TEATREDUCAZIONE PER BAMBINI, RAGAZZI E ANCHE PER COLORO CHE NON SONO PIU’ BAMBINI E RAGAZZI

MUSICA DAL VIVO IMPROVVISATA DA GIOVANI E MENO GIOVANI

GUARDARE UNO SPETTACOLO E CHIEDERSI PERCHE’ CI E’ PIACIUTO O PERCHE’ NO.

Questa è una finestra estiva aperta per chi volesse lasciare un saluto, una riflessione a caldo, una traccia del proprio passaggio a EX NOVO

 

http://www.vallesina.tv/index.php?option=com_seyret&task=videodirectlink&Itemid=51&id=841

http://www.vallesina.tv/index.php?option=com_seyret&task=videodirectlink&Itemid=26&id=840

http://www.comune.jesi.an.it/opencms/export/jesiit/sito-JesiItaliano/Contenuti/Eventi/2008/visualizza_asset.html_1590868731.html

201 Risposte a “EX NOVO”

  1. Leo Dice:

    provo se funziona.
    leo

  2. Patrizia Coduti Dice:

    ecco la testimonianza di una spettatrice di ex novo

    Se ciò che si fa è piacevole
    le lancette del grande orologio
    scorrono più velocemente.

    I giorni sono sfuggiti
    come un palloncino dalle mani di un bambino.
    La settimana volge al termine
    ci siamo divertiti,
    ci avete fatto sorridere, pensare, essere più consapevoli.

    La musica è stata il filo conduttore della festa.
    Come il pifferaio magico
    i musici ci accompagnavano col PAPPAPPA-PARAPA-PARARAPPA
    verso i vari momenti della rappresentazione,
    e siccome il teatro altro non è che la vita …
    in un senso più ampio… verso le tappe della stessa.

    Tutto il quartiere nel bene o nel male
    ha parlato delle serate, dei laboratori e della musica.
    Ognunoscendeva al parco
    per vedervi, o solo per incontrarsi e chiacchierare.

    Tanta gente che ascoltava i racconti di Lorenzo, di Valentina,
    l’officina delle favole
    e seguiva con interesse anche le storie più impegnative.

    Come lo ying e lo yang si compensano
    il bene ed il male se stanno vicini si amalgamano
    fino ad uniformarsi in modo che l’uno non possa più nuocere all’altro.

    E’ sempre stato così e sempre lo sarà …

    Per questo e per altro ancora
    aspetteremo con ansia il vostro ritorno.

    Un abbraccio affettuoso ed un grande arrivederci
    ai saltimbanchi, equilibristi e prestigiatori della parola e del corpo.

    Grazie!

    Mi piacerebbe se possibile che una copia l’avessero anche i giovani attori. Un grazie particolare al Prof. Sbarbati (è bellissimo vedere prendere vita dei personaggi inventati, sembra quasi si tratti della venuta al mondo di un bambino; prima è solo nei tuoi pensieri, poi alla nascita dopo un parto doloroso è lì davanti a te e tutti i tuoi timori svaniscono), ed ai due attori che l’hanno interpretata.
    Barbara

  3. Capodanno Dice:

    EX NOVO come Capodanno?
    Cambia il nome, cambia il posto, si fanno nuovi propositi… ma la sostanza è la stessa.
    Un po’ come a Capodanno, o come molti programmi politici.

  4. Patrizia Coduti Dice:

    Capodanno è il 1 gennaio.
    Ex novo voleva dirsi “da capo, da nuovo” relativamente al piccolo quartiere Savoia Marchetti. Non certo come” il Capodanno” che è in tutto il mondo.
    I propositi nuovi non ce n’erano, visto che non risulta esserci in giro un festival di teatreducazione.
    La sostanza è la stessa, infatti è una sostanza che vuole essere di teatreducazione, visto che il progetto è della associazione italiana teatreducazione.
    Il posto forse richiama altri posti che il gentile o la gentile scrittrice già conoscono? Bene.
    Noi ne conosciamo solo uno: Villarosa di Monteschiavo dove è stato fatto un Capodanno in teatreducazione: ma nessuno lo chiamava festival, nessuno aveva in progetto l’integrazione tra diverse culture, nessuno organizzava laboratori con i bambini.
    Se poi si vuol vedere assonanze con molti programmi politici sarebbe bene indicarne almeno uno, per avere chiara l’idea a cui si riferisce il gentile o la gentile scrittrice che sceglie, bontà sua, di rimanere dietro un nome che non è una identità personale ma una data del calendario occidentale.
    Fa piacere, comunque, leggere opinioni. Questo sì è teatreducazione o a Capodanno o ex novo. Il piacere di leggere opioni, intendo, è teatreducazione.
    Firmato: Silvano Sbarbati

  5. Federico Dice:

    Ex novo come ricominciare da capo per il quartiere di Jesi sarà anche vero. Ma richiama un po’ anche le origini, seppur non remote, dell’A.I.TE.. Non le si possono rinnegare: un festival di teatreducazione non sarà presente in questo istante, ma c’è stato. Dunque tale pacchetto è stato riproposto adattandolo alla nuova realtà.
    Ex novo. “De novo” come mi è stato suggerito da Ostia. Più che ricominciare da zero in senso stretto, assomiglia ad un riprovarci.
    Ecco perché nasce spontanea la domanda: ma di nuovo cosa c’è, oltre al luogo e al nome?
    Senza pretese di internazionalità del Capodanno (che era e resta solo un esempio di qualcosa che ricomincia, anche se solo sul Calendario Gregoriano).
    Senza pretese di politica, di cui nessuno vorrebbe parlarne in dettaglio qui.

    FdF

  6. Siilvano Sbarbati Dice:

    Caro Federico
    grazie per il tuo intervento di appalesamento.
    fa piacere che il primo intervento sul blog di ex novo sia il tuo e che attraverso le cose che dici ci metti di fronte al tuo “sguardo esterno”.
    è interessante infatti per noi dell’aite un punto di vista che parla di noi dall’esterno.
    è interessante infatti un punto di vista che si ricollega a Invento, a teatreducazione e ci ricorda, a noi dell’aite, che l’aite è nata a Invento.
    tutto questo per dire come in fondo anche tu appartenga a teatreducazione, forse più di quanto tu stesso voglia ammettere a te stesso.
    e infatti, perchè non hai voluto essere a ex novo?
    grazie per la tua risposta, che come sempre immagino onesta e di qualità.
    una risposta che è un contributo alla riflessione.
    firmato Silvano Sbarbati

  7. lorenzo bastianelli Dice:

    Ecco perché nasce spontanea la domanda: ma di nuovo cosa c’è, oltre al luogo e al nome?

    rispondo brevemente…nn credo fosse un riprovarci, non credo fosse un pacchetto che si adattava, non credo molte cose…ma credo che avendolo vissuto “exnovo”/DENOVO/ posso dire che era diverso, anzi…e’ stata proprio un altra cosa…come diverse sono le cose della vita…e per fortuna…INVENTO e’ stato una cosa. EXNOVO e’ stato un altra cosa! vivendolo magari chiunque si accorgeva che di nuovo non c’era solo il luogo e il nome….ma come posso spiegarlo a chi non c’era? la domanda nasce spontanea…come posso far capire la diversita’ a chi battezza una cosa nuova con un DENOVO? la domanda nasce spontanea..o come posso spiegare a chi per la prima volta ha vissuto questa esperienza la diversita’ con INVENTO? la domanda nasce spontanea…come posso spiegare ai ragazzini dei laboratori che venivano nonostante tutto, nonostante le diversita’, nonostante la rabbia, cosa era INVENTO o che il loro festival era una copia o un format?….la domanda nasce spontanea….ma difendo i loro sogni e i loro sorrisi….e non mi va di sentire da chi non ha vissuto questa nuova esperienza critiche o giochini di parole…prima bisognerebbe chiedere con il tono dello scoprire in maniera curiosa e capire davvero cosa e’ stato EX NOVO….
    scusate la paginetta scritta ma era un difendere gli occhi dei bambini e degli adulti che in pochi giorni ci hanno accompagnato in maniera semplice, senza troppe pretese!
    difendere le persone che hannoo faticato con noi…roberto, gelsina, maria, peppe, le bimbe, maurizio e gli altri….

    saluti e baci dalla fatica sempre nuova!!!

  8. lorenzo bastianelli Dice:

    volevo sapere chi e’ capodanno…manifestati, cosi per capire con chi si parla..
    a presto

  9. Federico Dice:

    @ Lorenzo
    Ma cosa c’è di male? Un pacchetto, o “format” come meglio tu definisci in questa era moderna, è un insieme di cose amalgamate per formare un progetto.
    EX NOVO ha “una struttura simile a INVENTO” come Sebastiano stesso mi disse invitandomi a partecipare. E questo è chiaro anche guardando il programma e leggendo il commento di Barbara.
    La matrice d’origine sembra proprio essere comune tra i due festival. Ma cosa c’è di negativo?
    Constatato ciò, il nome EX NOVO ci ha sorpresi. Noi che non siamo stati presenti alla manifestazione siamo rimasti stupiti da questo nome, vista la somiglianza. Da qui il “DE NOVO”.
    E come vedi, ho manifestato la mia curiosità così, nel modo in cui so farlo io. E qualche informazione è trapelata.
    Ora nessuno ti chiede di fare sforzi sovraumani nel tentativo di salvare la Patria o di andare sulla Luna. Lei è sempre lì che ci illumina dall’alto.

    @ Silvano
    Non avevo voglia né il coraggio di venire. Come sempre da solo non combino niente.

  10. lorenzo bastianelli Dice:

    nn si vuole salvare la patria…nn ne sarei capace…era solo un difendere il lavoro!

  11. Federico Dice:

    Comunque posso capire la tua reazione.
    Forse ti ha dato fastidio il nostro asserire “riprovare”.
    Ri-provare, provare di nuovo.
    Provare non solo come “fare un tentativo”, ma anche come “dimostrare”.

    E qui si aprono le danze…

  12. Siilvano Sbarbati Dice:

    @ Federico (imparo presto…)
    Ex novo è il titolo di un festival che è nato dalla richiesta di un cittadino di Jesi, residente nel quartiere Savoia Marchetti.
    Ex novo perchè…questo quartiere è un luogo costruito ex novo in un sito che ospitava una fabbrica di aereoplani, la Savoia Marchetti. Per questo Ex novo, non certo perchè si pensava di fare “da capo” Invento, che non si potrà rifare se non a Montefalcone di Val Fortore. E comunque, ogni volta è diverso…

    @ Lorenzo
    La tua risposta a caldo, rispetto a Federico, ci sta tutta. E’ la risposta di chi è stato “attore”. Attenzione però, perchè Federico è comunque “spettatore”, anche se non è stato presente. Lo è perchè si interessa. Lo è perchè chiede di capire…etc etc etc.

    @ Federico
    Da soli si sta da soli. Anche la famosa indicazione socratica di “conosci te stesso” indica che qualcuno deve conoscere qualcuno, noi-noi stessi vuol dire che pensando se stesso ogni persona è “due”.
    Quindi è saggia la tua riflessione sul non avere voglia nè coraggio. Volontà e paura. Due elementi costitutivi della persona. Mancherebbe una terza componente: il pensiero, che mi pare accenni ad esistere proprio su questo blog. Che è per noi di teatreducazione il famoso (?) teatreducazione.
    Aprire la danze, insomma, sul terzo palcoscenico: e guarda caso è un invito che viene da chi non ci è stato a Ex Novo. Ma questo, diventa, come vedi, un elemento secondario rispetto alla sostanza dell’esserci negli eventi o nel pensiero che riflette.
    Federico è in questo momento nell’esserci con quello che vuole mettere, direi anche con quello che vuole “donare”.
    La idea del ri-provare che significa ri-dimostrare mi pare interessante e stimolante…
    Firmato: Silvano Sbarbati

  13. Roberto Freddi Dice:

    Non mi sono mai chiesto più di tanto cosa fosse stato per voi Invento,
    ero concentrato e attento nel vedersi formare EXNOVO.

    Dopo il primo giorno di lavoro credo essere normale confrontare i due eventi,
    paragonare situazioni, momenti e persone.
    Questo si avvertiva, però ho visto subito TUTTI calarsi nel EXNOVO.
    Io più di tutti quanti gli altri abitanti del quartiere ho visto e provato
    quello che avete fatto in questi giorni, mi sono incollato a voi e,
    lasciatemelo dire, faticato con voi.
    Non mi interessa affatto se gli eventi sono stati uguali
    e non mi interessa questo velo di polemica che qualcuno vuole alimentare.
    Mi possono si interessare le opinioni, ma ciò che mi interessa veramente
    è quello che ha suscitato in me e in quelli che hanno partecipato.

    Grazie.

    Nel mio lavoro,il benzinaio, Grazie è una parola di “servizio” che esce in automatico,
    come lo potrebbe essere magari al ristorante con il cameriere che ci serve.
    No, questa volta è un GRAZIE dal profondo.

    Grazie per il vostro voler esserci stati.
    Grazie per i sorrisi,gli sguardi e quella complicità di quartiere che in alcuni avete scatenato.
    Grazie per il lavoro e gli sforzi fatti.
    Grazie per la folata di aria buona che avete portato.
    Grazie per aver tolto in noi quel panno di miopia che non ci permetteva di guardare più la del nostro naso.
    Grazie per avermi fatto conoscere persone che la vedono come me.
    Grazie per avermi dato la spinta di evolvermi e la voglia di non mollare.

  14. Patrizia Coduti Dice:

    un saluto e un benevenuto a Federico, che, pur non avendo partecipato a ex novo, ha “aperto le danze” su questo blog!

    personalmente, credo che il gruppo di Monza sia mancato a ex novo.
    abbiamo da un lato la fatica ed il lavoro di esserci, come testimonia Lorenzo, dall’altro la fatica ed il lavoro determinati dal non essere stati presenti all’evento, di cui ci fa dono Federico.
    sono sicura, che anche la decisione di non partecipare è stata faticosa e laboriosa.
    ogni scelta può avere valore dal punto di vista di teatreducazione, purchè questa diventi patrimonio di tutti e occasione di riflessione per tutti nel terzo palcoscenico, quello della cura o del prendersi cura.

  15. Silvano Sbarbati Dice:

    Bene,l’intervento di Roberto è sicuramente un atto di teatreducazione.
    Leggete e vi accorgerete che ci sono tutte le “componenti”.
    Vuol dire che restituzione è parola piena di significato.
    Restituzione è quella di Federico che ci vuole essere anche a distanza.
    Restituzione è questa di Roberto, che vuole esserci…i ex novo, dal principio come è stato per lui il festival.
    Mi sembra molto.
    Mi sembra molto importante.

    P.S. Un augurio a Salvatore che è stato poco bene ma che ci pensa.
    Un invito anche a lui perchè ci doni la sua restituzione, come quella di Antonio, Ina, Rossella che so essere tornate a casa con l’autombile carica di emozioni.
    A presto.
    Firmato: Silvano Sbarbati

  16. Federico Dice:

    Silvano impara presto a decodificare e interpretare i linguaggi e i messaggi della gente. E’ una sorta di ingegnere dell’informazione umanistico.

    Per quanto riguarda le assenze di Teatro Naturale, come si dice a Milano, “ghe n’è minga”! L’annuncio di questo festival è arrivato in ritardo (fine maggio – inizio giugno) con un messaggio di poche informazioni. Ormai ognuno si era programmato la propria vacanza.

    Ma come mi fa notare Ostia, per noi è stata una scelta, per loro no. Come mai questa differenza?

    Al sig. Roberto voglio dire che nessuno vuole rubare il vostro EX NOVO, che sicuramente ognuno avrà vissuto con le proprie emozioni e consapevolezze. E non esiste nessuna polemica in atto per discriminare l’evento in sè.
    Il paragone inVento – Ex Novo nasce spontaneo per chi, come me, ha partecipato al festival campano ma non al marchigiano e vuole saperne di più su quest’ultimo.
    C’è chi lo fa per rivivere semplicemente delle emozioni, chi si interessa dell’evoluzione di teatreducazione… oppure chi per principio o sofferenza non ne vuole più sapere. Questo il sig. Roberto, spettattore di EX NOVO, lo può capire.
    A Silvano, uomo di (e da) analisi (;)) non glielo chiedo neanche.

  17. paola Dice:

    Perché, Federico, non hai avuto voglia? Perché non hai avuto coraggio? Questo è il punto. Ma soprattutto, pesa di più il coraggio o la volontà? Sono la stessa cosa?
    Il principio e la sofferenza.
    La volontà e il coraggio.

    Chi era a ex novo sta cercando di saperne di più, su ex novo. Ci sono le vacanze, c’è il tempo che deve passare. C’è la necessità del pensiero quotidiano.
    Qualcosa arriverà.
    Per adesso, a presto.
    Paola

  18. Silvano Sbarbati Dice:

    @ tutti
    Provo a indirizzare il timone verso una direzione che conduca a quel “qualcosa” di cui scrive Paola.
    Qualcosa è il significato della esperienza di ex novo, che, a quando scrive Federico – e grazie a lui… – vale anche in assenza. Cioè ex novo vale come esperienza anche per chi non c’era.
    O per scelta o per non essere stato invitato.
    Invitare o non invitare è stata una scelta: con delle motivazioni di cui potremo discutere, sempre chè chi è interessato lo chieda magari su questo blog (sei d’accordo Federico? dai le indicazioni a Ostia, come scrivi tu).
    Comunque sia partecipare ad un evento ha un significato che noi andiamo a cercare nel famoso terzo palcoscenico: questo, che costa fatica serale o notturna, fatica nell’andare a guardare le intenzioni proprie e interpretare quelle degli altri.
    Federico – dal suo punto di vista di assente – lo sta facendo con puntualità e impegno. Lo invito ad essere ancora più preciso nella qualità della sua scrittura, esplicitando anche con il rischio di essere didascalici.
    Federico è prezioso, proprio perchè il suo testo è accuminato e tagliente, arriva e ferisce (in senso costruttivo, si intende).
    Si tratta di non aver paura a ricevere “ferite” e di mettersi in gioco.
    Prima domanda per tutti:
    - perchè a invento si era più preoccupati che occupati?
    Firmato: Silvano Sbarbati

  19. silvano sbarbati Dice:

    @ prima domanda – risposta
    L’essere occupati è una condizione che nasce molto dalle consegne date dall’esterno.
    A ex novo non ce ne erano molte, e soprattutto quelle poche erano relative ad alcuni obiettivi.

    La preoccuopazione invece – che ha caratterizzato il festival – nasceva da un duplice motivo:
    - la avvenuta maturazione del senso di responsabilità di ciascuno, e in particolare di chi è più giovane
    - l’aver intrapreso il festival con una serie – individuale o collettiva – di aspettative relative alle proprie competenze, ai propri obiettivi di “fare esperienza-dare esperienza”.

    Questa preoccupazione da un lato ha creato le condizioni per una qualità dell’intervento molto alta e flessibile (penso come esempio al laboratorio-non laboratorio di Rossella con i ragazzi rimasti a guardare…)
    Dall’altro ha creato un surplus di lavoro progettuale e di pensiero sul fare che – se non ci fosse stato lo sguardo del gruppo – rischiava di vanificare parte del lavoro.

    Il clima generale della preoccupazione è servito però a far calare di tono la naturale e fisiologica dose di “eccitazione” che accompagna evento come ex novo.
    Ho trovato matura questa dose più bassa di eccitazione. Dovuta forse anche alla qualità del confronto, alla sua riterazione nelle giornate, al desiderio di andare a guardare dentro e fuori di sè, al rispetto dell’altro come soggetto pensante.

    I limiti ci sono stati, beninteso.
    Ma la dose minore di “eccitazione da festival” ha fatto da compensazione ai rischi legati alla sindrome da giovanilismo che è sempre in agguato.

    Ricordo che se gli obiettivi sono del cosiddetto movimento, le aspettative sono della persona che individualmente le vive all’interno del movimento stesso.
    Mai confondere gli obiettivi con le aspettative, perchè spesso questo porta ad elevare la dose della “eccitazione”, il che a sua volta aumenta la consistenza del “velo” che si interpone tra noi e l’evento, tra noi e gli altri. Con il rischio di ascoltare poco, guardare molto ma vedere meno…

    La preoccupazione di Ex novo nasceva, stranamente, da un brevessimo perioso di organizzazione. Poco più di un mese, ricordo a tutti noi.
    Eppure la dose di preoccupazione era alta, segno che in realtà EX novo veniva da lontano, relativamente al movimento e relativamente alle aspettative di ciascuno.

    Non si tratta qui di definire negativa la preoccupazione e posuitva la occupazione.
    Credo si tratti invece di “guardare” la preoccupazione e di “vedere” i suoi limiti, le cobntraddizzioni, le potenzialità in tutte le direzioni.

    Metto nella voce preoccupazione anche la reazione di Sbarbati-direttore nella giornata del laboratorio imperfetto. Freddata l’ira, posso dire che non ci sono stati “segni” o “ferite” per lo meno a me visibili.
    Forse, per capire meglio, è anche opportuno che i segni di cui sopra emergano in queste restituzioni…Intanto cominmcio con il dire che i segni maturi di una reazione matura alla mia reazione li ho visti e mi pare confermino come le assunzioni di responsabilità, distribuite con la imperfetta giustizia umana, comunque sia rappresentino un…movimento di crescita, di consapevole maturità nel pensare e nel fare.

    Finis per ora.
    Firmato
    Silvano Sbarbati

  20. Silvano Sbarbati Dice:

    @ Patrizia
    Tu scrivi che “una scelta individuale può avere valore per tutti se la si prende in considerazione, se la si prende in cura”.
    Mi pare una chiara indicazione di ciò che si deve/dovrebbe fare nel terzo palcoscenico.
    Prendersi cura fa diventare una scelta il patrimonio di tutti, una torta da condividere assieme.
    Questo è fare teatreducazione, questo non è quello che si fa altrove e, se si facesse, allora vuol dire che si fa teatreducazione, vuol dire che siamo nel movimento di teatreducazione.

    @ Lorenzo
    Per questo – per quanto sopra – anche il tuo lavoro deve essere preso in considerazione, anche se è difficile capirne il senso.
    Per questo anche il lavoro di ciascuno va preso in considerazione.
    Anche se qualcuno non lo esplicita, se qualcuno non lo rende visibile, sta a noi “guardare e vedere” con la massima attenzione. Prendersi cura non è una attività meno faticosa di altre. Anzi, forse è la più faticosa, perchè deve scaturire da una volontà precisa e dal coraggio di parlare agli altri, a ciascuno, sfidando i rischi della incomprensione.
    Prendersi cura o terzo palcoscenico è un lavoro forse più faticoso perchè non ci sono più i veli della teatralità o della progettualità ancora in forma di idea o aspettativa. Tutto è stato compiuto, tutto è stato reso visibile: o almeno, tutto quello che è apparso visibile. Il terzo palcoscenico nella formula ” prendersi cura” si arrischia nel territorio dell’invisibile, del non-ancora-detto-che-si-deve-dire.

    E qui casca l’asino. direbbe il proverbio.
    Arrischiarsi nel territorio dell’invisibile etc.etc. può essere fatto se lo si vuol fare: volontà di esserci nel prendersi cura.
    Che non vuol dire essere infermieri o simpatici intrattenitori del dopo spettacolo.
    Al contrario: nessuna simpatia e nessuna pillola della bellezza: semmai “diventare specchio” dell’altro per rendere visibile l’invisibile…etc etc.

    @ Sebastiano
    Questo tema dello specchio rimanda al mito di Narciso. So che tu te ne sei occupato a lungo ed in profondità: a te chiedo, proprio a te protagonista/attore/spettatore di Invento e Ex novo, a te chiedo di diventare “specchio” di alcune situazioni, entrando di diritto nel terzo palcoscenico.
    Narciso/narcisismo mi paiono parole abusate e allentate nella forza di significato. Bisogna ridar loro “peso” direbbe Paola Picardi, e prendersi cura non è (ancora…) un ridare peso alla persona? Peso in senso emozionale o intellettuale o corporale, come avviene nel teatro.

    @ Tutti
    Certo è caldo. Certo è tempo di vacanze. Certo si è stanchi.
    Ma, se aveste bisogno di…cura e queste fossero le scuse per non darla, che stima maturerebbe in voi verso gli altri’ da cui aspettate cura?

    Certo non scrivo bene. Certo non mi piace scrivere.
    Non è lo stesso che dire… certo non recito bene, certo non mi piace fare l’attore, certo non mi piace fare il regista…?

    Certo ho bisogno di tempo. Certo devo fare altro. Certo ho tanti impegni pressanti.
    Io posso dire…certo voglio risposte, voglio parole, voglio riflessione, voglio riscontri, voglio restituzione?
    Il tema è sempre la cura.
    Terzo palcoscenico.
    Firmato
    Silvano Sbarbati

  21. Silvano Sbarbati Dice:

    @ Federico
    Forse è mancato qui a Ex Novo il tuo ciabattare dopo la doccia con l’accappatoio corto e stretto sulla rotondità centrale.
    E’ mancato il tuo brontolare tecnico, la tua competenza informatica,il tuo essere capo/daccapo/incapo a molti dibattiti dentro e fuori il gruppo.
    E’ mancato il ritornello delle tue dichiarazioni poetiche a tavola.
    E l’acutezza delle tue riflessioni e la tua scrittura durante e dopo il festival.
    Trova altre “mancanze” per i tuoi amici di Monza.
    E’ facile.
    Ma adesso non facciamo finta che Teatro Naturale ha avuto un incidente di percorso, gli è slittata la frizione,e andiamolo a guardare.
    Riguarda anche Ex novo e tutti quelli che l’hanno fatto.
    Riguarda noi perchè Teatro Naturale “è” ancora in teatreducazione per quello che ha fatto a Invento.
    E’ in teatreducazione perchè tu, Federico figlio di Probus, scrivi su questo blog.

    Non facciamo finta di avere altre cose più importanti da fare.
    Le bugie hanno bisogno di tanto lavoro per accreditarsi al mondo.
    La verità esiste, basta riconoscerla “guardardo e vedendo”.

    Per cui la mia richiesta è che Federico diventi “visibile” come sa fare lui. Nella pienezza della sua riflessione intelligente e sensibile e non nei mezzi accenni letterari, che somigliano ai cenni dei giocatori di briscola, dove è ammesso appunto “accennare” e per questo tutti lo scoprono…
    A presto.
    Firmato
    Silvano Sbarbati

  22. Federico Dice:

    @ tutti
    Eccomi di nuovo qui. La vita del contadino è fisicamente pesante: ho passato tre giorni a zappare la terra.
    Una cosa simile andrebbe fatta qui: infarinare la base per poter piantare le nostre verdure. In parole povere è quello che Silvano sta cercando di fare selezionando l’esca che faccia ingolosire il più possibile.
    Tentare di descriversi l’un l’altro o di rievocare ricordi per un’elaborazione successiva sono strade (approcci) forse più abbordabili per noi comuni mortali.

    @ Paola
    Invece di andare avanti sto peggiorando. Eppure ne ho fatto di allenamento.
    Ma l’età avanza ;) e le fisime emergono come punte di iceberg.
    Lo sapevo da prima che mi sarei pentito di non esserci.
    Due anni fa ho vinto la battaglia e ci sono stato.
    Quest’anno, in condizioni migliori, non ce l’ho fatta.
    Ciò che mi ha bloccato è stato l’assenza dei miei amici di Teatro Naturale. Ho tenuto Sebastiano sulle spine fino all’ultimo, prima di dare comunicazione della mia assenza, nella speranza che almeno uno decidesse di andare.

    Pesa di più il coraggio la volontà? E’ il confronto tra razionale e irrazionale. L’istinto di sopravvivenza fa scattare il coraggio come fattore principale, oltre alla volontà di salvezza: pur di farcela si agisce in un modo che, in condizioni di equilibrio, non si penserebbe mai di fare.
    Nel caso in discussione, la volontà c’era. Ma è come se ci fosse stato un legame con il coraggio. La “paura” (ovviamente è esagerato) di essere da solo ha rapito la volontà, facendola svanire. Quindi la mancanza di coraggio si è trasformata in una “mancanza di volontà”.

    @ Silvano
    Chi avrebbe mai potuto immaginare che l’autore di un libro sulla scrittura non creativa fosse il primo ad andare in giro con una camicia macchiata di caffè in bella vista?
    Noi che ne sappiamo se quella maglietta implorasse pietà?
    Sta di fatto che chi la aveva in cura ossia l’indossatore, il fotomodello, non ha avuto ansia di sistemarla.

    Lo stesso approccio si dovrebbe avere con i teatranti che ci circondano. Teatranti siamo tutti è stato detto.
    Il processo di ingresso nel terzo palcoscenico è il meno immediato perché richiede molto più sforzo logico e razionale. Non si hanno, se non all’inizio, le spinte irrazionali. Credo sia qui la difficoltà principale nel riuscire ad entrare nella fase di restituzione.
    E una volta entrati, il posto va mantenuto. Si è sempre in bilico (come dice Lei: il rischio è sempre dietro l’angolo).
    Probabilmente per ora i teatranti non se la sentono di affrontare questa fatica: non dà emozioni, non ispira fiducia, non genera aspettative. Oppure si ha paura (ed ecco la bilancia tipo Forum tra coraggio e volontà) di quello che può accadere dopo.
    Per questo “l’ansia” di avere le restituzioni, i famosi doni contraccambiati, non frutta. Costringere (si sa nessuno punta la pistolla alla tempia di un altro) o comunque mettere pressione fa pendere verso la paura la suddetta bilancia. E la paura provoca mancanza di volontà, ossia l’assenza dal terzo palcoscenico. A volte l’idea di guardarsi allo specchio fa tremare.

    @Silvano (2)
    La differenza tra “preoccupati” e “occupati” andrebbe esaminata anche nel contesto di Teatro Naturale.
    Ora che i miei amici li vedo solo un paio di volte l’anno, credo debba spettare loro indicarci dove si identificano meglio.
    Per me personalmente, essere occupati significa essere in una fase in cui corpo e/o mente sono attivi nell’organizzazione o nella produzione. Essere occupati quindi rientrerebbe in tutti e tre i palcoscenici, principalmente nel secondo.
    Essere preoccupati significa, come parzialmente ci suggerisce il termine stesso, essere in una fase precedente all’occupazione, oppure (e questo il termine non ce lo dice) dopo. Ad esempio, si è preoccupati di come organizzare un evento o un progetto (e dopo ci si attiva, ossia ci si occupa), e successivamente si è preoccupati di come si è stati occupati (l’ansia da performance per esempio). La preoccupazione come la cura di qualcosa o di qualcuno: terzo palcoscenico.
    Quindi preoccupati-occupati-occupati assomiglia a una catena chiusa, simile a quella alimentare, in cui però gli anelli possono sovrapporsi: essere occupati non esclude l’essere preoccupati.
    Detto ciò, penso che ora siamo principalmente tutti preoccupati.
    Questo spiegherebbe quindi il perché a Ex Novo, come a InVento, si fosse (a mio avviso) più preoccupati che occupati.

    @ Silvano (3) & partecipanti attivi di Ex Novo
    Chi ne volesse sapere di più sulla storia del festival, come si può informare?
    Non esiste un “giornalino di bordo” (alla Sbarbati), un “diario” (alla Aglieco) della manifestazione?

    Ora chiudo. Non ho riletto le castronerie… sono le tre e venti di notte.

  23. Patrizia Codutii Dice:

    @ Federico

    Esiste un giornale di bordo
    che tra breve sarà sul blog

    saluti

  24. Bruno Dice:

    Buongiorno a tutti, scusate il ritardo.
    Vedo con piacere che il progetto è stato segnato da una svolta. Bene. In cuor mio solo il rammarico del non esserci potuto essere. Ci tengo a precisare che la decisione per noi di monza di non esserci è stata piuttosto semplice quanto sofferta: il periodo in cui si è svolto ExNovo è periodo di esami universitari. E’ ovvio che la priorità per chi fa un investimento nello studio consista nell’esserci nei momenti di verifica dell’apprendimento. In aggiunta a questo l’informazione riguardo al periodo in cui si sarebbe svolto ExNovo non è pervenuta a noi con chiarezza creando una certa aleatorietà attorno all’evento.
    Aldilà di queste precisazioni, continuo a leggere il blog incuriosito da questo pezzo di Teatreducazione che mi manca.

    Un abbraccio a tutti

    Bruno

  25. Federico Dice:

    Grazie Bruno, hai fatto bene a precisare.

  26. silvano sbarbati Dice:

    @ Bruno
    Beh, svolta…Il progetto è stato segnato da una svolta mi pare una affermazione di cui non comprendo adesso il senso…ma spero di riuscirci meglio.
    Intanto grazie a Bruno, per il suo pubntuale intervento.
    A cui tento di rispondere:
    - il periodo è di esami universitari. Verissimo. Ma non è stato possibile fare altrimenti, proprio perchè EX NOVO è stato realizzato a partire dal 9 giugno…dicesi 9 giugno…
    - ne segue che l’informazione è pervenuta con un difetto di chiarezza: ma solo perchè era EX NOVO a nmascere ibn mezzo ad una incertezza ed una improvvisazione che dovevamo attutire oppure il rischio concreto era di non fare nulla.
    - queste riflessioni nascondono .- sottesi – esiti di dinemiche di gruppo che devono essere guardati con molta attenzione. INVENTO ed EX NOVO sono eventi che – credo – hanno questa caratterisrica: quella di non terminare con la scadenza del programma.
    - la curiosità di Bruno è gratificante…ma a patto che sia una curiosità di costruzione e non di pura informazione su ciò che accade. Voglio dire che Bruno può dare alla riflessione un contributo con loa ricchezza della sua personale riflessione.
    Il “pezzo” di teatreducazione che manca…è una affermazione piuttosto curiosa.
    Significa che teatreducazione è un oggetto fatto da più componenti, e che ogni tantro se ne aggiungono altre…?
    O che è un puzzle da completare…?

    Le domande le giro a Bruno, perchè so che ha la competenza per dare risposte competenti…

    Grazie a tutti.
    Silvano Sbarbati

  27. silvano sbarbati Dice:

    @ Federico

    Mi piace molto il tuo fare “rimandi” di approvazione ai testi.
    E’ il tuo modo di ri-mandare la tua presenza all’internio del gruppo e quindi di tutti noi…?

    Direi che sonmiglia molto a quegli sguardi di comprensione e di complicità che accadono quando si è in una compagnia di persone e si cerca di esplorare una realtà nuova o magari problematica.

    Del resto questo se EX NOVO è “un pezzo” di teatreducazione potremmo anche dire che sia una realtà nuova da esplorare insieme, nel gruppo, nel …Movimento direbbe Salvatore Guadagnuolo da Vico Equense.

    A presto.
    Silvano Sbarbati

  28. Federico Dice:

    @ Silvano
    No. La questione è molto più semplice: ho ringraziato Bruno perché per come l’avevo spiegata io, si poteva dedurre una mancanza di interesse, da parte loro, nei confronti del festival.
    Quindi intervenendo ci ha messi automaticamente al riparo. In questo vedo complicità.

  29. antonio Dice:

    eccomi. non potevo mancare. purtroppo altro lavoro ed altre strade mi hanno impegnato e mi hanno aiutato a ragionare su ciò che è accaduto nell’accaldato “iesolitico inferiore” e scriverò di più quando avrò un attimo di respiro.intanto colgo l’occasione per salutare e ringraziare tutti quelli che hanno avuto la possibilità e la voglia esserci.
    esserci vuol dire tante cose. come spettatore. attore . operatore. polemico. ottimista. assertore .come chi dissente e critica. come colui che dona o che riceve. o tutte queste cose insieme.
    ma aldilà di nomi, classificazioni ,format, credo che sia importantissimo dare a tutte queste “volontà di esserci” la possibilità di espressione e spiegazione. punti di vista differenti creano la visione complessiva che nonostante tutto rimane pur sempre parziale.
    già un tavolo di confronto serio ed aperto è un grande risultato. è il presupposto per creare un clima dove si possa svolgere al meglio il proprio lavoro e dare le basi alla voglia di esserci di nuovo. come diceva il maestro del buon gabbiano johnatan :”la velocità perfetta non esiste. bisogna solo esserci. essere là.”
    sostituite velocità con ciò che volete.funziona.
    un bacio ed un caldo abbraccio a tutti. anche se nun me se vede ce sono.:)

  30. Silvano Sbarbati Dice:

    @Antonio – ma quale?
    La “velocità perfetta” che suggerisci rimanda al tema dell’esserci, direttamente.
    Esserci è diverso da esserci. Quella particella finale “ci” indica un luogo che appartiene a tutti, ma anche un tempo e uno spazio individuali.
    Significa forse anche “voler occupare” quello spazio in un certo modo.
    Credo che “esserci” possa anche descrivere una “occupazione” consapevole.
    Nel senso di voler essere in un certo modo tra gli altri a fare certe cose: e allo stesso tempo voler capire, voler riflettere su ciò che si sta facendo.
    Credo che la pienezza consapevole dell’esserci stia nel famoso (ormai) terzo palcoscenico.

    Anche se però il secondo palcoscenico ha bisogno di essere preso in considerazione…
    E infatti è proprio nel terzo che si riflette sul secondo…

    Una operazione che sembra facile, in discesa. E invece non lo è affatto.
    Perchè nel secondo palcoscenico ci si mette in scena, in gioco, e andare a guardare come lo si è fatto è molto di più che fare critica teatrale.
    Salire sul terzo palcoscenico non è fare i critici teatrali.

    Provo a dare esempi.

    Gli “spettacoli” o doni.

    Spettacoli donati al pubblico sono stati quelli già esistenti nella loro drammaturgia: magari poi costruiti ex novo…ma già strutturati.
    Doni teatrali sono stati quelli nati ex novo. Dall’incontro con i luoghi e con le persone, dagli stimoli, dalle scelte, dal vissuto individuale e collettivo.
    Spettacoli e doni teatrali sono esistiti anche a Invento. Senza alcun dubbio. Ugualmente.
    La diversità – una delle diversità – tra Invento ed Ex novo sta nel modo in cui sono stati costruiti.
    A Invento – credo – la dose di “teatralismo” (perdonate il neologismo…) era più alta che a Ex Novo.
    Qui al quartiere Savoia Marchetti era più attenta e matura la ricerca sul senso. Non a caso la integrazione con le nuove presenze è stata rapida, efficace, direi anch’essa matura.

    Puiò essere che abbia giocato la sua parte la maggiore esperienza. E che ci sia stata una evoluzione in consapevolezza. Può darsi. Ma comunque ha avuto un valore in “diversità”. Chiamando le cose con il loro nome, a Ex novo abbiamo avuto più consapevolezze e meno teatralismi…

    E ancora.
    I laboratori con i bambini – dopo un avvio problematico… -hanno preso una forma coerente con il progetto. Ma anche essi senza troppe “eccitazioni” o entusiasmi che tutti conosciamo. Semmai, invece, abbiamo attraversato momenti di crescita in alcune “crisi” di consapevolezza.
    Per esempio la consapevolezza che quei gruppi di bambini, per la eterogeneità socio-culturale, sono più impegnativi a gestirsi di gruppi magari cosiddetti a rischio ma omogenei.
    In questo caso ne abbiamo preso consapevolezza nel modo migliore: entrando in crisi e comunicandola tra noi, in un confronto onesto, senza veli ma anche senza risposte o soluzioni pre-confezionate. Visto il problema, la soluzione ce la siamo andata a trovare senza cercare quella preconfezionata, sapendo che si rischiava di sbagliare ogni momento. Questo è molto teatreducazione, ne sono convinto.

    Smetto.
    In un prossimo intervento prenderò in esame il secondo palcoscenico di Valentina Impiglia, nella sua doppia veste di attrice e di regista.
    A presto.
    Silvano Sbarbati

  31. rossella russo Dice:

    ogni giorno leggo attentamente l’evoluzione della discussione sul blog ed essendo tornati a casa con “un’auto stracarica di emozioni” stento a lanciarmi in elaborazioni a caldo
    sento però la necessità di tornare su alcune cose:
    quella DIVERSITA’ di cui parla Lorenzo e che per 10 giorni a Jesi “ho cercato di farvi vedere” in cosa cosiste? (ricordate la battaglia di “CHIAMIAMO LE COSE CON IL LORO NOME”?)
    Federico parla di RIPROVARCI … io sono d’accordo con lui! E’ stato un riprovarci… e non ci trovo niente di male anzi!
    Ammirevole da parte di tutti riprovarci de novo eppure con una sottile diversità
    ci sono anche una serie di discussioni iniziate a ex novo e questo blog potrebbe essere l’opportunità per continuarle.
    ad esempio c’è un grande assente di cui potremmo continuare ad occuparci: Mr Secondopalcoscenicoditeatreducazxione!

  32. silvano sbarbati Dice:

    Secondo palcoscenico – Valentina Impiglia

    Valentina – tra le altre cose che ha fatto a Ex Novo – è stata protagonista di due eventi che la riguardavano direttamente: il primo la messa in scena di un testo scritto per/su di lei attrice.
    Il secondo la messa in scena di un testo scritto per/su Batazzi di cui lei ha chiesto di essere regista.

    Primo testo
    Si trattava di un dono così come l’abbiamo “inventato” a Invento. Un testo misurato per una persona che, a sua volta, lo donava mettendolo in scena attraverso il dono di una regia e di un accompagnamento musicale e attoriale di altre persone.
    Valentina ha scelto Aglieco come regista.
    Perchè lui? Dovrà dircelo lei, nello sforzo di scoprire motivazioni che siano utili alla riflessione.
    Aglieco in poche ore si è messo al lavoro e, coram populo, ha fatto la regia.
    Il testo è stato rispettato nella sua integrità. Aglieco ha fatta sua la tesi per cui il testo è un problema, e Valentina si è messa in gioco come sapeva/poteva/voleva fare.
    Non ci sono state restituzioni, se non nella commozione delle prove e della rappresentazione e di un incontro familiare…
    Non mi risulta altro. Della nascita del testo e della nascita dello spettacolo e della nascita della attrice e della nascita del regista sarà molto importante parlare.

    Secondo testo
    Come quello di Valentina, il testo si muoveva nella direzione di uno sguardo sulla persona, attraverso la storia familiare.
    Valentina ha chiesto di fare la regia.
    Perchè? Ce lo dovrà dire, anche qui nello sforzo di andare a gurdare le motivazioni di un volere esserci in quel modo.
    E se avessi chiesto io, autore del testo, di fare la regia? E se l’avesse chiesto Sergio o Maurizio o Patrizia o Lorenzo? Come avremmo dovuto fare la scelta? Bel problema, no?

    In questo caso, Valentina ha deciso di aggiungere una parte al testo. Seguendo alcune indicazioni del drammaturgio, ma aggiungendovi “cose”.
    Il testo come un tema da svolgere, non più come un problema da risolvere.
    Perchè? Anche in questo caso sarebbe molto interessante capire le motivazioni, non solo registiche, ma ancor prima della relazione tra la regia e il testo, ovvero tra una storia e un’altra storia: la storia che sta dentro al testo e la storia che sta dentro alle scelte della messa in scena.

    Grazie.
    A presto
    Silvano Sbarbati

  33. silvano sbarbati Dice:

    Secondo palcoscenico – il trio equense

    Rossella, Ina e Antonio hanno preparato un loro dono da fare assieme. Testo e drammaturgia collettiva, credo.
    Ma, poche ore prima mi hanno avvicinato per parlarmane, credo per esprimermi una loro preoccupazione.

    In realtà si trattava di una comunicazione su/per la drammaturgia. Che era già bell’e pronta, sulla base proprio del loro voler donare al pubblico una parte della propria storia legata alla famiglia.

    Ho molto apprezzato quel loro avvicinarmi rispettoso, chenin apparenza sembrava insicurezza ma in realtà era un modo tutto loro per realizzare una drammaturgia partecipata, nel contesto di un festival fatto in un luogo che conoscevano da pochi giorni.

    Il risultato – scaturito da un lavoro fatto in piena autonomia – è…risultato un prodotto di teatreducazione.
    Pienezza di espressività, coerenza con la propria storia personale, voglia di dire agli altri, senso della teatralità.
    Nobn è mancato e non ci ha fatto mancare proprio niente.
    Il lavoro che hanno fatto i tre è stato quello di accettare , credo, la sfida che avevao proposto: di fare i conti con se stessi, totalmente, con quello che sapevano essere e fare, abbandonando quanto più possibile effetti di “teatrismo”.

    Grazie al trio equense.
    Silvano Sbarbati

  34. paola Dice:

    Martedì 29 Luglio 2008 (questo testo viene scritto prima degli ultimi 5 commenti)

    Ex Novo a Jesi si è concluso dieci giorni fa.
    La conta delle visite al blog mi sembra essere in aumento quotidiano (cosa strana per un periodo estivo).
    Segno, questo, che un po’ tutti stiamo leggendo.
    Ovunque siamo.
    Tanto leggiamo e poco scriviamo.
    Perché leggere e cercare di capire non è affatto facile.
    Perché scrivere e far capire è ancora più difficile.
    Ho letto e stampato e riletto. Cerco di percorrere il filo del discorso conscia dell’esistenza di precipizi che certi argomenti a volte sanno creare.
    Non è facile, stare in equilibrio.
    Non è facile dialogare con la scrittura.
    Il lato soggettivo di chi scrive ne esce spesso sconfitto a vantaggio di una oggettività che sa mutare ad ogni nostra lettura, rendendo il tutto spesso difficilmente accessibile.
    Insomma.
    Questa cosa è una impresa.
    E’ faticosa. E’ difficile. E’ tortuosa. E’ intricata.
    Non ci sono territori da marcare con il nostro fare pratico. Non c’è un pubblico che applaude o fischia all’istante.
    Solo delle parole scritte.
    Che pesano solo per il fatto di essere scritte.
    E che qualificano lo scrittore.
    Scrittore che è letto ma che non può leggere gli occhi del lettore.

    Ex Novo finisce dieci giorni fa e bisogna prendersi cura di cosa siamo stati in quella settimana. Perché ce lo dobbiamo reciprocamente.
    Perché senza questa fase teatreducazione non esisterebbe.
    Perché altrimenti “quello che conta è soltanto il percorso”.

    Ex Novo non è stato InVento terza edizione. Ma non lo è stato per dei motivi molto semplici. Eravamo a Jesi in un quartiere nuovo. Eravamo ospiti di una famiglia. Non dormivamo tutti nella stessa casa. Era troppo caldo. Un parco di periferia non è un paese di periferia. A Jesi, d’estate, a poche centinaia di metri da dove eravamo, c’è la sagra di tutto, il teatro, la musica, la danza, gli ospiti televisivi gettonati, le mostre, i dibattiti. Il contesto, dunque, non consentiva alcuna possibilità di tentare di ripetere un’esperienza.
    Però per quell’esperienza ci siamo passati.
    L’abbiamo attraversata, vissuta e rielaborata.
    Se InVento 2 ha saputo insegnare molto più che InVento 1, e di paragoni tanti ne sono stati fatti, Ex Novo, a mio parere si colloca altrove. Ha portato con sé la base esperienziale di InVento ma si è collocato altrove.
    Federico, all’inizio dei suoi interventi, afferma che “Cambia il nome, cambia il posto, si fanno nuovi propositi… ma la sostanza è la stessa”…In realtà mi pare più corretto il discorso opposto. Nel pacchetto offerto al quartiere jesino la proposta appare molto simile a quella di Montefalcone (laboratori per ragazzi il pomeriggio, spettacoli da inventare la sera…), la FORMA, dunque, risulta in effetti analoga.
    E’ la sostanza che cambia (a parte l’intento di essere in teatreducazione, comune con Invento 2). La sostanza del progetto Ex Novo ha dovuto necessariamente conformarsi al contesto, al periodo, alle persone che vi hanno partecipato, al pubblico che c’era la sera, ad un parco, ad una famiglia che ci ha ospitato e che ha voluto fortemente questo festival.
    C’era un dentro ed un fuori, come già è stato ampiamente detto, e questo dentro e questo fuori differivano molto dal dentro e dal fuori di Montefalcone.
    Il dentro, inevitabilmente, dipende da chi vi partecipa. Il fuori dipende dal contesto in cui siamo. Dove sono le analogie, allora? Sono nella proposta, nel progetto teatreducazionale che a priori si è tentato di offrire, ben sapendo che tutto, tutto quanto, sarebbe stato nuovo.

    Il paragone con i recenti festival campani, però, diventa inevitabile. E lo diventa perché la gabbia della forma ce lo fa diventare. In realtà, per raggiungere la svolta di cui Bruno parla, dovremmo riuscire, secondo me e se possibile, ad allontanare le due esperienze, a cristallizzarle, per un attimo, pur all’interno di qualcosa che si muove. Durante la salita ci si ferma e si respira forte. Poi, carichi, o meno scarichi, si riparte. Si guarda in basso, di solito, per trovare la forza di salire. Ma è davanti che si dovrebbe guardare, per aver coscienza di quanto ci tocca riposare. Allora, se avete avuto pazienza di accettare la metafora, ci troviamo, ora, a prender fiato, in una di quelle curve con le panchine, un po’ al sole un po’ all’ombra. Quello che abbiamo percorso è stato. Quello che riusciremo a percorrere dipende da me, adesso.
    E’ chiaro che questa considerazione va un po’ a discapito di chi, a Ex Novo, non c’era, soprattutto perché è proprio chi non c’era che sta scrivendo e chiedendo.
    E il paragone rende tutto più facilmente comprensibile.
    Però lo sforzo, da parte nostra, deve essere quello di trovare un senso a questa esperienza. Questo può farlo solo chi vi ha partecipato, sotto l’occhio attento di chi non c’era ma legge. Contributo fondamentale, a pensarci bene, perché ci apre all’altro che non sa ma che chiede, ci costringe a fare i conti con le domande più difficili. In qualche modo, quegli “altri” che non c’erano, sono uno specchio con il quale, se decidiamo di scrivere, dobbiamo rapportarci.

    Ex Novo ha dunque raggiunto un obiettivo. Quello di portare la gente del quartiere fuori a parlare e ad incontrarsi. I ragazzini, durante i pomeriggi non piovosi, hanno giocato e sono stati insieme. Si è parlato di Ex Novo e grazie ad Ex Novo. La sera si è offerto uno spettacolo vario, fatto di favole e Dante, di improvvisazione e di musica, di comicità e di tragedia. Alla fine, tutti, hanno vissuto o convissuto con ex Novo.
    Questo è il fuori. Da questo fuori abbiamo avuto delle restituzioni. Una lettera di una spettatrice e i questionari a cui abbiamo sottoposto gli abitanti del quartiere. Una restituzione-dono, la prima. Una restituzione richiesta e ottenuta grazie all’anonimato del questionario, la seconda.
    Ciò che è emerso dai questionari è stato un generale apprezzamento del festival. Con predilezione quasi unanime per il lato divertente delle performance. Favole e comico. Bene. In fondo, e questo lo si è capito quasi subito, i bambini sono stati il motore che ha spinto gli adulti a osservare che succedeva. Gli snodi del nostro lavoro quotidiano, la parte embrionale e costruttiva dell’essere che stava nascendo, non è trapelata, salvo rare eccezioni.

    La parte costruttiva è il dentro. Il legame forte (che solo a Ex Novo è stato così visibile) tra il dentro e il fuori, a mio parere, esiste perché sono esistiti Roberto e la sua famiglia. Hanno potuto (perché lo hanno voluto) cogliere il lato organizzativo e l’elaborazione che quotidianamente e puntualmente alle dieci del mattino si metteva in atto. Loro che ci hanno ospitato e hanno visto la sera quello che c’era da vedere, loro che hanno voluto più di ogni altro questo festival, hanno vissuto con noi la ricerca di senso quotidiana e sono stati un riscontro per noi circa la totalità del progetto Ex Novo.
    Il loro grazie finale ci rende felici perché era il più difficile da ricevere. Il mio personale grazie a loro deisdero che sia forte e chiaro.

    Il discorso sul dentro è un interrogativo aperto, che merita spazio e attenzione. Risulta la questione più spigolosa perché vi entrano quelle aspettative di cui Silvano spesso parla, perché c’entriamo tutti, nessuno escluso, nel momento in cui vestiamo la responsabilità che un invito ci consegna con sé. Abbiamo prodotto, o non prodotto. Ci siamo tirati indietro o ci siamo tuffati nelle preparazioni. Abbiamo agito. E quindi, abbiamo comunicato. Ci siamo fatti una idea precisa, credo, di cosa la forma teatro, nel contesto di un festival come Ex Novo, possa rappresentare per noi.
    Si è parlato spesso di anima, riferendoci per lo più a quella di un quartiere giovane e bisognoso di integrazione.
    E la nostra di anima? Dove stava e come si collocava di fronte al progetto? Di lavoro ne è stato fatto tanto e mi chiedo dove e quando la mia anima si sia sentita a casa.
    Non credo che ci sia una risposta giusta, a questa domanda. E’ uno sforzo che tocca fare per poter guardare avanti invece che indietro. Se mi ascolto mentre respiro posso continuare a salire.
    Si ritorna, in altre parole, alla ricerca di senso di cui sopra.
    Personalmente, credo che il mio tragitto (non più metaforico) sia ad un bivio al quale non posso sottrarmi. Ho cercato, in quella settimana piena purtroppo di serate non partecipate (per mia scelta beninteso), ho cercato fortemente quelli che sono a pieno diritto i Maestri che mi sono scelta. Lì, la mia anima si sentiva a casa. A questo punto, dunque, non posso non contraccambiare una attenzione. Se quello che ho percepito è davvero la mia casa devo, per forza, provare ad abitarla in senso non solo teorico ma pratico. Con la coscienza del rischio di non riconoscerla più come mia.

    Sto cercando di ascoltarmi mentre respiro.

    L’ho fatta lunga, molto lunga.
    Grazie a chi ha avuto pazienza di leggere fino qui.

    Paola

    p.s. Lascio il testo così com’è nato, nonostante venga prima degli ultimi cinque commenti. Non era stato pubblicato perché viaggiava in parallelo con un altro…

  35. Anonimo Dice:

    Federico, sei un mito!! Vaiii…

  36. silvano sbarbati Dice:

    @ Tutti
    La società si regge sui riti e sui miti.

    Il problema, per tutti, è che sia i riti che i miti devono “valere” per tutti.
    Per cui, caro anonimo, fai capire a tutti perchè Federico è un mito e dove dovrebbe “andare”(proseguire forse una sua attività mitica…?).
    La mia intuizione da pensionato mi fa intuire che l’anonimo si riferisce ad una qualche funzione “mitica” di federico rispetto a tutti noi.
    Ma è solo una intuizione e vale poco.

    Quello che invece vale è che l’anonimato è sicuramente ubn dis-valore su questo blog e non diventerà nè un rito nè un mito.

    Chiarezza per chiarezza, anzianità contro giovinezza?

    Silvano Sbarbati

  37. valentina Dice:

    …vedo se mi riesce…

  38. Bruno Dice:

    @Silvano

    Cito le tue parole:

    “A Invento – credo – la dose di “teatralismo” (perdonate il neologismo… era più alta che a Ex Novo.
    Qui al quartiere Savoia Marchetti era più attenta e matura la ricerca sul senso.”

    E’ questo che intendevo per “svolta”, anche se ripensandoci bene si tratta piu’ di una maturazione, quello che in economia viene chiamato miglioramento incrementale (differente da un miglioramento radicale, la “svolta” appunto).

    Il “pezzo” di teatreducazione che mi manca. No, non si tratta di pura informazione, se cosi’ fosse non starei in vacanza a leggere un blog piuttosto che fare il bagno nel mare.
    Teatreducazione come un puzzle da completare…uhm..puo’ darsi che questa immagine renda l’idea anche se ne ho in mente una diversamente curiosa.

    Qui mi odiera’ chi non ama la chimica.

    Io immagino i “pezzi” di teatreducazione come le molecole d’acqua. Quando di incontrano le molecole d’acqua si realizza un fenomeno fisico tale per cui si rompono e si ricompongono continuamente legami (questo da l’effetto di liquido all’acqua) in una continua danza. Ecco con l’acqua possono essere realizzati numerosi composti e miscele. Ogni composto ha un suo colore e le sue caratteristiche e la sua unicità. Io vedo il teatreducazione come l’acqua che offre i suoi “legami” alle piu’ disparate possibilità di composto. INvento ed InVento erano due composti che ho conosciuto. ExNovo è una miscela che non conosco.

    A presto

    Bruno

  39. Federico Dice:

    @ Paola
    A primo impatto ammetto di aver fatto molta fatica a seguirti.
    Da un certo punto in poi, e non ricordo quale, ho perso il filo.
    Ci ho riprovato l’indomani (cioè oggi) e sono riuscito ad arrivare alla fine.
    E siccome la “gabbia della forma” ci induce a soffermarci laddove rimaniamo colpiti, ti chiedo: ma “la gabbia della forma” non è la sostanza? Se la nostra natura ci porta a comportarci in un certo modo, possiamo dire che sostanzialmente noi ci comportiamo in tale modo?
    E quindi parlare di forma e sostanza può essere la stessa cosa?

    @ Silvano
    Lo scorso anno il sottotitolo di inVento recitava: “un PROGETTO di educazione alla teatralità”. Mi ricordo come Lei stesso sottolineava la differenza che correva tra “evento” e “progetto”.
    InVento può definirsi ancora un progetto al giorno d’oggi?
    Ex Novo può tramutarsi in un progetto?

    @ Anonimo
    Anche se l’anonimato dicono che sia bandito qui, sono contento che qualcuno condivida la mia linea di idee.
    Quindi grazie!

  40. Federico Dice:

    Ah ancora una cosa!

    @ Tutti
    Non capisco tutto questo annusare l’anonimato.
    I questionari proposti al pubblico non erano anonimi?
    I questionari proposti per l’ECM lo scorso anno non erano anonimi?
    Perché celarsi dietro questa protezione non è accettato?
    A volte da anonimi si ha il coraggio di esprimersi maggiormente…
    Rimanere anonimi è diverso da non assumersi le responsabilità di ciò che si dice. E se gli altri non riescono a capire chi possa aver scritto un commento anonimo, credo sia indice di un ASCOLTO (terzo palcoscenico) non ancora maturo, né maturato.

  41. Silvano Sbarbati Dice:

    A Federico

    Il progetto contiene un evento. Un evento non può contenere un progetto.
    Posso progettare un evento, ma se lo trasformo in progetto vuol dire che l’evento non si conclude come è naturale che si concluda un evento, destinato ad essere, appunto e-vento (trasportato dal vento, andato via, concluso in altrove, etc.)
    Invento era un progetto. Lo è ancora, salvo che il luogo non può essere più Montefalcone. L’aite voleva dare seguito al progetto, ma Montefalcone non si è reso disponibile (con la pienezza del diritto a farlo).
    Ex Novo può tramutarsi in progetto. La tua stessa domanda è in potenza il primo passo per farlo.
    Il blog (terzo palcoscenico) è un altro passo…poi a seguire. Se son rose (per tutti) fioriranno.

    L’anonimato è bandito qui. Lo dico io, insieme a chi è d’accordo con me. Lo dico e firmo, mi nomino.
    Quell’anonimo che condivide la tua linea di idee in realtà, evitando di “nominarsi”, inficia il valore delle sue opinioni. Rischia anche di inficiare il valore della tua “linea di idee” (una linea che mi convince e su cui andiamo avanti nella riflessione).
    Eppoi, siccome il tema ti affascina, rispondo.
    I questionari erano anonimi, ma chi li compilava veniva chiamato a farlo da noi, nominati e definiti con nome e ruolo.
    Qui, sul blog, nessuno ha chiamato l’anonimo, che ha scelto di essere sul blog senza nominarsi.
    Diverso, molto diverso…
    Si ha il coraggio di esprimersi maggiormente, restando anonimi? Vero, ma c’è qualcosa da temere dal blog o dalle idee del blog? Se questo è vero, il nostro anonimo avrebbe dovuto esplicitarlo.

    Quali responsabilità si sarebbe assunto oltre il rimanere anonimo? Prova a rileggere il testo e vedrai che l’unica responsabilità è stata quella di non assumersi responsabilità, in quanto il testo esprime solo la” soddisfazione” di qualcuno che non ha la responsabilità di esprimere la propria opinione e corre sull’onda, va alla deriva sui miti…E non si tratta di capacità letteraria, che qui sul blog nessuno pretende.

    Infine: il terzo palcoscenico non è un gioco ad indovinare: il terzo palcoscenico è un luogo delle assunzioni di responsabilità delle proprie opinioni, sapendo che ciascuno rispetta l’altro come persona, in assoluto, sempre e comunque.
    Il terzo palcoscenico non deve maturare come un frutto. Esiste nel momento in cui io, tu, altri, si dispongono a riflettere e lo fanno con la matura responsabilità di nominarsi.
    Teatreducazione è contro il “non detto”, figurarsi il “non nominato”.

    Con l’affetto e la stima per quello che sei e fai.
    Silvano Sbarbati

  42. paola Dice:

    @ Federico

    Intanto grazie per la lettura (e soprattutto per la dichiarazione della difficoltà provata).

    Riguardo alla questione che sollevi circa la forma e la sostanza non credo di poter rispondere affermativamente al tuo ultimo interrogativo. Non credo cioè che forma e sostanza possano essere considerati la stessa cosa. Non di solito, almeno.
    Forse è solo una questione di significato che diamo alle parole ma per quella che credo sia la comune accezione dei due termini, non mi sembra possibile renderli un’unica cosa.
    Con “la gabbia della forma” intendevo dire che la forma è una gabbia e non qualcosa che cinge o costringe la forma, qualcosa cioè di esterno alla forma stessa.

    Ho una personalissima opinione riguardo a questo tema che grazie al tuo intervento può benissimo essere messa in discussione.
    La forma (di un comportamento, di un progetto, di una casa, di una situazione) è qualcosa che si percepisce attraverso i sensi che abbiamo in dotazione. L’udito, la vista, l’olfatto, il tatto, il gusto. Se vedo dei bambini giocare il pomeriggio con degli operatori e li sento gridare o piangere posso essere a Montefalcone come a Jesi. Se la sera sento un motivo musicale che accompagna della gente a vedere delle cose, idem.
    Bene.

    La sostanza non si riesce a percepire solo attraverso quei sensi di cui sopra.
    La sostanza si può provare a coglierla coll’intelletto elaborando le informazioni ricevute. Tanto più alto è il nostro livello di sensibilità, maggiori i contenuti che ne possono derivare.

    Poiché sono forte sostenitrice della scissione mente-corpo, nonostante la loro generale incapacità di esprimersi singolarmente, credo molto nella differenza tra forma e sostanza, anche se camminano insieme, anche se non riescono quasi mai a scrollarsi di dosso quel necessario compagno di viaggio.

    Un saluto e grazie,
    Paola

  43. Silvano Sbarbati Dice:

    @ Paola e Federico

    Dunque forma e dunque sostanza.
    Corpo e mente.

    I sensi o le sensazioni?
    La vista è un senso, ovvero uno strumento che ci permette di percepire le cose “vedendole”. Ma ti ricordo che già la percezione è dare una forma alle cose. I sensi sono “strumenti” del corpo umano, come degli animali.
    Vedi bambini e li senti giocare. Ti faccio notrare che non puoi dire “vedo” e basta. Tu “vedi” sempre e comunque un oggetto.
    E nel momento in cui lo decodifichi gli dai un forma ed un significato. Per cui la forma e la sostanza sono inscindibili. Non esiste una sostanzxa che non abbia forma, altrimenti non sarebbe neanche sostanza.
    Ma se poi per “sostanza” tu intendi “essenza” allora la faccenda si fa diversa.

    Prova a definire l’intelletto. E’ un oggetto? Una forma? Una funzione? Uno strumento?
    E il corpo? Che cosa sarebbe senza la “forma”?

    Ti faccio notare che la differ enza tra forma e sostanza esiste nela parola che usiamo per definirne…la differenza. Se non ci fosse la parola (che cosa è la parola…?) questa differenza non esisterebbe.

    Il tuo orecchio è uno strumento che serve a percepire le vibrazioni emesse dai corpi fisici.
    Ma l’udito non è uno strumento.
    L’orecchio è strumento. L’udito è un senso.
    Come ben capisci l’udito contiene in sè forma e sostanza.
    Forma della vibrazione percepita e decodifica della forma per darle “sostanza” di significato: questo è il senso per l’uomo.

    Poi arriva la parola a definire, per comunicare a se stessi e agli altri.

    Ma, infine, vorrei sottolineare che siamo qui a discutere di filosofia teoretica e invito a leggere con molta “cura” Hannah Arendt. Difficile ma illuminante.
    “La vita delle mente”, ed. Il Mulino.
    Teatreducazione è anche qui.

    Un abbraccio affettuoso a entrambe.
    P.S.
    Provate a fare questo esercizio: quando parlate con qualcuno, osservate voi stessi che parlate, gli altri a cui parlate e ciò che vi insegna il parlare degli altri a voi…Eh Eh Eh.

    Mi piacerebbe restare nell’anonimato, adesso…

    Silvano

  44. Federico Dice:

    @ Bruno
    Come già ti ho detto in provato altre migliaia (?) di volte, si vede come un corso di ingegneria deforma (nel senso letterale: cambia la forma) la mente.
    In una pubblicità televisiva, Vittorio Sgarbi una volta ha detto una frase per me illuminante: “la Laurea non è un titolo, ma un metodo”.
    E un esempio metodo è, guardandomi attorno, la diversità di espressione di ognuno di noi.
    Bruno parla come un ingegnere, Silvano come un pedagogo.
    E qui vorrei aggiungere un commento vocale fatto da mia madre lo scorso anno: “il pedagogo rischia di perdere la propria personalità”.
    “Perché?” mi sono chiesto: forse perché cerca di studiare le idendità altrui rischiando di dimenticare la propria.
    Un Silvano Sbarbati, parlando da (spero) futuro ingegnere informatico, per me è un modem: in parole povere, è un traduttore che mette in comunicazione entità che usano linguaggi differenti.

    @ Bruno & Silvano
    Pezzo di teatreducazione.
    Teatreducazione può essere definito un progetto: come è stato detto in passato, si sperimenta l’educazione alla teatralità come fine e non come strumento per la formazione della persona.
    E questo è un obiettivo. Per raggiungere un obiettivo si pianificano (progettano) – nei limiti del possibile – i vari passi ossia i pezzi di cui Bruno parla.

    Bruno ha fatto una dichiarazione molto forte: dice di conoscere i composti di inVento. Bene!
    Chimicamente parlando, con quali sostanze questo composto può meglio reagire… al fine di ottenere un equilibrato bilanciamento? Ossia: quali pezzi di inVento hanno permesso la nascita dell’A.I.TE.?

    Silvano, provo a chiarirmi la questione “evento” e “progetto”.
    Ci sono eventi che possono trasformarsi progetti.
    Ci sono eventi che rimangono solo eventi.
    Ci sono progetti che “nascono così” dalla nascita.
    Teatreducazione, come dicevo prima, è un progetto. Quando mai è stato evento?
    La caduta di un grosso meteorite è solo un evento. Anche se… più che essere spazzato via dal vento, spazza via l’uomo dalla faccia della Terra (e non solo).
    Si può progettare un evento: qui qualcosa non mi torna. Un evento che viene progettato. Ma allora un evento è un progetto!
    La “definizione” di Sebastiano sull’evento era meno pretenziosa: un evento si verifica una volta sola.
    Si può quindi dire che con “evento” intendiamo il bruco e con “progetto” la farfalla?

    @ Paola
    Forma e sostanza. Viaggiano insieme ma sono elementi separati. Come in un atomo, in cui vi sono il nucleo e gli elettroni.
    Il tuo pensiero su “forma” e “sostanza” è da me pienamente condiviso, nel senso che la penso come te nonostante le mie domande.
    Mi ricollego al discorso di prima: si dice che “un progetto prende forma”… e quindi acquisisce sostanza? Il “progetto” inteso come farfalla è il bruco “evento” che prende forma?

    Ora però, se non vado a dormire (sono le 2.15) i miei sensi vanno in fumo… e quindi perdo sia la forma che la sostanza.

  45. Silvano Sbarbati Dice:

    @ A Federico
    “Posso progettare un evento, ma se lo trasformo in progetto vuol dire che non si conclude…”
    Dico la stessa cosa di sebastiano.
    Forse ho sbagliato usando il verbo progettare:sostituiscilo con creare…

    Ciao e vai a dormire prima…

    P.S.
    C’è una differenza tra ingegnere e pedagogo
    L’ingegnere si può fare, nel senso che è professione.
    Pedagogo (preferisco maestro)si può essere, nel senso di un atteggiamento verso la vita umana.

    Silvano

    Silvano Sbarbati

  46. lorenzo Dice:

    ritorno un attimo sui composti chimici e affini….
    ma siamo davvero sicuri di conoscere a perfezione quelle miscele o di saperle riconoscere? io le ho vissute tutte e da INTERNO all Aite ancora molte cose mi sfuggono di quei composti….eppure tutto l’anno mangio pane e teatreducazione….
    ma applico e forse studio poco ok….ma nn e’ cosi semplice parlare esattamente di conoscenza esatta dei composti…secondo me e’ sempre sulla linea/border line, ogni volta mi chiedo:- sto davvero facendo teatreducazione?- sto davvero passando qualcosa alle persone con cui lavoro? attenzione, cura, ascolto, scoperta…so davvero riconoscerle e applicarle….no forse applicarle nn e’ la giusta terminologia! le sento davvero? a INvento c’erano? a inVento c’erano? era davvero teatreducazione i due primi festival? ed EXNOVO? le domande sono tante forse troppe…ma continuamente me le faccio e ci soffro…soffro per ogni progetto, regia, parte “attoriale”…per distanziarmi sempre piu da modelli sbagliati, che nn approvo, che nn voglio vedere e vedermi riconoscere sulla mia pelle! ma e’ un lavoro faticoso, estenuante ma che continuo a fare perche lo voglio, ma non lo voglio riconoscere e conoscere o applicare; lo voglio sentire, lo voglio far passare da me agli altri e dagli altri a me, in uno scambio sempre presente ma che a volte non c’e’ soprattutto per mia mancanza, perche non studio ma mi applico. la svolta e’ stata forte in piccole dosi (come andrebbero presi i medicinali) o forse e dico forse, perche il dubbio deve sempre sorreggere, ad EXNOVO la svolta c’e’ stata. e lo si avvertiva presto, subito…quasi come se gli spettacoli fossero un qualcosa in piu che poteva anche nn esserci, a volte si percepiva questo piu…mentre ad INVENTO1-2 gli spettacoli erano a volte obbligatoriamente presenti non solo da donare ma per farsi vedere in stile vetrina (e parlo anche di me), a Jesi questa estrema sensazione di apparire non l’ho sentita, o solo in tono piccolissimo e sfuggevole…erano altri i “problemi”…non ho prestato attenzione a tutti perche non ne sarei capace, ma mi sono fatto mille domande su come far passare alcune cose…
    non odio la chimica…ma io i composti ancora non li conosco cosi bene da poterli definire ma li sento…non li riconosco ma li sento e li vivo col punto di domanda sempre piantato in testa!!

    per adesso bene cosi….
    non rileggo, lascio la brutta copia..
    a presto

  47. Patrizia Codutii Dice:

    Ma ex novo è per “tutti”?

    Giunta alla fine di un lungo testo su “esserci” e “volontà di esserci”in quanto termini molto ricorrenti in teatreducazione, ho finito col cancellarlo essendomi resa conto che il tutto in fondo poteva essere ridotto a qualche domanda

    Cosa significa “esserci”?
    Ma in particolare cosa significa “esserci” per teatreducazione, dal momento che questo verbo è molto utilizzato?

    In che cosa va cercata la qualità dell’esserci?
    Nelle competenze e abilità che uno mette in campo?
    Nelle motivazioni di ciascuno?
    In altro ancora?

    Personalmente, non avendo trovato le risposte a queste domande, sono ancora capace, a due settimane di distanza dal festival, di dire qualcosa sul mio “esserci” a ex novo.

    Il fatto è che ho visto poco di tutto quello che è stato detto a proposito di ex novo.
    Ho visto altre cose, come quando si “rasenta” una strada, si cammina a ridosso di muri, insomma si gira intorno ma non si entra. A tratti si potrebbe anche entrare ma la sensazione forte è quella che si andrebbero ad occupare spazi che appartengono ad altri.

    Mi sono interrogata a lungo su questo aspetto e mi sono chiesta se avesse a che fare con l’esserci e il non esserci.

    La prima risposta, quella più immediata, è stata che si trattava di un “non esserci”.
    In qualche modo però questa mi sembrava una risposta insoddisfacente, dettata da una certa “pigrizia” elaborativa.

    Poi mi sono detta che forse quella era la qualità del mio esserci, lì in quel posto, in quel momento.
    Forse non avrei potuto/voluto fare diversamente, così come è stato anche ad Invento 1 e 2.

    Che questo sia un “esserci”?

    Non ho ancora trovato le risposte, ma continuo a leggere il blog.

  48. Sebastiano Dice:

    Ho letto tutto. Le domande sono tutte porte aperte. Ma una riposta ce l’ho, ed è centrale. Non c’è differenza tra forma è contenuto. E’ questo che fa teatreducazione. Noi dividiamo forma e contenuto per una forma tecnicistica della conoscenza. Ma il contenuto è della forma e la forma è del contenuto. Se vuoi parlare della bellezza devi trovare la forma giusta. Se vuoi parlare di educazione, che poi arriva alla bellezza, devi trovare il percorso giusto. Questo è il motivo per cui rimango sempre concentrato su ciò che succede dopo il dono. Il prima è semplice. C’è un dono che va ricambiato. Ma questo è semplice, perché ci si sente lusingati di averlo ricevuto. Lo si vuole mostrare come il regalo più bello. Il durante è ancora più semplice. Se c’è un maestro, e tu gli chiedi di farti la regia, il maestro, se è tale, non ti dice mai di no. Ma dopo? E’ il dopo il nodo. Dopo, tutto questo che abbiamo curato può tranquillamente andarsene a puttane perché dimentichiamo. Mnemosyne. Musa moderna. E’ lei che rapisce Narciso, dopo. Ma qui ci torno dopo. Questo dopo è la chiave per leggere gli interventi di Federico, le sue giustificazioni; non sapevamo, l’abbiamo saputo troppo tardi. In verità io ho detto di Ex novo subito. Io ho fatto una scelta: ritardare le vacanze. E non è che avessi tanta voglia di venirci a Ex novo. Era veramente tutto…ex novo. Questo dopo è la chiave per capire che cosa vorrà fare Teatro Naturale. Più di altri. In teatro naturale non ci sono teatranti per scelta, né, credo, per i percorsi intrapresi attualmente dalle persone, mai ci saranno. Quindi: che farsene di questo dono che è stato, che è, teatreducazione? Vedremo. Ma, Fede, questo è un tuo nodo da risolvere.
    Sebastiano

  49. Silvano Sbarbati Dice:

    @ Tutti
    Ho appena tolto le erbacce dal “giardino”.
    37 gradi di scirocco. a Jesi.
    Sebastiano è appena tornato dalla vacanze.
    Ma la testa è sul blog.
    Sudo e scrivo.
    Forma e contenuto.
    Quale sia la forma e quale sia il contenuto è la domanda che (come una bugia ininterrotta) che si pone l’intelligente Occidente per non entrare dalla porta che è aperta sulle risposte.
    Anima e corpo.
    Mente e materia.
    Quanto blog c’è nel mio lavoro del togliere le erbacce è una domanda che non mi pongo.
    Provate a chiederlo, se volete, alle erbacce…

    Avanti.
    Silvano

  50. Federico Dice:

    Nei lavori di campagna, quali orto e giardino, togliere le erbe infestanti è un’operazione necessaria per far crescere sane le piantine.
    Scusate se non capisco: ma la questione forma-sostanza è un’erba infestante?
    Bentornato a Sebastiano, la cui presenza si è subito fatta sentire nello stravolgere il mio delicato filo conduttore.

  51. Sebastiano Dice:

    Domani o dopodomani riparto. Quindi non avrò il tempo materiale di intervenire. Ma mi auguro che la la conversazione – mi piace usare il termine conversazione che discussione – rimanga alta.
    Siccome mi è stato chiesto di parlare di Narciso, spendo qualche parola. Intendiamoci, non per fare una citazione letteraria che non interessa a nessuno e che probabilmente infastidirebbe parecchi, ma semplicemente per buttare nel fuoco della conversazione un argomento che rimane centrale nel nostro fare.
    Narciso, lo sappiamo tutti, è colui che si specchia, che si innamora della sua immagine, che infine cade e annega. Questa la versione più diffusa, ma ne esistono molte altre.
    Che poi il mito sia diventato assai di moda ai nostri tempi, la dice lunga sulla sua attualità e già questo sarebbe da indagare.
    Col teatro, poi, siamo in giostra. Il teatro è sguardo. Qualcuno fa, qualcun altro guarda, ma ambedue si riflettono nello sguardo dell’altro. Si amano o si odiano. In ambedue i casi rischiano di annegare.
    Teatreducazione, a me sembra, vuol fare un lavoro per cui, questo Narciso che, guardando se stesso, muore, prova finalmente a distogliere lo sguardo da se stesso per guardare altro.
    Questo sguardo, qualcuno ha interpretato – cioè del Narciso che si guarda – sarebbe la relazione intimissima tra gli occhi del bambino e quelli della madre nei primi mesi di vita. Una relazione che esclude il mondo.
    La relazione degli innamorati, anche. – Quante scenette di questo tipo a Invento 1 e 2! E’ la chiave per leggere Invento 1 e Invento 2 -
    Questo dell’esclusione è un secondo elemento di riflessione che ci riguarda come rischio e problema.
    Ora, la colpa di Narciso, però, non è lo sguardo, ma lo sguardo ristretto.
    Non l’a/more, ma l’amore del colpo di fulmine.
    Se Narciso allargasse l’angolatura del suo sguardo, egli vedrebbe il mondo.
    Vedere il mondo è del Narciso originario.
    Narciso è, fondamentalmente, l’unico miito che ci è stato tramandato che ha a che fare con la conoscenza del mondo. E’ il mondo che prende coscienza di se stesso.
    Questo saper guardare ampio, che sa specchiare l’altro attraverso il proprio sguardo che guarda, è il Narciso che a me interessa ma che non è quello di cui tutti parliamo a partire da Freud.
    Sguardo ampio: ricordo la bella riflessione di Roberto che dice: grazie di averci aiutati a uscire fuori dal nostro sguardo ristretto.
    Se a lui è arrivato questo, vuol dire che gli è arrivato qualcosa non solo degli spettacoli, ma un valore di teatreducazione: pensavo che veniste solo a fare degli spettacoli, dice la sera dell’ultima restituzione. E i o gli ho risposto che questo, per me, era il regalo più bello, proprio per questa possibilità e capacità di aprire lo sguardo. Fiduciosi, semplici. E non so quante volte io ho detto grazie a Roberto, in testa mia, dopo.
    Sono valori che, spero, vogliamo difendere a spada tratta, con le mani e con i denti, tutti noi.
    Un’ultima riflessione. Narciso non guarda in profondità, ma in superficie. E questo è un valore perché guarda qui, ora.
    La superficie è il presente che non dimentica. Il fondo è il passato, è il “torbido” che tutto mischia e tutto confonde. Fino a quale flango? dira Rimbaud guardando la sua immagine specchiata in un laghetto. E si sbaglierà. Perché pensare di guardare nel profondo non ci riguarda, ora. Ci riguarda ciò che sappiamo guardare adesso, nell’immediatezza dell’esperienza, catturandolo nello sguardo, non ciò che si giunge da un altro tempo che non possiamo conoscere, che non è parte di noi. – Qualcuno sostiene che l’inconscio è molto ma molto meno profondo di quanto si pensi –
    Per concludere, ma a questo punto ho già annoiato:
    Narciso è un EGO. E c’è differenza tra IO e EGO.
    Ego sono io, nella mia indivisualità, singolo, unico e irripetibile. Ma anche lilmitato.
    IO è sempre plurale. Io è la specie, l’umanità che siamo.
    Quello che Narciso non riesce a fare è questo provare a vedersi negli altri, in ciò che di noi è negli altri, per codice genetico.
    Per questo che, il Narciso dallo sguardo ristretto non è pietoso, non sa accogliere. Non ha cura degli altri. Egli è EGO. E’ centrato sulla propria esperienza limitata del mondo.
    Ecco, allora, per rovesciamento, le parole che ci riguardano: pietas, cura.
    E io aggiungo, per Federico, disponibilità a mostrare la propria gola al morso del lupo, le proprie insicurezze. Per fiducia e abbandono.
    Perché, a differenza di EGO, IO è, sempre, un NOI.

    Buone vacane e buona conversazione
    Sebastiano

  52. Roberto Freddi Dice:

    Sono alcuni giorni che mi rimbalza nella mia mente una domanda molto semplice che mi fa impazzire e ne ho avuto occasione di parlarne con alcuni componenti dell’Aite.
    Perché sono andato a bussare alla porta di Silvano?
    Premetto a tutti che lo conoscevo solo ed esclusivamente come cliente. Conoscevo il nome ma non chi fosse e cosa faceva, cosa rappresentava e che lavora facesse. Di fatto mi sono presentato da lui.
    Nel giro di pochi giorni ho visto un progetto su cosa si potesse fare per il quartiere.
    Mi è piaciuto.
    Ma perché ho cercato Silvano se non lo conoscevo?
    Si sono, nel giro di un niente, incastonati diversi puzzle: il dormire, il mangiare e la mia casa per gli operatori; tutti nel giro di qualche metro. Sarà tutta coincidenza? Sara che questa cosa si doveva fare? Come se quasi fosse tutto scritto.
    Però io non credo nel destino. E’ l’uomo che cerca il suo destino.
    E’ l’uomo che ha la facoltà di fare o non fare, di scegliere e decidere il farsi.
    Perché ho cercato Silvano?
    Mi reputo una persona che ha delle insicurezze.
    Perché in questa occasione sono voluto andare fino in fondo con tanta sicurezza e con tanta passione non conoscendo per niente affatto cosa mi aspettava?
    Perché ho voluto fortemente questo Festival quando anche in famiglia non erano d’accordo?
    Ho trovato in me delle qualità che non conoscevo e mi sono avvicinato ad un mondo che per me non esisteva. Questo è stato il mio voler esserci.
    Mi è sembrato di essere un bambino che origlia alla porta leggermente aperta.
    Incuriosito, come non mai, ho messo l’orecchio ad ascoltare. Poi ho aperto un pochino di più quella porta, sempre attratto da quello che succedeva mi sono intrufolato. Ora cerco di capire.
    Mi sembra di vedere il discorso del Dentro e del Fuori. Credo che il Dentro per crescere debba avere, per forza di cose, un riscontro sempre e comunque dal di Fuori. Gli occhi del fuori sono molto più ingenui, spaziano incuriositi a destra e a sinistra, vedono e sentono cose che sono semplici e che in alcune occasioni il dentro può aver perso di vista.

    @ Tutti
    Scrivete tutti sul blog, leggendo le vostre opinioni, i vostri pensieri su quello che è stato ExNovo
    credo che potrò avere delle risposte sulla mia domanda.
    Perché ho bussato alla porta di Silvano?

    @ Valentina
    Carissima, mi hai emozionato.
    Non vedo l’ora di leggere il tuo intervento sulla domanda che ti ha fatto Silvano.
    Sono curioso.
    Questo SecondoPalcoscenico per me è proprio Arabo però sono curioso di capire se ho capito qualcosa.

  53. silvano sbarbati Dice:

    @ Tutti
    Gli interventi di Roberto – e in special modo questo – stanno dando velocità alla riflessione (la mia) su teatreducazione.
    Non solo perchè lui è “ultimo” nella storia dei fatti di teatreducazione, ma perchè lui evidenzia con lucidità:
    - il “mistero” del voler esserci, il mistero delle ragioni del voler esserci
    - il valore dell’incontro cercato e praticato e gestito e sviluppato (primo, secondo, terzo palcoscenico)
    - la curiosità del processo di crescita fatto insieme agli altri: scrive, infatti…”non vedo l’ora di leggere l’intervento di Valentina…”
    - la verità del fatto che teatreducazione è di tutti e per tutti e con tutti. Salvo che ciascuno “deve voler esserci”.
    Questa ultima scoperta sottolinea che l’idea che si possa insegnare a tutti, che tutti possano accedere a tutto è una idea del…tutto sbagliata e fuorviante.

    Finisco con una citazione dallo stesso Roberto: “Gli occhid el fuori…spaziano incuriositi a destra e a sinistra…”Beh, cari miei, se questa non è una bella definizione dello Sguardo Esterno…

    A presto.
    Silvano

  54. Patrizia Codutii Dice:

    La porta

    È la seconda volta che si parla di “porta”
    Io mi sono descritta come “stante sulla soglia…a sbirciare uno spazio d’altri..”
    Roberto parla di una porta a cui ha bussato e di una porta in cui “si è intrufolato”

    Ma cosa c’è all’interno di questa porta?
    Cosa c’è fuori?

    Il fatto che nella descrizione dell’incontro con teatreducazione si usi “la porta”, presuppone che da qualche parte, in questa percezione, esista anche una “casa”.

    Se c’è una porta deve esserci una casa.

    “…la porta è sicuramente la parte più significativa della casa. La si apre e la si chiude; alla porta si bussa oppure la si può sbarrare. Rappresenta una soglia, un segno di confine.
    Attraversandola per entrare o per uscire, si accede a condizioni diverse dell’esistenza, a un altro stato della coscienza, e ciò perché essa conduce dinanzi a persone diverse e in una diversa atmosfera…” (Algernon Blackwood)

    .

  55. silvano sbarbati Dice:

    @ Tutti

    La porta. Dove c’è una porta c’è una casa.
    Se teatreducazione è “casa”, bisogna guarfare anche al fatto che non tutti possono entrare in “una casa”. Nel senso che per entrare ci vuole un atto di volontà precisa e decisa.
    Il voler esserci di cui parla Roberto e di cui parla – ormai da tempo, mi pare – la stessa Patrizia. La quale, ad onor suo, è stata la prima a porre in evidenza il tema del Dentro/Fuori e dello stare sulla soglia della porta.

    Teatreducazione vive di queste “intuizioni”, e vive nelal ricerca di dar loro la evidenza della consapevolezza.
    Nel senso che lavora per trasformare le intuizioni personale in patrimonio condiviso.
    Da tutti quelli, naturalmente, ripeto, che decidono di “esserci”.

    Silvano

  56. silvano sbarbati Dice:

    @ tutti

    P.S.
    E per favore, che non si dica o scriva più, che è una questione di saper scrivere “bene” quella che ci fa essere nel blog , qui in questo che sappiamo essere diventato un Terzo Palcoscenico di teatreducazione.
    Essere in teatreducazione non può essere una questione di…diplomi.
    E’ un voler “esserci” oppure no.

    Con buona pace di “tutti”.

    Silvano

  57. valentina Dice:

    …io voglio scrivere con coscienza…e per questo mi serve tempo, sono impulsiva e irrazionale la maggior parte delle volte, oggi voglio prenderemi tempo per dare un senso diverso a ciò che appongo nero su bianco. Vi leggo.
    A presto

  58. sebastiano Dice:

    per Roberto
    Stavamo discutendo, una mattina a casa tua, e non mi ricordo se tu c’eri, del perché una persona accoglie. La mia opinione era ed è che se una persona accoglie lo fa perché sente il desiderio di essere accolta. Non so se questa possa essere una risposta al tuo aver bussato all porta di Silvano.
    Riguardo al secondo palcoscenico; beh, tutti stiamo cercando, tutti attraveversiamo momenti in cui non ci capiamo un bel nulla. Le stanze nere, abbiamo chiamato questi momenti. Molti cadono e rimangono lì. Attraversarle è necessario, perché dopo viene
    sempre un qualche spiraglio che ci indica l’uscita. Dopo siamo un po’ diversi. Questa ricerca non vuole essere una cosa astratta, ma concretissima, vissuta insieme alle persone, al loro esserci e volerci essere. Per questo è molto più complicata.
    Sebastiano

    per Valentina
    Il ricordo più vivo che ho di Valentina è questo: SETE, scuola estiva, san Urbano. Dimostrazione di lavoro con un secondo anno. Tema: Maria Montessori. Musica finale in sottofondo: un’aria di Handel, verdi prati. Il gruppo di attori si allontana verso la campagna. Sebastiano sta in scena con dei lbri in mano. Valentina, tra il pubblico, piange come una fontana. Non ne abbiamo mai parlato. Ecco la fontana delle lacrime; ecco la fontana del parco di Jesi. E ancora le lacrime di Valentina. Sarà un caso?
    Sebastiano

  59. sebastiano Dice:

    Un’altra “suggestione”, direbbero i francesi, per Roberto.
    Noi viviamo gli anni nel tempo di Cronos, il dio lontano, invidioso, che divora i figli. Cronologia viene, appunto, da Crono. E cronologico è il tempo che viviamo. Cioè, anni in successione. Questo tempo divora i nostri anni, letteralmente li ruba. Il rischio che corriamo è sempre quello di sentirci trapassati, superati da qualcun altro. Durante gli spettacoli, la sera – io non riesco a vederli gli spettacoli – mandavo dei messaggini a un mio amico buddista descrivendogli quello che avveniva. Lui era entusiasta e continuava a dirmi che quello che stavamo facendo erano delle cause buone, per noi e per gli altri, malgrado le difficoltà, soprattutto quelle mie, personali, che gli raccontavo. Ad un certo punto mi è venuta questa espressione che lui ha condiviso: forse siamo illuminati proprio in questi momenti; questi momenti in cui non siamo più nel tempo di tutti i giorni, nel tempo che ci divora gli anni, ma in un tempo che è veramente nostro, un tempo in cui noi percepiamo, anche se per brevi momenti, chi siamo veramente, che cosa possiamo fare e dare veramente. Questi momenti sono brevi, irripetibili. Come quando ti nasce un figlio. Desiderare di voler assistere alla nascita di un bambino, sia che sia il tuo, sia che sia quello di altri, non è forse questo vivere un momento irripetibile della nostra vita? Cercarlo? Un momento che riesce a dare senso alla nostra vita?
    Sebastiano

  60. Federico Dice:

    Leggendo Roberto mi intenerisco perché mi fa ripercorrere la strada intrapresa uno-due anni fa: la ri-scoperta di se stessi.
    Potrei associare questa ri-scoperta come il varcare questa porta.
    Questo sembra essere un punto di partenza comune.

  61. Silvano Sbarbati Dice:

    Gradi centigradi, 38.
    Umidità relativa, alta.
    Vento, assente.
    Teatreducazione, presente.
    “Durante gli spettacoli – io che non riesco a vedere gli spettacoli”.
    Una bella immagine di come si può vivere “un tempo”: durante gli spettacoli-senza vedere gli spettacoli.
    Dunque “durante gli spettacoli” è “il tempo”.
    Non riuscire a vederli è “un tempo”, quello appunto di Sebastiano che, bontà sua sa mandare i messaggi via telefono…

    Mamdo un messaggio a me stesso: EX Novo sta dentro il suo terzo palcoscenico senza occuparsi degli spettacoli.
    Ci occupiamo di altro. Di altro “tempo”; forse di “un tempo” che ci appartiene di più.

    E in questo tempo la…temperatura emotiva è diversa da quella del dopo Invento, no?

    Saluti caldi.

  62. Federico Dice:

    E non solo quella emotiva…

  63. silvano sbarbati Dice:

    @ Tutti

    C’è un’altra linea di ricerca che mi pare debba/possa essere intrapresa.
    Quella del “passaggio generazionale”.
    A Ex Novo, come a Invento, del resto, si è messa in evidenza la problematica dell’affidare ai giovani la gestione del fare progettuale.

    Credo però che “giovane” sia anche qualcuno che si avvicini a teatreducazione, anche se l’età anagrafica non lo fa definire giovane (età superiore a 29 anni…).
    Quindi il passaggio generazionale in realtà significa consegnare ad altri il testimone.
    Ma, nel momento in cui consegno il testimone e le responsabilità connesse ad esso, io rinuncio ad “esserci”? Non credo sia possibile che la funzione “magistrale” possa abdicare a se stessa. Semmai lo facesse è perchè la funzione ha perduto la capacità di essere “magistrale”.

    Del resto, anche, non è che dando competenze o tecniche diverse il maestro consegna se stesso agli allievi.
    E’s empre l’allievo che decidee quando e come e dove fare a meno del maestro, e lo fa sempre e comunque con la decisione di andare da solo: ovvero di intraprendere (nella responsabilità piena) altre strade di ricerca. Pagando prezzi diversi da quelli che pagano gli allievi.

    Queasta premessa mi serve sia per entrare nei ragionamenti di Federico e di Teatro Naturale, sia di Salvatore e dei suoi ragazzi, sia di Roberto e…e?
    Chi è il maestro di Roberto?
    Silvano? No, non ho fatto nulla con e per lui se non facendo cose insieme e per gli altri del gruppo.
    Roberto il benzinaio ha scelto – seguendo una sua intuizione – di “esserci”, aprendo e traguardando la “porta” di teatreducazione.
    Ha deciso lui. E adesso non sta chiedendo tecniche o competenze. Adesso chiede di poterci essere di nuovo, proseguendo la linea di ricerca che gli sembra interessante per lui, adesso.

    Non è automatico che la sua linea di ricerca sia “migliore” o “peggiore” degli altri o di quella di Silvano.
    L’importante è che abbia scelto di fare i conti con una linea di ricerca: ancora non bel delineata, imprecisa, fluttuante…

    Teatro Naturle e Pesceorso (ma anche Valentina e Simone e Lorenzo e Paola per altre strade) sono un insieme di persone che, insieme e individualmente, hanno visttuto esperienze e cercano di “fare” qualcosa con queste esperienze.

    Fino a che, però, non iniziano a sostituire il verbo “fare” con il verbo “essere” queste esperienze saranno mute per loro.
    Volgio dire che le esperienze si superano (nel passaggio generazionali) quando tecnica e competenza non si “fanno” ma “sono”.

    Come? Non lo so. Se lo sapessi non lo direi.
    Se lo dicessi vorrebbe dire che sto dicendo una bugia, a me stesso e agli altri.

    A Invento e a EX novo mi sono sforzato di “esserci”, anche se sembrava che il mio sforzo maggiore fosse quello di “farlo accadere”.
    Questa è la differenza: impalpabile, ma presente ogni giorno, presente. E la sua presenza è testimoniata dal fatto che sono qui a riflettere ,a “restituire” con una urgenza ed una “passione” che non esistevano durante il festival.

    E’ a questo punto che mi sento “eccitato”, perchè è adesso che sento la possibilità di capire meglio, di esercitare uno sguardo allargato sulla realtà dei fatti che abbiamo fatto accadere.

    Spettacoli. Attori. Regia. Fari. Parole. Abbracci. Lacrime…e poi pranzi e cene, apparecchiare sparecchiare, incontrare e scontrarsi…e poi parole e cose dette male e cose dette bene…cose non dette e cose non scritte…pensieri imperfetti.

    Se non si fa questo lavoro, la eccitazione e la passione restano là, a Ex novo, come semi piantati sulla sabbia. Il mare dei giorni successivi li spazza via. Sembravano immortali, quei semi, e lo sembrano se li si ricorda: ah,come era bello, ah che momenti ah che emozioni…ma sono solo e sempre semi, anche quando li riporto alla memoria.
    La pianta non cresce, se rimane seme.

    A presto, a tutti.

    Silvano

  64. lorenzo Dice:

    stavo ragionando da un po sulla parola “delegare”….cosa durante il festival abbiamo “delegato”?….a volte per paura a volta per sfuggire a qualcosa…ma a cosa…e quale paura….ci stavo ragionando anche rispetto ad alcune esperienze passate….
    o al non “delegare” per paura che gli altri non siano all’altezza…questione di fiducia…
    non esplicitero’ ancora le varie lugubrazioni…ma volevo lasciare qui questa domanda….

    a presto
    qua non si muove una foglia…sara’ colpa del caldo….???
    lorenzo

  65. Silvano Sbarbati Dice:

    @ Lorenzo
    1. Abbiamo delegato a te la responsabilità della tecnica
    2. Abbiamo delegato ai conduttori la responsabilità dei laboratori.
    3. Abbiamo delegato ai responsabili la responsabilità.
    4. Abbiamo delegato troppo a nessuno il diritto/dovere di restituire e di riflettere sugli accadimenti e sui nostri modi di leggere gli accadimenti.

    5. Abbiamo delegato troppo il teatro alla teatraliyà.
    6. Abbiamo delegato troppo al punto di tacere a noi stessi che “facevamo” alcune cose senza “pensare a queste cose”.
    7. Stiamo delegando, gli uni agli altri, il dovere di essere teatreducazione nello sforzo – ripeto sforzo – di restituire con la scrittura o la parola ciò che deve essere restituito.
    Se non si restituisce – con sforzo, ripeto – si resta nello stesso punto, si resta fermi, e non c’è consapevolezza, se non quella dei salotti tra teatranti in vacanza o in trattoria o al bar per il dopo spettacolo.
    Se non si restituisce – senza fingere e con sforzo – è puro intrattenimento. Spesso, è aggiungere il vuoto al nulla.

    Il caldo se ne sta andando…

    A presto.

    Silvano

  66. Bruno Dice:

    Riflessioni:

    Oramai è passato un anno, ed è da un anno che Teatro Naturale si è dovuto scontrare con la realtà di dover “sopravvivere” e dover probabilmente cercare una nuova identità. Una maturazione, una presa di coscienza, o forse come dice Silvano, un passaggio tra il “fare” e l’ “essere”. Un anno lentoturbo: lento – i primi sei mesi, in cui non si è fatto nulla di nulla; turbo – da gennaio in poi ci siamo svegliati, dal provare in un parcheggio sotto la pioggia a fare il primo spettacolo interamente ideato e condotto da noi.

    Ora si affaccia il nuovo anno. Curiosa l’adozione di una partizione del tempo prettamente scolastica (Settembre – Giugno).

    Chissà come andrà. Speriamo non sia stavolta turbo-lento..eheh:)

    Riflessioni sono gradite da chiunque:P

    (p.s. non ho riletto, ma va bene cosi’)

    Saluti a tutti

    Bruno – TeatronaturalE

  67. Roberto Freddi Dice:

    Sono appena tornato dalle ferie la temperatura si è leggermente abbassata, proviamo a farla crescere.
    Alcuni giorni prima di ferragosto abbiamo, con Silvano, organizzato un assaggio di laboratorio di scrittura con dei miei vicini e quindi residenti del Savoia Marchetti.
    Hanno partecipato.
    Ci sono stati.
    Ci sono stati per noi perché non hanno potuto dire no e quindi per mio rispetto o ci sono stati perché interessati?
    Sento parlare di eccitazione e passione perché si sente la possibilità di capire meglio.
    Questi sentimenti me li sento sulla pelle, vivissimi. Fin troppo mi dicono in casa.
    Tanta è la voglia di parlare e confrontarmi che vado a coinvolgere “persone” che in cuor mio, credo, non hanno niente a che fare con Teatreducazione.
    E’ giusto coinvolgere se non sono interessate o se non sono coscienti?
    E’ verissimo quello che dice Silvano che per voler esserci ci vuole la voglia, è vero, credo che Teatreducazione è di tutti e per tutti, ma se intuisco che delle persone non sono particolarmente portate o interessate, è giusto provarci con loro? E’ giusto dare loro la possibilità?
    A Ex-Novo tutti avevano un motivo per esserci o perché in dovere verso qualcuno come i miei vicini di casa?
    Saluti da Roberto.

  68. Silvano Sbarbati Dice:

    @ tutti
    Intanto grazie a Bruno per il racconto di teatro naturale. La scansione da “anno scolastico”, il turbo-lento procedere della attività di autogestione senza Aglieco (di questo mi pare si dica…)è comunque uno stimolante argomento (il cui interesse dovrebbe essere altissimo per Salvatore ed i suoi – passaggio generazionale…).

    @ Roberto
    Le sue domande sono moltre centrate e molto centrali.
    Centrate perchè centra il suo problema personale di “esserci” in quello che lui percepisce come teatreducazione a ex novo.
    Centrali perchè testimonia con una partecipazione forte, chiara e attiva il tema/problema del rapporto tra allievo/maestro.
    Quando scrive: è giusto coinvolgere persone etc etc. chiede a lui stesso e a tutti noi: è giusto coinvolgere tutti su tutto? Come si fa a capire che una persona è interessata e un’altra no? Che una persona vorrebbe e che l’altra è forzata?

    Una risposta potrebbe essere nell’andare a guardare, per quello che riguarda proprio Roberto, il “troppo” di cui fa cenno, rispetto alla sua famiglia.
    Che cosa vuol dire che li sente “troppo”? Che esiste una misura giusta per sentire alcune situazioni e che lui adesso è andato … fuori misura?
    Troppo è pur sempre un eccesso.
    Roberto sta “eccedendo”. Ma in che cosa e come e quando rispetto alla sua “casa”. Lui definisce così la sua famiglia.
    E il troppo, per esempio, è forse riferito ad un modo “normale”, “misurato” di sentire le situazioni e le persone che gli apparteneva in passato?
    E questo accadere è un “esserci” in teatreducazione?
    Ofelia Ofelia, caro Lorenzo ed Alessia, può dare risposte a Roberto? Nel senso che, ci può essere – ci deve essere… – un rapporto tra Ofelia Ofelia fatta a ex novo e il sentire di Roberto?

    A presto, aspettando gli altri…

    Silvano

  69. paola Dice:

    Un po’ di tempo fa, qualche mese, ci si chiedeva se teatreducazione fosse o non fosse di e per tutti. Mi ricordo di aver risposto affermativamente in maniera convinta, quasi ad alta voce. Certo, dicevo. Teatreducazione è per tutti.

    Ora: questa risposta nasceva dal fatto che il mio incontro con teatreducazione è stato casuale quanto inaspettato. Trovatami di fronte a delle persone in un contesto ben preciso (Invento 1), queste hanno parlato con me, mi hanno chiesto, mi hanno ascoltato, mi hanno fatto un dono (e quella cosa là è stata tanto spiazzante quanto importante). Infine, se ne sono andate.
    Dopo poco, neanche un mese, mi sono rifatta viva io, scrivendo. Perché, semplicemente, era mio desiderio (necessità?) l’esserci.

    Da questa esperienza nasceva la risposta affermativa alla domanda centrale che ci si poneva, appunto, qualche tempo fa.

    Quello che pensavo era: Teatreducazione è per tutti, nel senso che si propone come modalità, a volte faticosa, a chiunque. Poi se fra quei “tutti” c’è qualcuno che vuole esserci…è chiaro che prima di provare una qualsiasi esperienza non possiamo dire se ci piace o no. Se siamo “interessati” o meno. Se la desideriamo, se ne abbiamo bisogno.

    Oggi, 18/08/2008, quello che penso è sì che teatreducazione sia per tutti e di tutti. Lo direi a voce abbastanza sostenuta. Le motivazioni però si sono modificate nel senso che hanno preso una direzione un po’ diversa, più razionale, forse. Teatreducazione non è certamente un “Lieta Novella” che si porta a chicchessia. Teatreducazione, a mio avviso, è per tutti e di tutti perché si nutre di tutti. Perché cresce con tutti. Con tutti quelli che vogliono esserci (e che contribuiscono in modo sostanziale) ma anche con chi non vuole esserci. Se pensiamo che essere in teatreducazione sia, forse, un particolare comportamento nei confronti dell’altro, si arriva a dire che teatreducazione nasce e cresce nelle relazioni. A causa di queste si mette in crisi e da queste crisi riparte. Se rimane la volontà di esserci, appunto.

    Allora, leggendo Roberto e il suo chiedersi se ha fatto bene o meno a proporre un laboratorio di scrittura, un incontro con teatreducazione, a persone che, in cuor suo, non hanno nulla a che vedere con teatreducazione, mi viene da scrivergli: hai fatto bene nella misura in cui non avevi aspettative nei confronti dei partecipanti.
    E’ stata una serata a suo modo ricca. Intensa nella vivacità della discussione e nella dinamica che il gruppo/non gruppo ha saputo creare. Intensa per le domande che ha saputo suscitarti e che ci stai girando, scrivendo con una rassicurante periodicità.

    Paola

  70. Simone Dice:

    sà, prova. uno due tre, prova. Sà, si sente?
    Sono Simone, teatrante marchigiano, presente ad ex.novo per soli tre giorni, con grande interesse, voglia e soddisfazione.

    Lavorare ad exnovo è stato molto interessante. Silvano è un maestro. STOP. Penso sia tutto qui quello che ho da dire ma…non è Buoneducazione, quindi…

    Penso siano passati un paio di mesi, quasi, da ex -novo. Ho letto il blog fino ai primi di agosto, poi ho lasciato… Per vari motivi: il primo è che la discussione verteva su delle provocazioni, poco interessanti, discusse con toni polemici, circa le differenze – analogie con un festival in cui non sono stato e che quindi non posso analizzare. Secondo motivo: ho delle difficoltà con le restituzioni. In questi tre – quattro anni in cui ho inziato il mio percorso nel teatroeducazione, i momenti di discussione mi hanno sempre appassionato e ci sono sempre entrato nel mezzo senza difficoltà, a volte anche senza conoscere bene i temi trattati. Ora penso che la restituzione diventi troppo spesso un momento in cui l’operatore – artista – spettatore analizzi i fatti, ma, a volte, demagogicamente, parlandosi addosso, sforzandosi di trovare dei sensi dove non esitono, ma esistono i fatti nella loro magnifica insensatezza.

    Oggi mi ha telefonato Silvano, dopo la telefonata ho pestato un merda e quasi sono andato a sbattere con la macchiana. Questo è Teatroeducazione? Senz’altro. Anche un post anonimo lo può diventare. Anche la moglie di Batazzi lo è stata.

    Le restituzioni che faccio durante i laboratori sono importantissime, senza queste non riesco a procedere. Sono rapide, intuitive, a cald, dopo l’esercizio o giornata di lavoro, perchè devono venire dal corpo, non dalla testa. La testa giustifica, il corpo parla. Intervenendo nel blog, scrivendo, avrei sentito che la mia testa sarebbe andata a cercare dei sensi dove oggettivamente non esistono.
    Un fiore che nasce è un fiore che nasce. E’ li il suo mistero, la sua bellezza. Esiste una biologia ma è letteratura volgare.

    Roberto pone gli interrogativi più interessanti. Stop.

    Mi interrogo molto questa sera su cosa sia una restituzione. Forse è la mia persona che non è attaccata al logos, che il ragionamento infastidisce. Da diversi giorni non faccio che ragionare lavorando alla mia tesi di laurea. Forse anche per questo sono così schivo. Con le parole si inventa. Con le stesse parole possiamo confessarci e mentire, scusarci e accusare. Posso dire merda e farlo passare per Teatroeducazione e, ironia, magari lo è davvero.
    Ad exnovo volevo esserci e ci sono stato. con la mia professionalità, le mie emozioni, la mia stanchezza e ,sempre, senza esaltazioni.

    Visto che siamo così bravi con i sensi, ma che senso ha discutere se exnovo sia un progetto o un evento? La gente è scesa nel parco e insieme ci siamo visti !!! E se ci sarà l’opportunità, si rifarà. Uguale? Diverso? Non si sà. Ciò che è importante è che si sia fatto come si è fatto perchè ha funzionato perfettamente !!!
    Personalmente, l’unica cosa che mi interessa riguardo ad Invento, è perchè io non ci fossi. (sapendo bene, ovviamente (ed è qui l’interessante), di non essere nemmeno a conoscenza dell’esistenza di Aite).

    I miei sensi sono pochi, semplici come un fiore che nasce.
    Considerando che il festival è la dimensione che più adoro vivere in questo mestiere e che quindi il lavoro in team mi affascina dico che…
    La sera stessa che sono arrivato ad ex-novo gli obiettivi erano stati tutti raggiunti, la gente era in “piazza”, parlava, vedeva, conosceva tramite il teatro, noi, i bambini e la Roberto’s Family. STOP
    Bellissimo e mai fatto prima: procedere tra operatori teatreducazionando. Ricevere il dono di Silvano è stata una forte emozione, come i bambini che gridavano il mio nome mentre venivo portato fuori dalla scena. Emozioni che ovviamente non sono rimaste li ma che si sono collocate nel mio stomaco e li vivono e crescono silenziose, nel progetto della mia esistenza, senza firma. STOP

  71. Barbara Dice:

    sto leggendo il blog di teatreducazione.
    Dalla settimana di ex novo, ho raccolto commenti sopra commenti dei miei parenti e vicini di casa.
    Chi ha apprezzato, chi preferiva che alcuni temi come quello dell’impiccagione avesereo contenuto la dicitura (adatti ad un publico adulto), chi accusa il comune o la circoscrizione di aver buttato denaro, mentre si sarebbe potuto sistemare meglio il quartiere.
    Personalmente io sono rimasta affascinata dal vostro modo di fare teatro, (confesso che alcuni passaggi ho avuto difficoltà a seguirli, forse per colpa dei microfoni che non c’erano ).
    Mi sono appena bi-diplomata ed avevo intenzione di laurearmi in scienze della formazione, ma da quell’ultima domenica, le cose sono cambiate.
    Vorrei fare l’attrice di teatro, sono quasi sicura che questa sia la mia strada. Amo scrivere, ma credo di adorare ancora di più dare vita ad un personaggio. La vostra associazione fa corsi di teatro? se no, potete indicarmi una buona scuola di teatro a Jesi? Ho sentito parlare di teatrotello, cosa mi suggerite?

  72. silvano sbarbati Dice:

    Grazie per averci letto.
    Puoi dire che il Comune e la Circoscrizione NON HANNO SPESO nemmeno un Euro.
    Tutto è stato pagato dai privati, dalle ditte private e dal lavoro gratuito dell’Associazione Italiana Tweatreducazione.
    Puoi anche dire a questi “economizzatori” di risorse pubbliche, che durante Ex Novo sono state fatte otto iscrizioni di nuovi donatodi di sangue.
    Come è noto donare sangue non è guadagno in Euro…

    Corsi di teatro? Noi ne abbiamo fatti. Forse ne faremo.
    Leggi quando puoi il sito web http://www.teatreducazione.it

    A presto.
    Silvano Sbarbati

  73. lorenzo Dice:

    scrivo qualcosina su alcune considerazioni di simone (ciao belloo..fatti sentire) e su altro…
    1-credo che le provocazioni, anche se polemiche, alimentino cmq in una certa misura il teatreducazione; perche stimolano la reazione..io come sempre reagisco per difesa mia e dei miei ideali…magari troppo a caldo ma ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria o cmq che vive di energia propria; tu hai vissuto ex novo, i ragazzi di monza i due invento e quindi in teoria i blocchi di partenza erano allineati..il loro era un modo di voler capire cosa fosse successo ad ex novo avendo vissuto la fase embrional-teatreducativa della “modalita’ ” festival.
    se nella provocazione polemica nn mi ci ritrovo credo sia sempre utile dirlo e dirlo apertamente, o cmq avendo cura del proprio lavoro svolto.
    le “litigate” a volte aiutano a far aprire lo sguardo!
    2-la difficolta’ della restituzione e’ di molti, mia in primis (all’inizio della mia avventura con l’aite) ora faccio decisamente meno fatica, anzi ne sento la mancanza se non c’e'…
    e’ chiaro che e’ una difficolta’ sia nello scrivere che nel parlarne pero’ se tutto fosse in discesa saremmo a parlare di calcio, motori e donne..
    attenzione poi ai termini: restituzione! non credo sia quella dove l’operatore ci si lustra e scarpe o dove si parli dello spettacolo, anzi siamo esattamente all’opposto…se ne parla sempre meno dello spettacolo e sempre piu di quello che sfugge ai canoni prettamente teatrali. quella e’ la critica teatrale o altri nomi che mi sfuggono….
    e cmq parlare dopo lo spettacolo credo sia una buona partenza, se non ci si parla chiaramente non si arriva da nessuna parte e se ne parla sempre meno, lasciandoci affascinare dal bravo bravissimi…bello bello….siete stati grandi..mi avete emozionato….BASTA! di recente ho assistito all’ennesima riprova di cio’…anche se ci sono le occasioni per dirsi le cose e cercare insieme di capire o di ragionare su vari temi poi ci si perde nell’ADRENALINA POST SPETTACOLO o nel e’ andato tutto bene..ma va bene cosi! credo…
    3-non facciamo l’errore che molti stanno facendo utilizzando le parole a loro piacimento senza conoscere davvero il motore che muove..nn incartapecoriamo i termini (come laboratorio teatrale, etc…ormai parole senza senso) non tutto e’ teatreducazione, teatreducazione esiste da due anni circa…faccio grossa fatica io a parlarne pur essendo parte dell AITE e lavorando con silvano, sebastiano e gli altri…ho sempre paura a definirmi teatreducatore perche’ e’ un peso , una responsabilita’ , un punto di domanda continuo, ma e’ bello stare li a ragionare se stai correndo in linea oppure hai sbagliato strada…ed e’ sempre in divenire; col teatreducazione sto sviluppando un diverso sguardo sul fare teatro e piano piano con il sudore del cambiamento e abbandonando volontariamente certe situazioni “teatrali” porto il teatreducazione sempre piu stretto nella mia mano.
    quindi e’ davvero poco responsabile abusare di teatreducazione: un post anonimo non e’ teatreducazione perche all’aite le cose si dicono e si firmano, ci si guarda negli occhi, si soffre ma si firma, si fanno incazzare le persone ma ci si firma..falliscono i progetti ma non si rinnegano, ci si reinventa, ci si evolve, si vive di provocazioni di consigli e tutto alimenta la discussione per andare avanti…ma occhi negli occhi!
    E gia alcuni hanno preso la parola teatreducazione per usarla nelle rassegne e nel proprio lavoro senza davvero conoscerne il senso….teatreducazione non e’ un esercizio teatrale o una forma mentale. non ne parlo da padrone ma sono pensieri che affaticano giornalmente la mia testa.
    4- non sono d’accordissimo con la restituzione a caldo o cmq non mi fido moltissimo solo della restituzione del corpo senza testa…la testa e’ cmq parte del corpo e va ascoltata, rispettata, perche ci delinea cmq una strada, sara’ compito degli altri essere attenti, averne cura e scoprire che richiesta ci sta facendo la testa e il corpo dell’altro…e non sempre e’ una restituzione il post esercizio, o il post spettacolo, a volte e’ uno scambio di piume di pavone…nn e’ cosi acqua fresca che scorre.
    va fatta ok, ma necessaria anche la restituzione a freddo, o continua. e credo che i fiori nascendo vogliono dirci qualcosa, non sempre da schematizzare ma da scambiare con loro due chiacchiere, parlandogli anche della biologia che li governa per poi perdersi tra i loro petali.
    5-discutere e’ sempre fondamentale, senno’ si commettono gli errori per troppa presunzione…se non avessimo discusso non ci sarebbe stato invento 2 ed ex novo o tantomeno l’AITE..parte tutto da li…chiedersi il perche, chiedersi il tutto..chiedersi perche la gente e’ si scesa nel parco ma perche non tutta, perche non tutti i bambini, perche le incertezze..
    e’ giustissimo chiedersi se exnovo sia un progetto o un evento, sta li in effetti molto del senso..senno’ e’ l’errore del regista ottuso e vanaglorioso: faccio una regia nota, riempo il teatro, la gente e’ venuta, ho incassato, tutti sono contenti e vado via felice..tutto bello, tutto perfetto! nn chiediamoci nulla di piu…
    ad ex novo non credo sia andato tutto perfettamente, anzi, ci sono state molte cose tralasciate.
    e’ importante averlo fatto ma non posso assolutamente dire che e’ stato perfetto! siamo davvero sicuri che CI SIAMO VISTI? io credo che abbiamo provato a vederci poi non ne ho la certezza…alcuni ci hanno visti da lontano, alcuni da vicino, altri li abbiamo guardati dritti negli occhi…altri neppure si sono degnati. ma sono tutti importanti…capire bene il come…ragionarsi se si fara’ uguale, diverso, sbagliato, giusto..con quali persone, per chi, con quale energia….e’ fondamentale chiederselo! molti non se lo chiedono piu, rinchiusi in una meravigliosa gabbia di cristallo, bella da vedere ma fragile da toccare…e chi tocca ha sbagliato, chi tocca ha perso!
    6- le emozioni vanno esternate, scritte, sofferte, condivise, raccontate come i doni teatrali…nessuna certezza…ma parlarne ti avvicina ad un esserci! non parlo solo di simone…ma anche di me…di valentina, sergio e tutti…nessuno escluso.
    questo e’ esserci, diffido delle persone che dicono di esserci e poi non danno segnali, non parlano, non ammettono le proprie debolezze..i bambini vogliono ancora urlare qualche nome, anche i fiori urlano biologia o no.

    corpo, testa, anima e cuore…tutto parla.
    anche io.. non sempre…anzi poco poco..
    pero’ sto cercando di studiare…da apprendista artigiano!

    saluti e beccatevi sta tormenta di parole…scusate!

    LORENZO

  74. Simone Dice:

    Meno male Lorenzo mio!!! Grazie per la sentita risposta. In qualche modo anche la mia è una provocazione.
    Mi piace però capire prima di parlare di qualcosa. Ho notato bene che nell’AITE la restituzione sia una cosa fondamentale, sulla quale si basa molto del suo lavoro. E’ per questo che vorrei entrare nel discorso (anche se forse solo io ne ho bisogno qui, se fosse fatemi sapere…).
    E’ vero quello che dici. Io stesso metto costantemente in discussione quello che ho fatto e quello che penso. Non in un contesto di Tetreducazione, ma di crescita personale. Anche nel mio gruppo faccio lo stesso, non per un discorso di Teatreducazione, ma per un discorso di crescita collettiva. Quindi penso che questo sia un processo essenziale, da compiere, da affrontare programmaticamente nel lavoro di un gruppo, innanzitutto per garantire una crescita, indipendentemente dal teatro e dalla educazione. Cosa sia Teatreducazione, chi è il suo operatore, chi ne fruisce, dove parte e dove arriva…sicuramente è un processo che non si affronta con la chiusura, senza il confronto.
    Abbiamo dei punti fermi? forse un punto fermo è che non ci sono punti fermi. Ok. ma Allora quando si inizia un progetto, da dove si parte? Forse un processo di crescita è al centro? Un percorso cognitivo? Forse è qui che vertono le discussione aperte? L’Altro è un processo fondamentale nel teatro educazione (non so più come scriverlo), questo è indubbio.
    E’ molto bello che si discuta tenacemente sul perchè di quello che si fa. Questa è democrazia, ragazzi, micaa giuggiole!!!
    Una cosa ho da aggiungere: si è detto di alcune cose che non sono andate a ex-novo. Perchè in questo blog, non ne è venuta fuori una? A quanto mi risulta, in questo intervento tuo, lorenzo, sono venuti fuori i primi segnali: CI SIAMO VERAMENTE VISTI tu dici…effettivamente se ne può parlare. Perchè la gente non è scesa tutta?Come sono andati i sondaggi che abbiamo fatto (forse è scritto in qualche parte del blog che non ho raggiunto!!!)?

    Mi sono dimenticato di abbracciare tutti la scorsa volta…lo faccio adesso!

    SIMone

  75. silvano sbarbati Dice:

    Grazie a Lorenzo e a tutti quelli che fanno la restituzione.
    Rispondo, nello sforzo di essere efficace e comprensibile.

    1.
    Le cose che “non sono andate bene” a Ex Novo. Perchè nel blog non se ne cita nemmeno una. Giusto. Eravamo in attesa…ma una cosa non va bene, percepibilmente: il fatto che la restituzione non sia diventata bisogno/lavoro di tutti quelli che hanno dato lavoro di animazione. Questa è la “cosa” più significativa che non è andata bene e che “non va” ancora bene, come sottolinea Simone sollecitato da Lorenzo.

    2.
    Teatreducazione si scrive teatreducazione. E’ un lemma di genere neutro (nè maschile nè femminile) proprio perchè si vuole segnalare che il teatro non sovramonta l’educazione e viceversa.

    3.
    Restituzione è processo essenziale: vuol dire che è l’essenza di ciò che vorremmo fare. Ben detto. Farla sempre e comunque non è solo una questione di democrazia partecipativa. Si tratta di prendere atto che senza riflezzione (specchio…) su ciò che si vive non si vive con piena consapevolezza. Qui il cognitivo, direbbe Simone, ci sta tutto. Del resto:
    - provate a parlare senza corpo
    - priovate a usare il linguaggio del corpo senza corpo
    - provate a scvrivere senza corpo
    per dire che questa storia della patrola, del logos che è luogo della possibile menzogna è una pura menzogna. Per far finta che solo il corpo esprime la verità. In realtà tutto è corporeità, noi siamo immersi nella corporeità.

    4.
    Riflettere tutto questo diventa essenziale. Senza di essa riflessione il lavoro è monco, imcompiuto.

    5.
    Da dove si parte quando si inizia un lavoro? La risposta teatreducazione l’ha trovata: nel PRIMO PALCOSCENICO (vedi sito).
    Come si vive un lavoro? Nel SECONDO PALCOSCENICO.
    Il TERZO PALCOSCENICO è restituzione.

    6.
    Ci siamo veramente visti? Mh, credo che tu e Lorenzo intendiate non il vedere percettivo, ma il vedere della consapevolezza. Il vedere l’Altro, i luoghi degli Altri, gli Altri come tali…etc etc. Una bella dlomanda. Cognitiva? Beh, non sono anche le cosiddette emozioni “cognizioni” e conoscenza?

    7.
    NOn sei il solo che ha bisogno di “entrare nel discorso”. Ma è ancher vero che non tutti lo sono allo stesso modo. Teatreducazione cerca di rispettare i tempi ed i modi di tutti. Ma è chiaro che bisogna comunque dare “segnali”.
    Il dono che ti ho fatto era ubn segnale, che “segnava” il mio vederti…Il dono per questo ha bisogno di essere restituito. Non si possono accampare scuse, soprattutto verso se stessi e la presunta crescita individuale,. Nessuno cresce “da solo”. Si fa da soli il lavoro, ma è con gli altri, insieme con gli altri che il lavoro prende significato…
    Sono stato chiaro? Nessuno ha diritto a dire teatreducazione se non pratica teatreducazione, soprattutto attraverso le restituzioni. Verbali, gestuali, scritte: ma che siano restituzioni, che appaiano agli altri, che siano visibili agli altri. Altrimenti altro che “democrazia partecipata”, altrimenti si realizza una finzione collettiva, questa sì una “menzogna” reale.

    Per ora finisco qui. Aspetto gli altri, ricordando che la parola aspetto ha la stessa desinenza di rispetto…a buon intenditore poche parole…?
    Io aspetto. Teatreducazione no.

    Silvano Sbarbati

  76. silvano sbarbati Dice:

    Riflezzione era riflessione…refuso di velocità…

  77. Roberto Freddi Dice:

    La cosa che più non è andata bene, dal mio punto di vista di cittadino e residente, è la mancata presenza della presunta consulta del quartiere. Neve nel deserto. All’inizio si buttavano qua e la fregnacce varie, poi quando finalmente si era trovata una strada da 10 siamo rimasti in 5, poi in 3 dopo 2 infine…….io.
    Non mi è pesato dal punto di vista dell’impegno, tutto quello che ho fatto lo rifarei oggi stesso, ma mi sono sentito “abbandonato” dalle istituzioni, dai quei residenti del quartiere che si sono dileguati, senza peraltro farsi mai vedere neanche una sera durante l’evento exnovo. Senza parole.
    Tutte le altre “pecche” credo che sono state dovute dal poco tempo a disposizione per preparare il tutto.

    Le restituzioni, non vorrei che la storia della consulta si ripresenti questa volta con teatreducazione, capisco per primo quanto sia difficile scrivere però se lo faccio io …. Si ritorna alle solite basta volerlo o come avevo scritto poco tempo fa e forse non recepito
    “A Ex-Novo tutti avevano un motivo per esserci o perché in dovere verso qualcuno come i miei vicini di casa? “

    Ieri sera quando ho smesso di lavorare sono passato al parco, mia moglie mi aspetta li.
    Premetto che era serata di Ludobus ma quando sono arrivato io erano andati via.
    Questa la situazione appena sono arrivato.
    Mia figlia Elisa(5 anni) con altre bimbe giocavano dove era il palcoscenico principale di exnovo, davanti alla cabina dell’enel, a Veline con tanto di stacchetto musicale e balletto di ogni singola aspirante velina.
    Poco più in la solita partita di calcio. Questa volta non più Italia contro Resto del Mondo ma colori di pelle misto. Non male ma non è tutto perché a guardare la partita cerano un gruppetto, 3 mamme credo, di mussulmane con tanto di velo. Mai visto tre donne di quella etnia fuori di casa e per di più nel parco.
    Dislocate qua e la vari gruppetti di genitori che fanno capannello parlando del più e del meno con occhio vigile ai bimbi che giocano nell’altalena e scivoli.
    Solito gruppo adolescenziale al lato del parco.
    Ah quanto mi sarebbe piaciuto che qualche sapientone del palazzo avesse visto la scena della partita di calcio con le mamme. In quella scena c’era di tutto dalla cultura all’integrazione, dalla voglia di vivere alla voglia di giocare.
    Quello che più conta è che la ventata di aria che exnovo ha portato nel quartiere è ancora viva, come è ancora vivo il ricordo di tutti voi nei partecipanti. Qualcosa di buono dunque è stato fatto, cerchiamo di alimentare questo vento che può spazzare via tanti disagi nel quartiere e in noi.

    Vi aspetto, Roberto

  78. silvano sbarbati Dice:

    Eccoci qua.
    Roberto porta ancora temi da discutere.
    Certo sono temi di teatreducazione.
    Non facciano finta, gli animatori, gli operatori teatrali, i teatranti, i drammatutghi, i terapisti teatraki, i registi e cte ct. che le questioni poste in essere da Roberto riguardino soltanto lui.

    Lui parla di abbandono della partecipazione.
    Parla di abbandono delle istituzioni.
    Parla di visioni di integrazione sociale.
    Se questi temi – propri del PRIMO PALCOSCENICO di teatreducazione- NON SAPPIAMO prenderli in carico, beh, è meglio starsene a casa a guardare la televisione, oppure fingere di essere consapevoli operatori…di …di….di.

    Sottolineo che questi temi li suggerisce e li apre alla discussione Roberto, che tra noi è quello più “fuori”.
    Vuol dire che questi temi ci riguardano molto di più di quanto noi pensiamo o di quanto imamginiamo.

    Far finta che la restituzione sia un surplus letterario?
    Roberto ci insegna che non lo è.
    Guai, quindi, a chi gioca all’assenza, gioca a “non esserci”.
    Non solo non sta in teatreduicazione – e questa è faccenda interna…- ma non sta neanche nella realtà sociale cui vorrebbe dare contributi “animativi”.

    Roberto deve capire che non deve sentirsi “abbandonato”.
    Da principio questo sentiamo, come primo sentimento.
    Poi, se ci si riflette, si scopre che è proprio chi sceglie di non esserci, è poprio questa persona l’abbandonata.

    Mi piace che lui finisca il suo intervento citando il vento.
    Vento/invento: ricorda qualche cosa che è stato fatto altrove e che ancora soffia.

    ( E’ difficile scrivere? Avete mai provato a saldare l’alluminio? O a tagliare un abito? Non scrivere, per chi sta o vorrebbe stare in teatredeucazione (ma anche non parlare/discutere) è come se un operaio metalmeccanico non sapesse/volesse toccare metalli. Fate voi).

    Silvano Sbarbati

  79. Barbara Dice:

    Il Signor Roberto, si è sentito abbandonato perchè la consulta di quartiere ha provveduto solo a dirigere, non ad organizzare.
    Nessuno ha chiesto ai cittadini del quartiere chi fosse disposto a dare una mano, si è pensato più ad apparire piuttosto che a rendere agevole la riuscita dell’evento.
    Mi auguro che la prossima volta si riesca a fare meglio.
    Nel frattempo le cose si sono evolute, la scena vista da Roberto la vedo tutti i pomeriggi anche io.
    L’ex-novo è servito a far prendere coscenza che il colore della pelle non è un problema, e che il parco non è un luogo pericoloso dove stare.
    E NON E’ POCO

  80. valentina Dice:

    Eccoci.
    Inutile dire che le parole di Silvano, di Roberto e di molti altri di voi, mi hanno fatto in un certo senso sentire in debito, anche non volendo farlo…credo!
    Io sono quella che nei “cerchi parlanti”, quando ci si presenta, diventa rossa, parla a mezza bocca e non sa essere reale in quello che fa. Ma questo non è un cerchio di presentazione…o forse si…comunque!
    Ho voluto iniziare così il mio intervento, per approcciarmi un pò alle cose che direttamente mi sono state chieste, perchè Sebastiano come regista/maestro io preferisco;perchè la regia della Famiglia Batazzi…e poi il parallelismo lacrime/fontana.
    Uff quante cose da dire.

    Inizio col rispondere alle domande:
    Perchè Sebastiano come regista/maestro?

    Perchè speravo, e in cuor mio sapevo o perchè non prevedevo, che sarebbe stato in grado di leggere il testo scritto per me, sotto la stessa ottica con la quale l’ho letto io.
    Perchè Sebastiano dice: “Accidenti è un lavoro duro”! Perchè è capace di portare la sua poetica dentro le persone e allo stesso modo è capace di tirare fuori la poesia che ognuno ha dentro, insomma sa educare facendo e tirando fuori da bravo maestro di teatreducazione. Perchè c’è il bisogno di andare affondo nelle cose e sviscerare il dolore se ce n’è, per trasformarlo in libertà d’espressione, perchè il vero teatreducazione si fa sempre o quasi sempre in contesti abbastanza segnati dal limite dell’esserci.
    Sapevo che insieme ci saremmo presi cura delle parole o semplicemente, ci saremmo presi cura, magari l’uno dell’altro.
    Semplicemente per la voglia di fare un dono.

    @Sebastiano
    Che cos’è che resta? Cosa resta se non un uomo con dei libri in mano? Consolare! E resta ancora molto di più!

    Poi:
    Perchè la reigia della Ferramenta Batazzi? Perchè in quel modo?
    èh èh…
    partiamo dal presupposto che io non amo subire i testi, io amo mischiarmici.
    Segno e simbolo mi sono stati d’aiuto, o meglio li ho scelti come comunicazione.
    Il testo scritto da Silvano, avrebbe potuto essere consegnato così com’era nelle mani di Nicola B.
    Ma allora perchè la messa in scena? Forse per dare più peso al messaggio? E allora ecco la necessità del segno.
    No so se mi sono spiegata.
    Ma Nicola e famiglia…avranno più portato la loro mente a quella sera? Vorrei chiederlo loro.

    In generale, esserci, in un contesto come quello di EXNOVO, significa realmente l’essere stati li, e aver provato e forse essere riusciti a dare quello che il parco in qualche modo chiedeva, quello di cui forse c’era più bisogno, abbandonanado anche a volte alcuni obbiettivi etici prefissatici.
    Ma io credo che teatreducazione sia anche questo, ossia l’aggiustare il tiro a seconda del vento…che torna a spazzare le nuvole!
    Teatreducazione come mallabilità e disponibilità di fare anche se inizialmente i propri obbiettivi erano lontani da quello che poi in realtà si è fatto. Fare per poi discutere e capire si che cosa si è portato all’esterno, ma anche cosa ci si è portati a casa, che sono poi le cose credo, che aumentano la nostra duttilità nel saper portare.

    Scusate il ritardo
    A presto Vale

  81. valentina Dice:

    @ Federico che non conosco
    Cosa è stato per te INVENTO? Io non l’ho mai vissuto, ho solo vissuto ex novo! Cerchiamo una comunicazione in merito a questo, così da poter meglio capire entrambi alcune cose e magari favorire uno scambio…

    Valentina

  82. Roberto Freddi Dice:

    Mi sono sentito abbandonato perchè la consulta non esiste.
    Esiste invece un cittadino che aveva piacere vedere quello che ho descritto nell’ultimo intervento. Esiste un cittadino che aveva voglia di vedere adulti e bambini conoscersi, vedersi e frequentare lo stesso ambiente.
    Quello che io invece ho fatto per exnovo e quello che ripeto rifarei oggi stesso è accogliere 25 persone, fino a quei giorni a me estranei, dentro casa mia tutti i giorni a cena a volte a pranzo e durante il giorno per riflessioni e prove del gruppo. Non credo propio che io abbia voluto apparire a nessuno cara Barbara.

    Dare una mano, vuol dire aiutare, collaborare. Se tu cittadino del quartiere vedi, credi che ci sia bisogno puoi farti avanti non c’è bisogno che si vada a bussare alle porte per chiedere. Bastano piccoli accorgimenti: raccogliere cartecce, aiutare con le sedie, offrire un bicchiere d’acqua chiedere se occorre qualcosa o che altro.
    Adesso Barbara serve il tuo aiuto e l’aiuto dei cittadini del quartiere, non c’è bisogno di criticare c’è bisogno se ne abbiamo voglia di progettare qualcosa per il venire, questo serve per fare meglio. Serve quello che stai facendo tu farsi avanti, non aspettare le care e belle istituzioni mia cara perchè, stò imparando, con quelle non si va avanti, è facile salire sul treno quando è avviato e fare bella figura mostrandosi con chi suda.

    Mi fa piacere che anche tu veda quello che purtroppo non frequentando tanto il parco ho visto solamente mercoledi, spero che oltre che prendere coscienza che il colore della pelle non è un problema pian piano nel quartiere scenda anche un pochino lo stato di rabbia che trasuda in tutti .

    Un saluto Roberto

  83. valentina Dice:

    @ Robrto e Silvano

    E organizzare una piccol visita al parco?
    Si poterbbe strutturare in due momenti pomeriggio gioco e discussione con adulti e bimbi e sera magari regalare ancora un pò di teatro!
    Magari troviamo ritorni che a caldo non sono possibili!!
    Non lo so è un’idea strampalata ma forse utile.

    Vale

  84. sebastiano Dice:

    Non credo che Barbara facesse riferimento a Roberto, sarebbe molto ben strano. Probabilmente faceva riferimento a qualcun altro. L’idea di Valentina non è per nulla male, richiederebbe una progettazione in itinere, per usare una brutta parola scolastica. Io, abitando a Monza, una mano non ve la posso dare. Per il resto leggo e dopo lascio qualche commento. Buon ritorno
    Sebastiano

  85. sebastiano Dice:

    UNA SPECIE DI RIASSUNTO,
    per qualche punto fermo. Ma in realtà i punti fermi sono tanti. Perché non si dica ancora che teatreducazione non ha punti fermi. Più che punti, mi sembrano chiodi. E chi ha fatto il corso di scrittura con Silvano conosce il significato dei chiodi. “Ecco, c’erano questi chiodi”.

    Il vero teatreducazione si fa sempre o quasi sempre in contesti abbastanza segnati dal limite dell’esserci.

    Insieme prendersi cura delle parole o semplicemente, prendersi cura, magari l’uno dell’altro.

    La voglia semplice di farsi un dono

    Non subire i testi ma mischiarcisi

    Cogliere i segni dei testi. Se no, allora, perché la messinscena?

    Teatreducazione è anche l’aggiustare il tiro a seconda del vento…che torna a spazzare le nuvole

    Teatreducazione come malleabilità e disponibilità di fare anche se inizialmente i propri obiettivi erano lontani da quello che poi in realtà si è fatto.

    Fare per poi discutere e capire sì che cosa si è portato all’esterno, ma anche cosa ci si è portati a casa, che sono poi le cose credo, che aumentano la nostra duttilità nel saper portare

    Teatreducazione è sapersi vedere

    Teatreducazione non è il cognitivo da una parte (il cervello) e il corpo dall’altra parte ( le sensazioni)

    Teatreducazione è … un punto fermo

    Teatreducazione è presenza e riconoscimento di maestri

    Teatreducazione è restituzione dei vissuti e delle esperienze. A teatro, nel dopo, si fa solo la critica teatrale

    Teatreducazione non è “bravi, bravi, mi avete emozionato”. Cioè l’emozione non è esperienza solo dei sensi

    Teratreducazione è sentirsi una responsabilità

    Teatreducazione è capire il senso e l’uso delle parole

    Teatreducazione è avere il coraggio di guardarsi negli occhi

    Teatreducazione non e’ un esercizio teatrale o una forma mentale. Non se ne parla da padroni; sono pensieri che affaticano giornalmente la testa

    Nel teatreducazione la restituzione sono lavori in corso. Non è solo a caldo né solo a freddo

    Teatreducazione è un progetto che si concretizza in un evento

    Teatreducazione è un dono che si offre a tutti. Ma non è per tutti

    Teatreducazione cresce nelle relazioni

    Teatreducazione non delega, si fa carico

    Teatreducazione non è saper scrivere bene. Esserci, anche nella forma di una scrittura inesperta e sincopata, che sia espressione di un volerci essere, è meglio della pagina bianca

    Teatreducazione cerca di trasformare le intuizioni personali in patrimonio condiviso

    Teatreducazione è una porta socchiusa che permette di sbirciare

    Nel teatreducazione non c’è differenza tra forma e contenuto

    Teatreducazione è anche studio. Non sui libri accademici, necessariamente, ma nel libro vivo che ci attraversa Letteralmente, liber è una parte interna della corteccia dell’albero: cioè una creatura viva

    Teatreducazione è un “grazie” dal profondo

  86. valentina Dice:

    …dove credo fermamente che la “responsabilità” sia lontana anni luce dall’ansia di prestazione, ma che sia fortemente più radicata in noi stessi.
    Responsabilità è consapevolezza.

  87. Barbara Dice:

    Roberto mi dispiace che lei abbia visto nel mio discorso un’accusa verso di lei.
    Proprio non è così, semmai verso chi decide, poi non partecipa, e non era certo lei.
    Mi dice che i cittadini dovevano partecipare raccogliendo cartacce o chiedendo se c’era bisogno di qualcosa.
    Personalmente lo faccio spesso e sgrido anche chi vedo che sporca o rompe qualcosa.
    I cittadini dovevano essere fatti più partecipi dell’evento, non solo come spettatori, ma anche come attori per far funzionare meglio le cose.
    L’organizzazione non ha chiesto un aiuto, e spesso non si sà se farebbe piacere che si aiutasse o sembra solo volersi intromettere in qualcosa che ha già una sua organizzazione.
    Io la prossima volta chiederei a chi volesse di dare una mano, visto mai che a sorpresa molti parteciperebbero?
    Quando il quartiere partecipa, ci si coinvolge tutti, perchè la cosa è di tutti.
    scusatemi se non siete daccordo

  88. Silvano Sbarbati Dice:

    @ Barbara e Roberto

    E infatti, forti della esperienza, abbiamo spedito come associazione aite una lettera a tutti i genitori che hanno aderito ai laboratori, dicendo loro che siamo disponibili ad un incontro per dare seguito a ciò che è nato.
    E infatti, abbiamo spedito una relazione finale alle istituzioni (assessorati diversi e circoscrizion Est) chiedendo un incontro propedeutico al seguito di Ex Novo.

    Non si tratta solo di “dare una mano”: ma di partecipare al progetto per l’anno futuro, eventualmente. Ex novo è di tutti, giustamente.
    E credo che Roberto volesse esprimere una sua amarezza nel vedere che all’inizio si era in molti, poi è rimasto solo. Io non mi meraviglio più di tanto.

    L’organizzazione non ha chiesto aiuto perchè – quando si è in corsa – non è facile nè produttivo farlo. Ma abbiamo parlato con i genitori e con la gente, abbiamo anche organizzato dei laboratori improvvisati per genitori. Era solo la prima volta di una idea che ha avuto pochissimo tempo per essere realizzata.

    Chiedere aiuto, chiedere collaborazione è già di per sè un progetto.

    Adesso vedremo che risposte si avranno.
    L’associazione italiana teatreducazione è in via Molise 13, nel quartiere…

    Silvano Sbarbati

  89. Federico Dice:

    Uhm. Da dove inizio? Da una domanda.
    Ma cosa ci faccio qui?
    Ora me lo chiedo, grazie (o per colpa di) Simone. Che alla fine della fiera ha utilizzato la stessa arma che ho cercato di utilizzare io, ma invano. L’altro giorno, appena ho letto ciò che aveva scritto… mi sono detto: “ma che c’azzecca questo?”. Voglio dire… nonostante le numerose “rassicurazioni” di Silvano & dintorni, arriva il primo pistolero e mi butta dietro l’angolo. E’ inutile parlare di questo, è inutile chiedersi quello, toni polemici disgustosi… Dunque questo pistolero del far west mi ha fatto pensare a quale può essere stata finora la mia utilità qui dentro.
    Ma cosa ci faccio qui? Si tratta di un gioco o di un lavoro?
    Il gioco può essere costruttivo, come i mattoncini lego. Faccio e disfo. Con il gioco imparo i colori, i numeri, le lettere…
    Poi ci sono giochi poco seri, poco raccomandabili. Giocare col fuoco, come una volta ho fatto (e rischiando seriamente di incendiare l’intera casa).
    Lavoro. Uhm. Il maestro Sebastiano e il maestro Silvano sono lavoratori qui. Questo fa parte della loro carriera di educatori. Tutto questo rappresenta per loro un’esperienza formativa, in primis sono loro che osservano e imparano.
    Ma il lavoro richiede impegno, attenzione e presenza… oltre a puntualità e costanza… La presenza è l’esserci di cui si parla.
    Personalmente non rispondo a tali canoni, non essendo costantemente parte attiva. Quindi per me non è un lavoro, perché se lo fosse… non sarei una persona seria.
    Quindi questo blog, tutto l’insieme di quello che ho potuto vivere in questa cerchia teatreducativa, per me rappresenta un gioco.
    E mi piace che possa permettermi di tenerlo tale, di non dovermi forzare a sentirmi obbligato (per carità, lo so… nessuno qui mi tiene al guinzaglio!). Posso essere “serio” pur non comportandomi da tale, e probabilmente potrei divertirmi di più.

    Ho violato le regole del gioco. Non ho parlato quando avrei dovuto farlo. Teatreducazione è contro il non detto. Ma chi conosce la mia impulsività, deve aver pregato ed essersi fatto bene il segno della croce.
    Sicuro di essere in un gioco, non tremo per il possibile licenziamento.

    Federico de Fabrizi

  90. silvano sbarbati Dice:

    @ Federico
    Trema per la possibile assunzione di responsabilità.
    Trema per la probabile crescita della tua personale consapevolezza.

    Questo non è un gioco in cui si imparano i numeri e le lettere.
    Già – come fai tu – porsi il problema della differenza tra gioco e lavoro è di fatto un “lavoro”. Tra virgolette per distinguirlo dal mestiere che si fa tutti i giorni per alimentarsi e scaldarsi.

    Quindi, caro Federico, tu stai “lavorando” e non puoi fare finta del contrario.

    Grazie e a presto.

    Silvano

  91. valentina Dice:

    @ Federico

    Tu hai mai visto giocare un bambino?
    Qundo un bambino ti chiede di fare la guerra, si incazza se non la giochi bene, se non rispetti alcune regole base, se non ti mette in gioco fino alla fine.
    Questo per dire che in un campo come quello del teatreducazione, io non vedo molta differenza tra quello che può essere definito gioco e quello che può essere definito lavoro, o meglio è un lavoro che si fa, giocando bene, e un gioco fatto bene richiede di certo un lavoro dietro.
    Ammetterlo poi è tutto un altro paio di maniche.
    Valentina

  92. lorenzo Dice:

    nn so se credere piu a questa storia dei bambini che giocano…certo e’ quella la partenza..pero’ poi oltre quella c’e’ il terzo palcoscenico che deve rompere le reticenze, le maschere..il giocare diventa davvero lavoro, impegno…presenza.l’esserci!!

    nn difendiamoci piu dietro al giocare davvero…perche poi non lo si fa fino in fondo, se ne parla ma poi ci si nasconde…
    nn e’ facile, per niente…e’ faticosissimo anzi….e’ dannatamente faticoso e destabilizzante. ma va fatto….senno’ siamo merce di passaggio, intercambiabile, senza meta’, senza mestiere, senza lavoro…e il nostro compito e’ invece quello di proseguire, lasciare segni o disegni senza fine, che vanno continuati nel tempo….aggiunte tele, aggiunti colori, aggiunte sfumature…studiare, parlarne, approfondire cromatismi e forza espressiva….insegnare a dipingere, e imparare a dipingere…con testa, corpo, tutto, 1°-2°-3° palcoscenico…non solo giocare quindi! nn siamo bambini, sarebbe semplice ridiventarlo…troppo facile…SONO SPARTANO! io combatto!

    buonanotte a tutti i parlanti e ai leggenti, nn rileggo ormai per scrupolo letterario, come scrittura non creativa…
    lorenzo

  93. Silvano Sbarbati Dice:

    Ricordo a tutti che sul gioco è stato scritto un libro, direi fondamentale, da Huizinga, Homo Ludens, che rivaluta il gioco ma…con le dovute eccezioni. Andare a leggere, se interessa.
    Per dire che il gioco non riguarda solo il bambino.

    In teatreducazione il gioco diventa lavoro se c’è terzo palcoscenico.
    In teatreducazione il lavoro diventa gioco se c’è il primo ed il secondo palcoscenico.

    Gioco e lavoro insieme sono “lavoro”. Catalizzati dalla consapevolezza.

    E se… non si legge non si scrive non si parla non si interpreta non si sente senza comunicarli agli altri, beh…non si gioca nè si lavora. Appare chiaro.

  94. valentina Dice:

    @ Lorenzo
    …hai ragione, infatti io ad esempio, non ho mai detto che il teatreducazione sia un gioco e nemmeno che il lavoro del teatreducazione lo sia.
    Ho detto che sono molto correlato questo si e che si appartengono, ma nulla di più.

    @ Silvano
    …e infatti siamo qui per questo no?

  95. Federico Dice:

    Cito testuali parole:
    “In teatreducazione il lavoro diventa gioco se c’è il primo ed il secondo palcoscenico.”
    Ebbene, scommetto che sia a inVento che a Ex-Novo ci siano stati teatranti che, come me, erano lì senza saperne realmente il perché, senza nemmeno sfiorare l’ottica di quelli che erano gli “obiettivi”. Intendo dire che, soprattutto nel 2006, ho partecipato (dopo essere stato spinto a calci da mia madre) per vivere un’esperienzella diversa dal solito. Tutto qui: vai lì, ti diverti, baci e abbracci, foto e video e morta lì. In questo senso il gioco.
    Persone come Sebastiano, il maestro Sbaffi, Maurizio, Bruno “orco Tallino”… anche se potevano essere scettici su quello che poteva accadere, erano lì con aspettative e prospettive diverse. In questo senso il lavoro.
    Non il “gioco” per forza al bambino, non il “lavoro” per forza al grande.
    Ma sta di fatto che vivere nel primo, ma soprattutto nel secondo palcoscenico, è più divertente… ed il lavoro svolto da tutti i teatranti (con le ore che volavano via con il vento) è stato percepito come un momento di gioco produttivo, un “lavoro”.

    “In teatreducazione il gioco diventa lavoro se c’è terzo palcoscenico.”
    E’ qui che nasce lo spauracchio. Non credo che si tratti solo di passività mentale. Qui si fa sul serio. Le confessioni, i contorsionismi, questi ragionamenti atipici per chi ama giocare… rendono tutto molto meno divertente.
    Come viene assimilata un’esperienza del genere? E’ necessario salire sul terzo palcoscenico per portarsi con sè il ricordo degli altri due? Ognuno ha dei propri conti in sospeso? E cosa gliene può fregare di salire sul terzo palcoscenico a chi non ha conti in sospeso? O a chi non intende far sul serio? O a chi semplicemente non piace questo lavoro… o questo nuovo gioco?
    Questo benedetto… o maledetto palcoscenico si può recintare come si è tentato con la luce?

    Credo che queste due affermazioni del maestro Silvano, per quanto possano sembrare scontate, sono molto affermative.
    Non so se l’ordine con cui le ha dette sia importante.
    Prima il terzo palcoscenico, poi gli altri due. Un’ordine di importanza. Prima il dovere e poi il piacere.
    O forse niente di tutto questo.

  96. Silvano Sbarbati Dice:

    @ Quelli che…
    Primo, secondo, terzo. Ordine di successione.
    Vado per rozza sintesi:
    Primo palcoscenico è il momento in cui si pensa al “perchè” si farà quello che si pensa di fare.
    Secondo palcoscenico è il momento in cui si agisce, si fanno le scelte necessarie a far accadere ciò che si è pensato.
    Terzo palcoscenico è il momento in cui si riflette sul primo e sul secondo…
    Certo, è tipico del terzo palcoscenico essere implacabile, duro, faticosamente in ricerca. Senza lo “sforzo” di restituire non si riuscirà mai a capire e a comunicare agli altri il valore del primo e del secondo palcoscenico.

    Federico si chiede se è possibile fare a meno del terzo palcoscenico?
    Ma non si accorge che se ne fa spesso “volentieri” a meno?
    Non si accorge che il terzo palcoscenico è quello meno appetibile, che piace a pochi, che pochi vogliono praticare.
    Ma che in fondo, però, “fa luce” sugli altri due palcoscenici.

    Chi ha conti in sospeso? Chi non ha conti in sospeso?
    Io chiedo: chi può saperlo se non attraverso il Terzo Palcoscenico?

    Come vedete, gioco/lavoro si toccano sempre.
    Basta prenderne consapevolezza.

    Siamo qui per questo, no Valentina?

    Silvano

  97. Anonimo Dice:

    Insomma, questa suddivisione dei tre palcoscenici costituisce la lente di ingrandimento su un corpo unico. Porgettare, realizzare, verificare, detto in termini vecchi, che probabilmente non corrispondono pienamente, ma tanto per capirci. Il problema è che, come detto in altra occasione, sempre rispondendo a Federico, non esiste alcuna differenza tra forma e contenuto: ambedue sono gli elementi che costituiscono un corpo. Il punto, mi sembra, sia piuttosto questa enorme difficoltà ad accettare che alla realizzazione, diciamo, segui una verifica. Uso verifica apopsta. Nel senso che, a mio avviso, viviamo un’epoca in cui la paroal verifica è diventata uno spauracchio epocale: vedi la scuola, vedi i piani di ristrutturazione aziendale, etc… verifica fa venire la paura del doversi sentire per forza all’altezza, altrimenti si è giudicati. Quindi, di cosneguenza, la verifica non serve a niente. Anch’io sono convinto che verifica, per come la si intende adesso, non serva a niente. Ma se ci limitiamo al contesto del teatreducazione, noi abbiamo trasformato questa parola ( e trasformare le paroel vuol dire anche trasformare le cose che le parole dicono se è vero che non c’è differenza tra forma e contemnuto) in terzo palcoscenico. Che vuol dire quello che ci stiamo ripetendo da qualche anno e che è così difficile da accettare. Ora, a proposito di Federico, io credo che lui soffra di alcune cose: non aver partecipato corpo e anima, cioè aver saltato la fase del fare (Ex novo in questo caso). Questo fa sì che egli senta un certa contraddizione tra le parole che si dicono, che dice, e il secondo palcoscenico che non ha vissuto. Ne consegue quindi, una constatazione molto semplice ma importante: che la natura del terzo palcoscenico non è svincolabile dal secondo e che la natura della nostra riflessione, come già detto in altre occasioni è di una natura che la società, e soprattutto la scuola di oggi, probabilmetne non persegue: ciè il legarsi all’esperienza, al fare, senza pensare che essa da sola, possa esaurire la complessità dell’esperienza. Forse poi, Federico, soffre di un’altra cosa; e cioè della mancanza di maestri. Che forse ancora cerca senza saperlo. Ricordo che in questo spazio si parla di Federico come di qualsiasi altra persona che in qualche modo sia stata coinvolta in teatreducazione non per fare la televisione del doloreo o del buonismo, ma semplicemente perché ci si prende cura, in qualche modo. E questo è al di là del tempo e dello spazio.

  98. sebastiano Dice:

    Scusate, al commento precedente sono io.
    Aggiungo: sono stato molto colpito in questi giorni, mentre smaltivo la febbre, di un programma televisivo che è il proseguimento dell’altro, Soccorso tata, credo si chiami, in cui un esperto interviene in un famiglia in cui ci sono bambini difficili, o piuttosto, genitori inesperti, immaturi che non sanno affrontare una situazione che è degenerata. Questo programma ora si occupa anche di adolescenti. Nell’affrontare i problemi di relazione con la famiglia, un ragazzo viene portato a fare karatè, poi in una vetreria a produrre una lampada artigianale, poi un corso di scrittura “sbarbatiano” in cui gli viene chiesto di scrivere con una cuffia in testa che produce musica tutto ciò che vuole partendo da una frase, senza rileggere, senza fermarsi, senza badare alla forma. Poi un cartellone diviso in tre parti con tre capitoletti. IO IERI, IO OGGI, IO DOMANI. Insomma: teatreducazione. Non che teatreducazione voglia fare dello psicologismo psicciolo o della terapia, ma è chiaro che in questo metodo ci sono tutti i passaggi di teatreducazione. Progettare un intervento; fare; pensare il fare in vista di una riprogettazione della propria vita o di piccoli segmenti esistenziali della propria vita. Che è verifica solo in questi termini. Non dell’attinenza dei risultati raggiunti secondo uno schema di riferimento sommativo, che è sempre quello che si chiede all’organo massimamente sensibile di uno Stato, cioè la scuola, ma in questo senso speranza e fiducia nelel capacità di un individuo. Ma era molto chiaro che questo ragazzo avesse disperatamente bisogno anche di un’altra cosa. E cioè di maestri veri, persone che lo mettessero in cammino. Che a scuola si contano sulle dita della mano – mi dispiace Federico, lo sai benissimo – e che nella vita incontri solo per caso.
    Sebastiano

  99. Silvano Sbarbati Dice:

    Siamo partiti da Ex Novo e siamo arrivati al vecchio (antico) problema della civiltà: che è quello della sua vita trasmessa attraverso la comunicazione tra le generazioni.
    Ovvero il tema/problema del maestro.
    Chi scirive – e credo anche Sebastiano – ha avuto e continua ad avere il problema dell’incontro con il maestro.
    Questa specie di desiderio/bisogno di incontrare qualcuno che mi aiuta a “mettermi in cammino”(come dice bene Sebastiano) può avere molte forme.
    Nessuna di esse però prevede l’invisibilità.
    Nel senso che gli incontri si fanno se si è in ricerca.
    Si possono fare anche incontri sbagliati (per chi…?) e si continua.
    Credo che la questione si ponga e vada ricondotta proprio al desiderio/bisogno di incontrare un maestro.
    Che vuol dire cercare il senso della continuità, un filo che ci tiene legati come persone a tutte le persone del mondo, all’umanità, insomma.

    E se non si capisce che anche, “anche” sottolineo, a Ex Novo questo problema/tema era presente, se non lo si capisce, allora temo che Ex Novo appaia come l’ennesimo evento di aninazione sociale; l’ennesimo evento di teatrismo dilettantesco, etc etc.

    Ex Novo è Ex Novo in virtù di qusta ricerca che è visibile proprio ora, in questo cosiddetto Terzo Palcoscenico.

    E se si sa leggere – se si vuole leggere – basta andare a rileggere i quasi cento interventi per capire bene la qualità delle persone, i loro limiti, i loro talenti, la direzione del lavoro di crescita consapevole, etc.
    Leggere è possibile se qualcuno lascia tracce di scrittura.
    Per ese: possiamo leggere Federico che non era a Ex Novo, e non possiamo leggere – adesso… – Salvatore, Antonio, Alberto, Sergio, etc etc: ovvero tutti quellli che sono stati ad Ex Novo ma che non scrivono.
    Federico – scrivendo i suoi testi – chiede “maestri”. E duqneu è in pienezza di Ex Novo…e non sembri una coglioneria.
    Tutti gli altri: beh, tutti gli altri sono stati a Ex Novo, ma non sappiamo se l’hanno “vissuto” come Ex Novo o come l’ennesimo evento etc etc.

    Su questi discorsi torno e ritorno, come si può leggere.
    Ma sono questi discorsi che fonderanno la critica teatrale, la valutazione pedagogica, le riflessione sui progetti e sugli eventi, fonderanno insomma il senso del nostro “lavoro”.

    E chi si ostina a pensare e a dire e a sostenere (anche con l’assenza) che si tratti di masturbazione mentale sappia pure che siamo in grado di fare e di valutare, siamo in grado di costruire e di de-costruire. Siamo in grado di operrare tutte quelle funzioni che nella ordinario appartengono alla teatralità ed alla educazione.

    In più, inoltre, esprimiamo il desiderio/bisogno/colontà di riflettere costantemente.

    Teatreducazione.

    Silvano

  100. Silvano Sbarbati Dice:

    Per mettere la bandierina sul n.100…
    Visto che sono le 6.20 anti meridiane di giovedì 4 settembre.

    Silvano

  101. Federico Dice:

    Noooooooooo era da giorni che aspettavo di firmare il 100mo commento!

  102. arpaeolica Dice:

    Se chiedi permesso a Silvano, e Silvano acconsente, vi sposto. Ma dubito. Oppure potreste optare per un pari. Oppure rimanete dove siete e Federico si prende la grossa responsabilità del giro di boa. Ti sembra poco?

  103. Silvano Sbarbati Dice:

    Bella idea.
    Concedo lo spostamento.
    Ma Federico deve scrivere un giro di boa.
    Alemo trenta righe, rilanciare la riflessione, fare sintesi,
    indirizzare i sentieri…
    Silvano

  104. sebastiano Dice:

    Federico, la posta è alta ma sta a te. Io aspetto
    Sebastiano

  105. Federico Dice:

    Eh?
    Un giro di boa? E che sarebbe?
    Rimanere al centro della discussione?
    Oppure stravolgere i discorsi finora intrapresi?

    Uhm… questo sì che sarebbe un carico di “lavoro”.

  106. sebastiano Dice:

    Comincia a afare il riassunto e poi rilanci
    Sebastiano

  107. Simone Dice:

    Dopo una settimana di assenza riesco a tornare in internet e quindi a frequentare il blog.
    Ciao Federico, quello che hai scritto mi colpisce. Non è facile, e per me è un esempio, scrivere con libertà i proprio pensieri, assumendonsene i rischi. Questo è lo spazio per farlo, ma ancora non riesco bene a capirlo.
    Avere un maestro è di una importanza fondamentale, soprattutto oggi. Non vorrei parlare di società…ma in questo period storico è molto facile smarrisrsi, la strada da intraoendere è sempre più nascosta dai cartelloni pubblicitari, da indizi falsi di mercanti lebbrosi. DIrei che avere un maestro oggi è un lusso, ma riprendo le parole di SIlvano a ex novo per correggermi da solo e dire che è un prlivilegio. No, nemmeno…è quasi impossibile, quindi fate voi. In un ambiente come il teatreducazione poi è fondamentale che questo ci sia. Ho già raccontato di quanto, in una situazione di teatro educazione, di festival o rassegna che sia, io abbia sofferto della mancanza di un maestro, della guida che osserva e ti riprendere, riportare, che ti aiuta a camminare. Ovvio che non è una tata, un surrogato della mamma, completamente diverso. In quella situazione in cui mi sono sentito in balia delle raffiche di vento c’era un’altra cosa che mancava e che ho scoperto soltanto grazie al lavoro con ex-novo: IL TERZO PALCOSCENICO. Confermo che ero io quello che scriveva dell’inutlità della restituzione, e acnora oggi sono consapevole di quento questa sia complicata, difficile, articolata. a due mesi di distanza mi rendo conto però che è proprio questa che fa la differenza, come dice SIlvano, tra un campo vacanza e teatreducazione. Soprattutto questa è una cosa che SERVE A NOI e non possiamo snobbare! Nel contesto di cui dico sopra, non c’era cura tra le persone, mancava il confronto, il dialogo era assente, teatreducazione era il contorno di un pranzo di nozze preparato mesi e mesi prima. Il terzo palcoscenico è la coscienza e la coscienza è la parla chiave del teatreducazione, quella che fa la differenza con ogni tipo di intrattenimento.
    Difficile e meraviglioso crescere.
    Ci sono.

    (Sebastino non ti ho ancora salutato…perdonami, un abbraccio)

    SImone

  108. Simone Dice:

    Dopo una settimana di assenza riesco a tornare in internet e quindi a frequentare il blog.
    Ciao Federico, quello che hai scritto mi colpisce. Non è facile, e per me è un esempio, scrivere con libertà i proprio pensieri, assumendonsene i rischi. Questo è lo spazio per farlo, ma ancora non riesco bene a capirlo.
    Avere un maestro è di una importanza fondamentale, soprattutto oggi. Non vorrei parlare di società…ma in questo period storico è molto facile smarrisrsi, la strada da intraoendere è sempre più nascosta dai cartelloni pubblicitari, da indizi falsi di mercanti lebbrosi. DIrei che avere un maestro oggi è un lusso, ma riprendo le parole di SIlvano a ex novo per correggermi da solo e dire che è un prlivilegio. No, nemmeno…è quasi impossibile, quindi fate voi. In un ambiente come il teatreducazione poi è fondamentale che questo ci sia. Ho già raccontato di quanto, in una situazione di teatro educazione, di festival o rassegna che sia, io abbia sofferto della mancanza di un maestro, della guida che osserva e ti riprendere, riportare, che ti aiuta a camminare. Ovvio che non è una tata, un surrogato della mamma, completamente diverso. In quella situazione in cui mi sono sentito in balia delle raffiche di vento c’era un’altra cosa che mancava e che ho scoperto soltanto grazie al lavoro con ex-novo: IL TERZO PALCOSCENICO. Confermo che ero io quello che scriveva dell’inutlità della restituzione, e acnora oggi sono consapevole di quento questa sia complicata, difficile, articolata. a due mesi di distanza mi rendo conto però che è proprio questa che fa la differenza, come dice SIlvano, tra un campo vacanza e teatreducazione. Soprattutto questa è una cosa che SERVE A NOI e non possiamo snobbare! Nel contesto di cui dico sopra, oltre al maestro non c’era cura tra le persone, mancava il confronto, il dialogo era assente, teatreducazione era il contorno di un pranzo di nozze preparato mesi e mesi prima. Il terzo palcoscenico è la coscienza e coscienza è la parola chiave del teatreducazione, quella che fa la differenza con ogni tipo di intrattenimento.
    Difficile e meraviglioso crescere.
    Ci sono.

    (Sebastino non ti ho ancora salutato…perdonami, un abbraccio)

    SImone

  109. Simone Dice:

    Un altro commento.
    Ieri sera ho potuto assistere a dei provini di una mia cara persona per entrare alla Scuola di Teatro Del Piccolo di MIlano. Vuoto, vuoto vuoto. Vuoto nelle parole, nei testi presi senza essere affrontati ma solo enunciati. Vuoto nel lavoro d’attore che non si pone domende, che non mette la sua vita, la sua sensibilità in gioco. Vuoto il valore del fare teatro. Dicendole questo al termine del provino lei mi ha risposto di esserne cosciente ma di avere molta confusione sulla strada da prendere (e qui ritprna il “Aspettando il Maestro”…). Poi, sempre lei, fa un’osservazione: “Queste scuole preparano così l’attore. Ma a chi servono questi attori? A loro no senz’altro perchè si gonfiano solo di vanità. Al popolo meno che mai. Forse a qualche masturbatore mentale pseudointellettuale. Il teatro è una cosa importante, è un rapporto con il mondo, è incontrare la gente. Non so”.
    Anche io mi sono iscritto per il provino per la Scuola del Piccolo Teatro, ma più vado avanti e più mi convinco se teatro ha valore allora bisogna cercare quello. Teatreducazione mi ha fatto scoprire che le parole di questa ragazza sono vere, mi ha permesso di trovare la verità in quel suo sfogo e di riflettere sulla mia situazione, il posto che voglio ricoprire nel mondo. Sembra pretenzioso ma penso sia giusto er queso mondo. Ovvio che se fossi un allievo (se fossi allievo di un mestro) serebbe tuto più facile.

    Un abbraccio dalla Selva Selvaggia,
    SImo

  110. sebastiano Dice:

    Ciao Simone. Lo dici con naturalezza che il terzo palcoscenico fa la differenza. In genere non è così; ci sono opposizioni, fraintendimenti su questo discorso. E anche chiusure. Si ha paura di sporcare il virgineo fare teatrale, che virgineo poi non è mai. Io aggiungo ancora una cosa: e cioè che il terzo palcoscenico non è necessariamente un momento post, che debba seguire. Ma può innestastarsi già nel secondo, nel momento stesso del fare, alimentarlo con piccoli step, con momenti di sguardo esterno capaci di cogliere le valenze del proprio e dell’altrui lavoro. Il terzo palcoscenico non produre parola per la parola, ma parola per il fare. Il fare, soprattutto il fare teatralità, con tutto il suo fascino e il suo rischio, ti porta spesso verso una dimensione in cui vedi solo il risultato del lavoro. Tu, nel fare, aspetti sempre il manufatto. Ma questo risultato può essere molto più ricco se si alimenta di sguardi, pensieri, senza mai cadere nel logorroico, rimanendo sempre a contatto con le cose. E col pensiero/cuore, che è una particolare forma di pensiero.
    E poi sarebbe bello che, a proposito di questo discorso sui maestri, parlasse chi pensa di averne avuti nella sua vita. Per tracciarne una specie di profilo poliziesco. Come dire: statene alla larga! Scherzo.
    Ciao
    Sebastiano

  111. sebastiano Dice:

    Il teatro è vita, certo. In fondo questo diceva Stanislaski. Il metodo delle azioni è pura vita. Tu fai a teatro quello che esattamente fai nella vita. Ma fare viene da un fare interiore, che diventa azione, perchè l’interiorità MAI rimane interiorità. Io non vedo spettacoli teatralil da una vita. Non riesco a vederli perché mi arriva il narcisismo dell’attore. Se a questo ancora le scuole preparano, chiudiamole tutte. Ma il punto è che un ragazzo vorrebbe entrarci alla scuola del piccolo, lo capisco. Come un poeta vorrebbe pubblicare nella collana dello specchio di Mondadori. Ma vai a leggere la collana dello specchio di Mondadori. Che ci trovi? Il nulla, a parte qualche eccezione. Allora qual è il problema. Il problema è ancora la mancanza di maestri. Un maestro ti dice: questa coa non la fare, e non avere paura di non farla. O il contrario. Un maestro ti fa capire che, in fondo, andarsi a scrivere alla scuola del piccolo non è necessariamente un investimento per la vita. Che il teatro può anche far male se educa alla non vita, al puro apparire, alla pura forma. Si può anche morire a se stessi, che è la forma peggiore per morire, se non si è più capaci di guardare le cose con l’occhio distaccato e proponente del terzo palcoscenico. Che, insomma, è una metafora della rigenerazione delle cose, altrimenti le cose muoiono collassando in se stesse. Nel loro puro e semplice essere state.
    L’anno scorso ebbi una giovane attrice in un gruppo di non attori, lei ne sapeva più degli altri. Ma lei era la peggiore di tutte; perché gli altri conservavano una ingenuità nelle cose che può produrre cose belle. Come poi in effetti, è stato. Lei recitava, recitava un personaggio. Lei aveva bisogno di entrare nel personaggio. Lei era quel personaggio. Le cambiai un oggetto che era diventata il suo feticcio mentale. Ci fu una scenata isterica da grande attrice. E ci fu, da parte mia, una sgridata isterica da maestro di scuola elementare. Il problema non era quella cosa lì; il problema era semplicemente che questa ragazza aveva avuto cattivi maestri. Io le chiedevo di essere vera, di essere se stessa, di non pensare al personaggio che sarebbe venuto automaticamente. Lei sosteneva che questa naturalezza non le veniva perché io le avevo sottratto il suo oggetto feticcio. Lei era un’attrice stanislaskiana, ma una cattiva attrice stanislaskiana perché nessuno le aveva mai spiegato in che cosa consiste esattamente stanislaki. Lei aveva un suo mondo interiore che in realtà non imprestava al suo fare teatrale. Lo camuffava con le forme di una tecnica. Per questo io mi stupisco a questo discorso di Simone. Perché è la dimostrazione che, nella scuola, i maestri latitano. Che la scuola non insegna veramente nulla. A scuola si insegnano i contenitori, le tecniche, da tirare fuori dal cappello al momento utile, senza porsi alcun problema sul grande mare che sottintende un’azione, uno sguardo, un dialogo, una tremarella, un pianto. Per me il copione era tutto fino a ieri, diceva una ragazza di cui non mi ricordo il nome a una nostra riunione a casa di Roberto. Ecco. La scuola ti insegna a recitare un copione.
    Sebastiano

  112. Valentina Dice:

    …amici, sto pe partire, per una settimana non vi leggerò!
    Mi dispiace.
    Sapete, anche io sto frequentando una scuola di teatro, e sono fortemente convinta che quello che diciate sia vero.
    L’ultima litigata che ho fatto col mio regista dellas cuola…bè, era in merito al fatto, che una determinata a zione non mi riusciva…o meglio, non veniva come voleva lui…e io ero serena, non mi facevo prendere da grossi isterismi e questo lo faceva incazzare da morire, me ne ricorderò sempre…come di specchio, mi ricorderò sempre Valentina in piedi sul bordo di una fontana che deve dire una cos dolorosa, e non la vuole dire…rifugiandosi dietro un “non mi viene” e un Sebastiano di fronte a lei che si limita a guardarla e a dirle: “ma guarda che è quello”!

    Quando torno vi racconto una storia, la storia di Giannetto, dei ponti e di una comunità incapace di costruirne!

    Grazie a tutti
    Vale presente!

  113. Patrizia Codutii Dice:

    “Guarda che è teatreducazione”!
    Guarda che Sebastiano sottolineava – come ci sforziamo di fare da tempo – che aite e teatreducazione non è una scuola di teatro.
    E’ – così è se vi pare – scuola di teatreducazione.

    Ne riparleremo meglio quando la morsa del caldo (sono 38° in casa con effetto umidità) si allenta.

    A presto.
    Silvano

  114. Federico Dice:

    Buonasera… o buonanotte a tutti.
    Mi avete chiesto di fare un riassunto e di dare una svolta ai discorsi del blog.
    In questi giorni non ho pensato – se non sporadicamente – a questo “lavoro”. Però ho capito che l’attesa si stava facendo troppo lunga.
    Stasera mi è venuto in mente che sono stato a Monza a giugno, e Alba, Bruno, Michele, Andrea ed Eleonora mi hanno invitato a vedere una loro performance.
    E’ da lì che vorrei partire, perché lì mi piacerebbe che girasse il discorso, perché è lì che sono stato a contatto l’ultima volta con questo ambiente.
    Dopo la performance, ho promesso ai ragazzi che mi sarei scritto qualcosa su di loro – magari da pubblicare – per imitare teatreducazione. Già perché a me piace imitare. Anche se poi poteva uscire qualcosa di completamente diverso.

    ————————————————————-
    E’ il 18 giugno. E’ da un anno che non vado più incontro ai ragazzi. A distanza ho ricevuto qualche aggiornamento sull’andamento del gruppo, ero a conoscenza dei problemi e degli avvenimenti. Sapevo della collaborazione con un’associazione di San Fruttuoso.
    E come sempre mi metto a immaginare il posto in cui si esibiranno… a ciò che faranno… che hanno prodotto da soli.
    Il posto era pressoché uno stanzino. Ma ciò che ho visto è stata un’evoluzione più naturale possibile dell’anno di riflessione attraversato. In questo senso banale, Teatro Naturale è stato molto naturale. Molto affiatamento, oggetti estremamente personali (ricordo il diario – che era il vero diario – di Michele, la chitarra di Bruno… che ha cantato), testi estremamente propri (dal pescatore ai pezzi del tramonto autoprodotti), candele consegnate al “pubblico”, compreso il sottoscritto – che stava pure per bruciarsi nella consegna – .
    Chissà se è possibile riagganciarsi ai pensieri di Alba di qualche tempo fa…
    Per stare in tema teatreducazione, ho assistito al secondo palcoscenico.
    Ma… alt! Finita l’esibizione, gli amici e i parenti se ne vanno, la stanza viene svuotata, Bruno scappa perché è in fase laurea, Alba se ne torna a casa per stanchezza (?).
    La serata finisce con i rimanenti – me compreso – che se ne vanno in un pub a bere, ridere e scherzare.
    E allora perché ALT? Perché ho notato l’assenza di una riflessione – senza pretese per carità – a posteri, eslusa l’osservazione dell’assenza di Sebastiano… che ha provocato dolore in tutti.
    Alt! Perché Teatro Naturale è in una fase di ricerca della propria identità, perché bisogna andare giù con i piedi di piombo prima di sbilanciarsi. Teatro Naturale è in Teatro Naturale? Sì, quella sera mi ha dato proprio l’impressione di sì. Alla fine un obiettivo è stato raggiunto, anche se l’affiatamento non sembra soffiare in maniera così costante.
    Teatro Naturale è in teatreducazione? (Lasciamo perdere la mia presenza sul blog. Io in questo momento non sono parte di Teatro Naturale…) Mi piacerebbe poter rispondere con un sì secco. Ma non ci riesco. Non ho più sentito parlare nessuno di niente. La performance è stata un punto d’arrivo (anche se c’è chi lo negherà), un traguardo che andava raggiunto a tutti i costi, un qualcosa di inscindibile ai fini di una soddisfazione personale e di gruppo.
    Teatro Naturale è in teatreducazione? Per essere in teatreducazione ci si deve firmare e prendersi le proprie responsabilità. Ma se non si trova stabilmente una propria identità, si può fare questo? Che rapporti e che posizioni prende Teatro Naturale nei confronti di teatreducazione?
    Forse possono aiutarci alcune frasi usate nella performance:
    - Penso le mie emozioni su di un foglio…
    - E’ il solito, macabro, tramonto…
    - È quando ti fermi a pensare al niente, a ciò che è stato e a ciò che vedi…e ti piace tutto…
    e ce ne sono altre…
    “È quando ti fermi a pensare al niente, a ciò che è stato e a ciò che vedi…e ti piace tutto…” chi l’ha detta? Chi l’ha pensata?
    Il terzo palcoscenico non è fermarsi a pensare? Ah già… si parla di pensare al niente.
    Eppure sono convinto che dopo questa serata, qualcuno si è fermato a pensare a che punto si trova Teatro Naturale, a quanto possa essere soffisfatto il pescatore scendendo dalla sua barca.

    Federico de Fabrizi

    Monza, 19 giugno 2008.
    ————————————————————-

    Non mi interessa più avere il commento targato 100. Anche perché non ho svolto il mio compito a dovere.

  115. Federico Dice:

    Riprendendo i discorsi in sospeso…

    @ Simone
    Ultimamente tanti mi dicono che riesco a essere così tanto trasparente, facendomelo notare come pregio. Ora mi monto la testa, perché ne sono capace. Ma essere così trasparente – se poi veramente lo sono – è veramente un pregio? Potrò mai diventare un giocatore di poker?
    Ammettiamo che io sia effettivamente così trasparente. Non ho assolutamente la consapevolezza di ciò… e questo può essere una grave arma di difesa pronta a sparare a zero per ferire.
    Uhm. L’unica cosa che cerco di fare è non sforzarmi di essere… io faccio il Federico (anche se Silvano più volte ha messo in dubbio ciò…).

    @ ?
    “Guarda che è teatreducazione!”… e si tira un sospiro di sollievo. In passato qualcuno si è sentito dire il contrario, e ha reagito male. Teatreducazione è un obiettivo che le persone cercano di raggiungere?

  116. Sergio Tacconi Dice:

    Chiedo scusa a tutti per il ritardo col quale intervengo.
    Leggendo gli interventi mi è parso di cogliere oltre al desiderio di “esserci” come sottolinea Patrizia, anche note sottilmente polemiche sul modo di “esserci”.
    Esser dove? Nell’evento? Nel progetto?
    E sopratutto “esserci” come?
    Quà e là mi è parso di intuire come una sorta di benevola accusa verso chi nutre aspettative, desideri di gratificazioni nell’esserci.
    Come se si fosse spinti da una sorta di bisogno egoistico che privilegia il sè piuttosto che gli altri..
    Allora credo di aver conosciuto degli egoisti.
    Innanzi tutto la famiglia Freddi.
    Gente veramente disgustosa che per loro egoismo ha aperto casa e permesso a una colorata comunitàdi esistere per più di una settimana.
    Bella specie di egoisti che distribuendo pastasciutta e vino, sempre col sorriso sulla bocca, ha dato vita a una bizzarra, moderna, antichissima famiglia allargata.
    Il loro “esserci” non si è limitato a distribuire viveri. Ponevano domande, osservavano da un “dentro” privilegiato che è stato quello della condivisione.
    Di cibo, parole, affettività.
    Vorrei il mondo pieno di questa specie di egoisti.
    Grazie.
    Poi un altro losco figuro e la sua compagna due tipi poco raccomandabili che si son messi, sollecitati dai Freddi a organizzare una “cosa” in fretta e in furia.
    Per soddisfare ovviamente il loro bisogno di protagonismo.
    In poche settimane hanno reso possibile che un posto inaridito da questa estate bollente si riempisse di ragazzini il pomeriggio e di spettacoli la sera.
    Cosa non si fa per egoismo, per il gusto di sentirsi importanti!
    Silvano e Patrizia: meglio evitarli!
    E poi via via tutti gli altri ognuno col suo egoismo da alimentare, gratificare.
    Dopo queste considerazioni mi pongo una domanda.
    Ma perchè son nati prima Invento e poi Ex Novo?
    Per l’egoismo di qualcuno mi viene da rispondere.
    Ed è bellissimo che sia così.
    Se i Freddi (calorosissimi in verità) hanno sentito il bisogno di sollecitare Silvano a realizzare Ex Novo è, credo, perchè desiderano vivere in un quartiere più bello, più vivo,armonioso e solidale. Il loro “egoistico” bisogno li ha resi attivi, ha determinato una opportunità.
    Il bisogno di sperimentare di Silvano ha trovato terreno per potersi esprimere.
    Tutti coloro che hanno partecipato a Ex Novo hanno deciso di “esserci” perchè il “piacere” appunto di “esserci” ha superato perplessità, problemi familiari o di studio o di lavoro. Ed è giusto così!
    Ma perchè le cose piacevoli non hanno lo stesso valore di quelle dolorose?
    Forse il residuo di una cultura cattolica alla Jacopone: “ce tocca soffrì”!
    Ecco, con queste premesse forse è più facile riconoscere che non c’è un modo giusto di esserci, ma ognuno ha il suo. Ognuno ha la sua storia personale, e nutre aspettative che non c’è ragione di veder mortificate.
    A Jesi mi è parso che questa tensione positiva fra il “sè” di tutti noi, e gli “altri” ai quali ci siamo rivolti abbia trovato un buon equilibrio.
    Si poteva far di più e di meglio certo.
    Eppure qualcosa è successo nel quartiere a legger i commenti di Roberto.
    Il teatro come un mezzo si diceva tra i teatranti più spettinati e sgarrupati…
    Lo è stato credo.
    Cosa rimarrà non so. Si potrà ripetere?
    Io so solo che se da bambino avessi incontrato una notte come quelle di Jesi forse chissà, mi avrebbe folgorato. Forse la ricorderei ancora.
    Un danzatore a cavallo di un monumento d’acciaio…
    Una fiaba ascoltata nella penombra seduto attorno a un tavolo…
    Non possiamo sapere cosa rimane nella memoria di un bambino.
    Dovremo reincontrarlo fra vent’anni…

  117. Anonimo Dice:

    Già, interessante quanto dice Valentina. Una conferma: il regista voleva che io facessi una cosa che lui aveva in mente e si arrabbiava perché a me non veniva. Questo è il teatro. “Non mi viene”, “ma guarda che è quello!”. Questo è teatreducazione. Semplice, no? Allora a F

  118. sebastiano Dice:

    Già, interessante quanto dice Valentina. Una conferma: il regista voleva che io facessi una cosa che lui aveva in mente e si arrabbiava perché a me non veniva. Questo è il teatro. “Non mi viene”, “ma guarda che è quello!”. Questo è teatreducazione. Semplice, no? Allora a Federico dovrebbe risultare tutto semplice. Federico dovrebbe ricordare ciò che ora sta dimenticando. Anche se dimenticare è necessario per liberare questo ricordo del peso del cuore – il cuore è pesante, non il cervello – di “quell’assenza di Sebastiano” a cui fa riferimento. Federico si trova nel passaggio difficile del tradimento, che ancora non gli viene del tutto, e pensa di non sapere più niente, quando invece deve solo ricordare e riordinare.
    Sebastiano

  119. Silvano Dice:

    Per la verità, credo che Ex Novo non sia nato per un mio bisogno di sperimentare, come scrive Sergio Tacconi.
    Un mio bisogno c’era, perchè solo da bisogni nasce qualche cosa consapevole.
    Però – e lui mi ci fa riflettere, grazie a lui -sono andato a “ricordare e riordinare”(citando Sebastiano su federico…) la inseminazione, la gestazione ed il parto di Ex Novo.
    Inseminatore è stato Roberto, con il quale però io avevo già arato il terreno in qualche occasionale scambio di battute facendo benzina…
    Gestazione è stato il ricordo di Invento, ma anche la voglia di costruire, anzi di far vedere che si poteva, che io ero capace di costruire qualche cosa. Non sperimentavo una novità, anzi, mettevo in atto le competenze di una esperienza nata altrove (Invento).
    Gestazione veloce e indolore, quasi piatta di emozioni, molto “professionale”, in un mio silenzio quasi innaturale dal punto di vista del porsi organizzativo.
    Il parto è stato naturale. Tutto è successo “in casa”, come una volta…letteralmente. Il clima casalingo di EX NOVO faceva attutire le relazioni: noterete che ci sono state pochissime frizioni e l’unica voce eccitata e irosa è stata la mia, ma come quella di un padre di famiglia che rimprovera i figli. Ecco, padre mi sono sentito, e Sebastiano che da maestro esperto guardava e faceva lo zio anziano.

    Nessuna sperimentazione. Non credo di aver voluto sperimentare. Semmai “ricordare”, dimostrare al fuori che io esistevo in questa veste.
    Ex Novo, adesso, è per me Roberto, l’Hotel dei Nani, ma non il parco che mi arriva – con i suoi segnali – già autunnale, desertificato nelle emozioni.
    Ex Novo è stata una questione molto “interiore” per me, ecco la verità che mi sollecita a guardare Sergio.
    Una fatica quasi ordinaria, un fare che solo adesso diventa sguardo consapevole sugli accadimenti.

    Scrivere, già scrivere sul blog, questo è EX NOVO.

    Grazie.

  120. Bruno Dice:

    @federico

    “È quando ti fermi a pensare al niente, a ciò che è stato e a ciò che vedi…e ti piace tutto…” chi l’ha detta? Chi l’ha pensata?”

    Inizio con questa citazione della citazione perchè penso sia un buono spunto per parlare del dopo.
    Quella frase me la disse una mia compagna di università mentre in una pausa dallo studio le ho chiesto che cosa le facesse pensare la visione del tramonto.
    In una pausa dallo studio..si perchè nonostante io abbia dovuto sputare un po’ di sangue sui libri, avevo un pensiero fisso: portare “in scena” il nostro lavoro. Ci tenevo.

    Ma non ci tenevo solo per noi (TeatroNaturale).

    La maggior parte dei testi che ho raccolto, li ho raccolti prendendo le opinioni delle persone intorno a me. Persone che volevo ci fossero il giorno dello spettacolo.
    Volevo che ci fossero perchè il dopo, erano anche loro. Quelle frasi servivano a creare un collegamento tra un pensiero interiore delle persone e quello che abbiamo messo in scena.
    Federico ha sentito delle sue frasi, e cio’ l’ha legato a noi di nuovo, anche se per pochi istanti, ma di nuovo.

    Il dopo…
    Parlai con un ragazzo venuto allo spettacolo che suona con me, tempo dopo, e lui mi disse che lo spettacolo che avevamo fatto l’aveva fatto riflettere sulla musica che facciamo e su quanto essa rispecchi in parte l’atmosfera creatasi.
    In quel momento lui ha riflettuto su cio’ che era successo tra quelle quattro mura, apparentemente sterili e abbandonate in un quartierino di monza.

    Penso che questo sia “un dopo” ed è piu’ di quanto potessi sperare..

    Saluti

    (non ho riletto, spero di non esser stato troppo confusionario)

    Bruno – Teatro Naturale

  121. Federico Dice:

    @ S.A. e S.S.
    Federico… Federico… e ancora Federico!
    Ma perché Federico per voi soffre dell’assenza di Maestri?!?!? Perché solo Federico si dimentica? Ma possibile che questa assenza dal fare debba trasformarsi in una soffocante presenza nelle vostre citazioni?
    E’ possibile che debba essere Federico a sentirsi tradito, quando è stato lui stesso a tradire? Perché non è piuttosto Teatro Naturale, a vostra discrezione, il soggetto tradito?

    @ Bruno
    Che strano parlarsi in messenger in un modo, e ritrovarsi poco dopo qui in altre modalità.
    Sembra di essere passati dalla casa, luogo doloroso per Sebastiano ma non per me, luogo in cui possiamo ci sentiamo agevolati e sollevati… per finire chissà dove, in cui i 5 (o 6) sensi subiscono una botta adrenalinica stressante.
    Le tue affermazioni, specie alla fine, mi riconducono ancora a quel “guarda che è teatreducazione!” di Silvano… come se si volesse dire: “è lì di fronte a te… ma non riesci a vederlo”.
    E dove sono finiti i miei sensi? Sono andati a farsi benedire?

    Federico de Fabrizi

  122. Simone Dice:

    Signori, un lavoro mi spinge a partire domani per Bari dove resterò per tre settimane. Lavorerò ad uno spettacolo dove gli anziani di una casa di riposo faranno il coro. Penso sarà un buon confronto conoscendo il regista. Saprò riportare quello che mi avrà colpito nel bene e nel male. Spero di riuscire a trovare del tempo per scrivere.
    Nel frattempo ho deciso di non presentarmi a nessun provino per scuole di teatro. La mia riflessione mi ha portato ha scegliere la strada che ho iniziato, con determinazione, convinto che ogni strada porti allo stesso punto solo se si percorre con convinzione (E.Barba). Credo che il teatro, qualsiasi teatro, abbia senso solo se parte da un profondo spirito di rivolta, solo se nasce da una rivoluzione e l’unica vera rivoluzione che possiamo compiere è quella dentro di noi. Sento il desiderio di scoprire me attraverso gli altri, la vita attraverso le persone e le esperienze.
    Sento che il teatro senza la vita non ha alcun senso. Sento di Esserci, in un processo , e lo dico con convinzione, rivoluzionario che è il teatreducazione.

    “Ogni rivoluzione non può che nascere da un profondo senso d’amore” – Ernesto Guevara

    A presto, Simone

  123. sebastiano Dice:

    @ Simone. In bocca al lupo. Credo che se tu avessi partecipato al’esperienza di formazione “Teatreducazione e lirica”, saresti rimasto sconvolto e avresti accellerato la riflessione. I tuoi temi c’erano tutti. Riflette chi vuole riflettere. Ri/flettere. Mi sembra una gran bella decisione aver deciso di non presentare il provino.
    @ Federico. Insomma, Federico. Esserci, aver deciso di esserci, tu, in questo caso, implica un riflettersi. Se poi vogliamo che lo specchio ci dica sempre che siamo noi i più belli del reame…siamo tutti più contenti.
    E comunque: siamo noi che decidiamo di chiedere allo specchio (esserci, appunto). Ma anche lo specchio si riflette nello sguardo della regina; deve fare i conti. La regina lo ucciderebbe se lui non dicesse ciò che la regina vuole sentirsi dire (Specchiarsi. Non specchiare. Specchiare non esiste. Esiste sempre uno specchiarsi. Ti rimando al discorso su Narciso) Quindi ti specchi te e mi specchio anch’io in te, che tu ora chiami S.A. Con nome e cognome. Una chiamata di correo; ma anche una distanza.
    Sebastiano

  124. Federico Dice:

    E chi l’ha detto che lo specchio deve dirmi che devo essere il più bello del reame?
    Ma come specchiare non esiste? E allora che senso ha quello che dicevate circa un anno fa sul blog di festivalinvento? Lo specchio come un essere umano, come maestro. Lo specchio agisce, svolge il suo compito, quindi è parte attiva. Altrimenti il maestro sarebbe semplicemente un manuale stampato… con i caratteri impressi nero su bianco.
    Il manuale passivo non esaudisce la sete del capire, forse non ci riesce nemmeno lo specchio maestro attivo, ma almeno con quest’ultimo si ha un confronto più diretto e movimentato.
    A tal proposito, pochi giorni fa leggevo il commento di un medico che sconsiglia vivamente di leggersi i manuali per educare bene i propri figli fin dal principio, perché tutto deve stare alla sensibilità dei genitori.
    Il manuale non può prevedere tutto, altrimenti non esisterebbe una domanda fondamentale che tormenta l’umanità da sempre: “perché?”.
    Un’altra differenza tra manuale passivo e maestro attivo è che il manuale, una volta stampato, è lì così com’è. E’ statico. Non può cambiare. Il maestro invece è dinamico: impara/insegna/impara. Per questo lo scorso anno parlavo di Sebastiano allievo/maestro. Sebastiano, maestro (“magistro” come lo chiamavamo da piccoli… e quasi sorpreso ci insegnò che il nostro modo di chiamarlo era molto simile al “magister” latino), che passa il testimone. Ma anche Sebastiano allievo, che scopre, grazie a Silvano (altro testimone), come si può “voltare le spalle” a tante credenze avute in passato.
    Per concludere, S.A. e S.S. non vogliono denotare distanza. Ho riportato solo le firme che voi avevate usato in alcuni vostri testi su “Stasera InVento”.

    Federico de Fabrizi (from Monza)

  125. sebastiano Dice:

    Appunto, Federico, specchiarsi in questo senso. Si impara e si insegna allo stesso tempo. Si consola e si è consolati. Vedi e, nello stesso momento, ti accorgi di essere visto. Se hai tempo e voglia leggiti LA CITTA’ DEI RAGAZZI di Eraldo Affinati. Un maestro permette, prepara il tradimento dei suoi allievi. E’ così difficile da capire, lo so. Ma è necessario. E’ ormai chiaro che noi in teatreducazione, non insegniamo il teatro. Perché, insegnando solo il teatro, o solo l’informatica, o solo la musica, o solo la filosofia, la scuola prima o poi finsice. Ti invito a dicembre a Seregno, se vuoi venire, a una lettura di poesia. Così vedi quanto ancora mi riguardiate.
    Quanto ancora la partita non sia chiusa.
    ciao
    Sebastiano

  126. Silvano Dice:

    Se penso alla quinta classe elementare
    ci sono i banchi di legno
    e il legno inciso di nomi e parole.
    C’era una finestra sui campi e il fiume,
    c’era un armadio di stupore
    che il maestro apriva il sabato
    alla fine delle lezioni.

    Adesso penso alla quinta elementare
    quando portavo un grembiule a quadretti
    celesti e bianchi
    e ci stavo stretto e lo sporcavo di inchiostro.

    La quinta elementare stava nell’aula
    in cima alle scale, scale di mattoni.
    La porta era dipinta di marrone
    e tagliata dallo strusciare di mille mani
    nei tempi di tutte le classi di tutti i tempi.

    La quinta elementare era il maestro Beccaceci
    che parlava severo e che diceva cose
    ormai scomparse.
    Lui invece no,
    lui torna qualche volta nello schermo
    della mia televisione notturna
    negli anni presenti della mia matura
    presenza, adesso.

    Non c’era nessun compagno che si chiamasse
    Federico o Sebastiano.
    C’erano le voci e le mani e il ritmo
    che facevano i seggiolini allentati
    delle nostre gabbiette di uccelli allevati
    sui banchi.

    Non c’è rimasto niente.
    Il maestro Beccaceci ha un figlio psichiatra.
    Il maestro Beccaceci suona il violino.

    Il maestro Beccaceci è davvero stato il mio.
    Nessuno sa perchè succede.

    Silvano

    (e grazie e buonanotte)

  127. Roberto Freddi Dice:

    E’ ora di tirare delle conclusioni, per quel mi riguarda, su ex-novo.
    Ho in gran parte fallito.
    Mi fa enormemente piacere sentire, da chi a partecipato al festival, di essere apprezzato per la mia disponibilità e per la mia accoglienza (io stesso mi sono piacevolmente meravigliato), ma in cuor mio non era certo questo che cercavo da ex-novo.
    Pensavo di dare un opportunità di crescita al quartiere.
    Purtroppo gli abitanti sono rimasti troppo distanti. Hanno giustamente approfittato di tutti noi per passare qualche serata di un estate afosa al di fuori dei loro appartamenti, ma non lo hanno voluto fare fino in fondo. Si sono fermati in gran parte allo spettacolo teatrale serale. Non hanno cambiato affatto il loro modo di fare. Finito il film, finito il varietà si spegne la tv, finito lo spettacolo dell’evento si torna ….quelli di sempre.
    Quella porta socchiusa.
    In troppi sono rimasti distanti e distaccati, alcuni si sono accontentati di origliare qualcosa.
    Tutto questo è abbastanza demotivante.
    Io, come ho gia detto, ho avuto la voglia e il lusso di intrufolarmi in quell’uscio.
    Nutro ancora qualche speranza. Rimangono alcuni, quelli che provavano ad origliare, che ancora davanti alla mia persona chiedono qualcosa. Sono curiosi ma nello stesso tempo distaccati.
    Ecco dovrei provare con loro, dovrei coinvolgerli in qualcosa.
    Altro discorso meritano i bambini.
    Sono veramente l’anima e la speranza del quartiere. Spero non si rovinino.

    Ex-Novo a me è servito.
    Di teatro non ne so niente, di fare l’attore non credo di averne le capacita però ho scoperto delle persone…. guida. Non è importante cosa fanno per vivere, è importante cosa ci possono dare per migliorarci.
    I maestri, si ma di vita.
    Mi sento in un certo senso un fungo. Un parassita che approfitta del suo albero per crescere e per vivere, aggiungerei per conoscersi. A questo mi è servito ex-novo.
    A crescere e conoscermi. Non mi ero mai fermato a pensare a chi sono e perché sono.
    Davanti a voi riesco a parlare disinvoltamente di cose che difficilmente riesco a fare con altri.
    Il vostro saper leggere la situazione, il vostro consigliare, il vostro giudicare ecco perché l’allievo sceglie il suo maestro.
    Nessuno sa perché succede.
    Però io ho bussato a quella porta e sono successe diverse cose, per questo sono un ex-novo.

    Grazie.

    A presto Roberto

  128. valentina Dice:

    …ecco…e mi emoziono.
    Poi penso un attimo al maestro al senso del’avere un maestro, al teatreducazione, a quello che ti da un maestro…alla vita! Oh cavolo! Una lacrimuccia scende e io continuo a pensare ma la vita…il teatreducazione, quanto sono vicini? Sono in un certo senso la stessa cosa? E i maestri…i genitori, le persone che davvero ti lasciano qualcosa, fano forse perte tutti dello stesso calderone.
    Maestro, genitore, persona che conta, colui o colei che non ti indica la strada, ma la percorre con te, insomma che c’è…che c’è anche quando non c’è, che ti fa ricordare che ti fa esprimere, che ti fa sentire protetto anche se ti spinge ad andare allo sbargalio!
    Il teaterducazione, la vita! Mah! Forse adesso so perchè la fontana, perchè le lacrime!
    Strani i pensieri alle cinque di un freddo pomeriggio di settembre.
    Io non sono credente, affatto religiosa e do per certe ben poche cose nella vita,ma adesso, da qualche minuto a questa parte, lo scrivere di Sergio “bisogna incontrarli tra vent’anni” il maestro di Silvano, le poesie di Sebastiano per i suoi ragazzi, Federico che non vuole maestri…mi fanno venire in mente una frase di S.Agostino: “Non piangiamo per averli persi, ma ringraiamo per averli auti!”

    Chiamiamolo sfogo emotivo
    Chiamiamolo teatreducazione
    A presto
    Vale

  129. Sergio Tacconi Dice:

    C’era una espressione di Eugenio Barba: bisogna imparare ad amare ciò che non possiamo non fare.
    Mai, cavolo, un pensiero, non contorto, ma tant’è!
    Ha a che fare col piacere.
    Ognuno può dire ciò che vuole e risultare convicente.
    Ma se convincere gli altri può essere semplice, convincere se stessi è più dura.
    Chi fa teatro. Chi si occupa di teatreducazione prima o poi non sfuggirà alla domanda sul perchè fa teatro-o teatreducazione.
    Sarà che invecchio: una volta adoravo risposte complesse, piene di citazioni, adesso mi contento di molto meno.
    Si fa teatro perchè ci piace, spero.
    Ci si occupa di teatreducazione perchè ci piace, spero.
    È una risposta sufficiente per un verso ma merita ancora altro, non può bastare.
    Ma è fondamentale partire da qui.
    Dal proprio piacere nell’attraversare lo spazio della teatralità.
    Il piacere.
    Se devo fare la martona di New York devo sostenere allenamenti durissimi.
    Rinunciare a far tardi la sera per alcuni mesi.
    Magari smettere di fumare, seguire una dieta particolare. Sudare come un dannato dopo una giornata di lavoro.
    Perchè correre per 42 chilometri mi da piacere.
    Fare teatro mi da piacere.
    Qui viene il difficile.
    Il piacere è una dimensione complessa.
    Cosa è il piacere del teatro e del teatreducazione.
    Ognuno ha la sua risposta.
    Gli allenamenti per la maratona di New York sono parte del piacere.
    Lo studio, il modo di porsi in relazione coi compagni, il modo di porsi in ascolto dello spettatore, il modo di porsi in ascolto del testo….e potrei continuare all’infinito, fanno parte del piacere del teatro e ancora di più del teatreducazione-per come lo vedo io.
    Ognuno sa come vive le esperienze.
    Può essere un piacere contenere il proprio narcisismo(si è già parlato di narcisismo). Il piacere di non mostrarsi per lasciare spazio agli altri.
    Un piacere sottile, che richiede cura, ascolto…
    Un piacere per godere del quale bisogna imparare ad ascoltare gli altri certo, ma soprattutto se stessi.
    Una cosa difficile.
    Quasi un punto di arrivo.
    La ricerca del benessere è una cosa legittima.
    Sono leciti errori, prevaricazioni,addirittura violenze.
    Ognuno ha diritto al benessere.
    Chi si occupa di teatreducazione lavora per il benessere degli altri, e del proprio.
    Mica una cosa facile.

    Sergio

  130. sebastiano Dice:

    Cavolo, viene da dire anche a me! Per un momento in cui la commozione ha un senso. Che qui non è quella sbandierata in televisione davanti a una telecamera come se fosse carne da vendere in macelleria. Che dire delle parole di Roberto. Sono pienamente nel senso, nei sensi di quello che vogliamo fare. Sono risposte profonde a un volerci essere, come abbiamo sempre detto; di un riconoscere un bisogno, e anche un piacere, come dice Sergio. Sono gli allievi che scelgono i maestri, certo. E la prova è l’intensità dell’incontro, piuttosto che la sua durata. E’ l’intensità dell’incontro che Roberto mette in campo; non mesi, anni di laboratorio, di scuola. Poche ore, in fondo. E non è vero, dunque, che Roberto ha fallito. E che ex novo ha fallito. In fondo, ciò che dedideriamo, è che almeno una persona ci ascolti. E Valentina ora capisce il senso di quella fontana. Ecco il piccolo miracolo: terzo palcoscenico. Non lì, nell’acqua, nell’intensità del fare lì, che poi svanisce rapidamente come una sniffata di cocaina. Ma dopo, dopo mesi. Qui, dall’incontro con le aprole degli altri. Sfido a girare in rete e a beccare una conversazione come questa. Roberto non è un fungo, un parassita. E’ un’altra specie di organismo, che dà e riceve. E’ come un piccolo uccellino che si posa dentro la bocca spalancata del coccodrillo per pulire i suoi denti. Il coccodrillo ha i denti puliti, l’uccellino ha il cibo per mangiare. Quindi Roberto dà e Roberto riceve. Questo lo diciamo da tempo. Si insegna e si impara. Si dà e si riceve. Si consola e si è consolati. Attraversare lo spazio della teatralità, dice Sergio. Scoprire il piacere di fare le cose. Ma il piacere viene sempre da un bisogno. Non credo esista piacere senza un bisogno. Noi offriamo, a tutti, democraticamente. Ma non dipende solo da noi. Dipende da chi vuole ricevere. Lui sa cosa vuole ricevere.
    Grazie
    Sebastiano

  131. Sergio Tacconi Dice:

    Quanto tempo ci vuole per costuire!
    Quanta fatica!
    Invento, Ex Novo arrivano da lontano.
    Le stesse parole che scriviamo e leggiamo in questo blog sgorgano da un lavoro di anni.
    Iniziato da altri e proseguito anche da noi. Fra strappi e continuità.
    Le nostre stesse idee si definiscono nel confronto.
    Nessuno sa cosa saremo domani ma è così bello sentirsi parte di una tribù.
    Fa star bene.
    Ex Novo mi fa star bene.
    Spero sia così per tutti.
    Si sta bene nel cercare maestri. Nel rinnegarli.
    Nel parlare a tavola mentre si mangia assieme.
    Nel ritrovarsi ancora a discutere dopo mesi.
    Nel desiderio di preparare in fretta uno spettacolo.
    Nel riproporre a ragazzi nuovi, idee nate dal lavoro collettivo.
    Nessuno sa le risposte alle questioni, tante, che man mano emergono dal confronto.
    Bello condividere le domande.
    Ognuno troverà le risposte.
    Provvisiore certo.
    Eppure necessarie per passare dal pensiero all’azione.
    Potremmo dire che questo blog è una sorta di psicodramma.
    Ci si racconta. Ci si ascolta.
    Si prova a diventare come vorremmo essere.
    O meglio a capire cosa siamo.
    Roberto sembra malinconico: il quartiere è come prima, passata la festa resta solo il ricordo.
    Non so se abbia ragione, ma anche il ricordo è già tanto.
    E poi, noi siamo quello che ricordiamo.
    Educare, educarsi vuole i tempi lunghi.
    Ritrovarsi qui è già tanto.
    Ritrovarsi ma non certo per chiudersi dentro una comunità separata e autocompiaciuta.
    Ritrovarsi per trovare lo slancio per la vita quotidiana.
    Per uscire da questa zona protetta più consapevoli.
    Senza convinzioni granitiche, ma con gli strumenti per provare a camminare in scioltezza.
    Sorridendo.

    Sergio

    P.S. Per Silvano: per provare a essere una brava persona…

  132. paola Dice:

    Sui maestri e sulla scelta. Domande.

    Perché scegliamo un maestro o dei maestri?
    Quando capiamo che quella persona lì, e non un’altra, può insegnarci qualcosa?
    Sondiamo il terreno, in qualche modo? Domandiamo, ascoltiamo, guardiamo? Ci specchiamo, forse?

    Un passo indietro:

    Cerchiamo dei maestri perché ne abbiamo bisogno? Credo di sì.
    Ma tutti sentono questo bisogno? E se non tutti, tanti? O pochi?
    Avete provato mai a domandarlo?
    Io sì, nel mio posto di lavoro. Non siamo più piccini, siamo grandi e con una professione addosso, ma siamo comunque in formazione.
    Abbiamo bisogno di maestri? Mi chiedevo e chiedevo. Le risposte sono state che sì, abbiamo bisogno dei maestri.
    Allora replicavo: ma chi è per voi un maestro?
    E quello che veniva fuori era che un maestro è uno in grado di passarti degli insegnamenti; allora chiedevo quali nello specifico e a questa domanda si arrivava alla questione centrale ossia che l’insegnamento era la “tecnica”. Era il saper sbrogliare le situazioni, era l’imparare a fare una manovra strana. Qualcuno più elegantemente rispondeva: imparare un metodo, un metodo da saper applicare nelle più disparate situazioni.
    E poi?
    E poi basta.

    Allora torno a casa e penso che non tutti hanno bisogno di maestri.
    Un maestro come lo hanno descritto i miei colleghi è una specie di maestro di scuola guida come ce ne sono oggi. Mi dice dov’è la frizione, le marce e tutto il resto. Mi dice che bisogna guardare gli specchietti, soprattutto quando si gira a sinistra. Mi passa la tecnica per passare l’esame. Bene.

    Ma di che hai paura, quando guidi? Cosa c’è che ti crea agitazione?

    Le altre macchine che corrono veloci? O la tua, quella che hai sotto il sedere e che non sei sicuro di poter controllare?
    Un maestro di guida che ti insegna a guidare. Non è un manuale di un veicolo o la semplice comodità dei doppi comandi. No?

    Che differenza c’è, dunque tra chi mi passa una tecnica e chi mi insegna veramente?
    Tutti siamo stati bambini, ma non tutti se lo ricordano, diceva qualcuno. Forse che c’entri questa cosa del ricordare? Forse che per insegnare bisogna saper ricordare?

    Un allievo può scegliere un maestro perché in lui/lei immagina (non vede, immagina) sé stesso cresciuto? Non è una questione di stima o ammirazione.
    Un allievo può riconoscere il maestro perché lui sa ricordare sé stesso allievo? E sa guardarlo come solo si rivivono i ricordi?
    E può infine sceglierlo senza sapere esattamente perché ma con quella sensazione addosso? Quello strano desiderio di evoluzione concreta, di possibilità effettiva, di potenzialità reale che solo di fronte a qualcuno, in carne ed ossa, si manifesta così fortemente?
    Non lo so. So che questo discorso può aprirne diversi altri.
    1. Ad esempio il fatto che ad un certo punto capiamo che quella evoluzione concreta, quella possibilità effettiva e quella potenzialità reale è nelle nostre mani solo se lo vogliamo. Che il volante ce l’ha l’allievo, la direzione la sceglie lui; il maestro ha solo il pedale del freno, la frizione e l’acceleratore;
    2. Ad esempio il fatto che uno ritenuto un buon maestro può diventare agli occhi dell’allievo un cattivo maestro. Succede? Perché succede?
    3. Ad esempio il fatto che forse solo il bisogno di maestri può far diventare un buon maestro (il che viaggia in parallelo col discorso dell’accoglienza);
    4. Ad esempio che scegliere davvero è qualcosa di istintivo e non razionale. Quando si pensa di dover scegliere il tutto diventa una questione di comodo, di interessi, di opportunità. Ma la scelta di un maestro non è affatto una questione di comodo. Anzi…
    Paola

  133. sebastiano Dice:

    Bene. Paola rilancia un tema centrale. Chi apre le danze?
    Seb

  134. Silvano Sbarbati Dice:

    Tango.
    Scelgo il tango per aprire le danze. Basta un solo strumento, una sola fisarmonica e si può aprire le danze.

    La scelta di un maestro non è affatto una questione di comodo.
    Scrive così Paola.
    Per risponderLe devo far riferimento alla mia esperienza personale. Potrei dire che questa specie di “ricerca scomoda” ce l’ho sempre avuta. Non so quando è iniziata ad esistere, forse nella adolescenza, quando piangevo ascoltando Beethoven e Jimi Hendrix, forse con la tempesta ormonale. Mah.
    Fatto sta che ho sempre cercato. Sbagliando mira. Spesso sbagliando mira: e lo si fa quando si carica la persona-maestro delle proprie aspettative di insegnamento. Voglio che lui mi insegni qualche cosa. Una tecnica, un modo di affrontare i problemi…ma queste cose ci sono sui libri. Ci sono nei proverbi, nella saggezza popolare.

    Un maestro è la persona che tiene conto di me, che mi “accoglie”. Altrimenti è un prof, un formatore professionale, un caporeparto, un direttore etc.
    Un maestro è la persona che con me cerca la sua strada, cerca se stesso “attraverso di me”.

    Per esempio: ora il mio maestro è Sebastiano.
    Lui mi sente fratello maggiore, ma io lo sento come qualcuno che ha maturato frutti di piantagioni che io devo ancora …mettere a dimora. Io avràò una miua esperienza e i miei frutti del mio campo, ma lui ne ha altri…che in questo momento servono a me per la dieta del mio presente.

    Per esempio: ora io scelgo come mio maestro Sebastiano. Del quale – ora nel mio presente, con la mia esperienza – vedo limiti e difetti, vedo paure e incertezze, vedo insomma la persona.
    Però di lui conta soprattutto l’esempio vivente della sua presenza con e per me. Io so che Silvano allievo serve a Sebastiano maestro. Una certezza che può durare un attimo o mille anni, nessuno lo sa.

    Canzone tango. Valle a suonare nelle corsie degli ospedali, dove il maestro è quello che comodamente mi fa raggiungere obiettivi professionali e di guadagno. Qui il Maestro ci potrebbe far raggiungere solo un obiettivo: noi stessi.
    E non dite che si tratta di pura astrazione, perchè “noi stessi” esiste eccome e tutti lo sappiamo, chi più chi meno consapevolmente.

    Canzone tango, finis.

  135. mara catti Dice:

    Mi inserisco anch’io in questo coro polifonico,
    adesso che ho letto tutto… e si tocca un argomento sul quale ho qualcosa da dire.
    Credo che la scelta dei maestri avvenga a posteriori.
    Li abbiamo cercati, incontrati e solo in un secondo momento riconosciuti.
    Riconosci un maestro quando ti rendi conto che l’incontro con lui/lei ha prodotto in te un cambiamento profondo, non è l’aver imparato una nuova tecnica, ma aver scoperto una prospettiva nuova di cui tu avevi bisogno, spesso inconsapevolmente.
    A volte ci ho messo anni a riconoscere il maestro, specie quando ero molto giovane e inconsapevole, adesso mi è più facile.
    So chi sono io, almeno in buona parte, e mi è più facile ricercare consapevolmente.
    La ricerca di maestri nasce dal bisogno di verità su stessi.
    Vi abbraccio, e vi ringrazio della bella esperienza che avete raccontato, mi dispiace non esserci stata…
    Mara catti

  136. sebastiano Dice:

    Antropologicamente i maestri sono sempre serviti a trasmettere la tradizione, il bagaglio della tribù. Questa è una necessità inelilminabile. Questa trasmissione, però, ha a che fare con la techné. Quindi maestro sarebbe chiunque insegna qualcosa; anche ad allacciarsi le scarpe.
    C’è sempre stata una tendenza all’elimininazione dei maestri quando il maestro non è più colui che insegna una tecné. Quando diventa uno specchio. Rousseau immaginava un’educazione totalmente naturale, non filtrata; come in altro modo Maria Montessori quando parla di maestro interiore. La scuola può compiere la più nefasta operazione contro la persona ma questa in qualche modo può ancora salvarsi perché una voce la abita e le aprla. S’intende, dunque, che il maestro non è necessariamente uan figura positiva. Il maestro sarebbe, piuttosto, un tramite, qualcuno, o al limite, qualcosa, che mi fa attraversare un luogo e mi fa giungere da qualche altra parte. Questa sarebbe un’immagine di maestro “kantiana”; fare perché è necessario. Una provocazione?
    Una piccola verità, comunque, in questa provocazione: e cioè che gli allievi, in questa tensione dell’andare oltre, neanche li vedono i maestri. Se ne servono perché per loro è necessario. Sono abitati da un egoismo irrazionale che non posso spiegarsi. Loro devono andare oltre aiutati da qualcuno. Ma loro non hanno il compito di aiutare e di vedere. E’ lo scoglio che abbiamo sempre osservato in occasione di eventi pubblici dell’aite in cui erano coinvolti i ragazzi. Riescono a vedere? No. Loro fanno gli allievi. Invece possono, e debbono vedere, le persone coinvolte in esperienze di formazione, di setting. Ma gli allievi non vedono mai. Loro chiedono di essere allevati, di essere visti; chiedono solo conto se qualcuno non li alleva e non li sa vedere.
    Sebastiano

  137. Silvano Sbarbati Dice:

    I maestri si scelgono “a posteriori”dice Mara.
    Gli allievi “non vedono mai” dice Sebastiano.
    Un po’ la stessa cosa, descritta in modo leggermente differente.
    Interessante la notazione: gli allievi si accorgono del bisogno di maestri quando non ci sono i maestri…
    L’assenza crea il bisogno della presenza.
    Il vuoto fa nascere il bisogno del pieno.

    Ma quando si percepisce il vuoto? Chi lo percepisce come tale è forse perchè ha un bisogno già cosciente?

    Non ho la risposta, ma solo una certezza: credo che allievo/maestro sottolinei sempre un fatto: che la ricerca della trasmissione del sapere, la ricerca della verità che passa di generazione in generazione sottende la necessità – antropologica – di “trasmettere l’umanità” nel tempo presente di ogni uomo.
    Senza questa “trasmissione” l’umanità cessa di essere tale.
    Per cui – de cuius – ne discende che la relazione maestro/allievo è necessaria all’umanità, alla vita dell’Uomo in quanto tale.
    E non è più una questione di teatro/teatralità/animazione sociale/avanguardia/teatro terapia/teatro socializzante/teatro della scuola: si tratta di una questione diversa.
    Vedere e far vedere, “attraverso teatreducazione”,la realtà di questa necessità di trasmissione dell’umanità: forse a questo servono le riflessioni (vedi gli “esercizi spirituali” di Hadot…).

    Grazie a tutti.

  138. valentina Dice:

    Per percepire un vuoto, bisogna in qualche modo, aver prima percepito un pieno, e viceversa.
    Tutti abbiamo, o avremo dei maestei, anche se uno pensa di non averne bisogno. E’ attraverso i maestri, magari anche quelli nascosti, o quelli che mai immaginavamo potessero diventare tali, è attraverso di loro che scegliamo se andare a pagina 5 o a pagina 8, del libro della storia della nostra vita…e magari non ce ne accorgiamo, o magari si.
    Maestro è chi si confronta con te, maestro è chi tu guardi perchè ti piace quello che fa, e come lo fa, maestro è colui che osserva perchè vuole capire perchè tu fai così…e mille altre cose credo.
    Io ho dei maestri. Io ho avuto alcunimaestro che essendo cattivi maestri, mi hanno fatto capire chi sono i maestri. Io ho avuto buoni maestri. Magari anche io potrò diventare o essere già maestra, di me e forse di qualcun’altro…della mia amica di anni 19 come delle persone con le quali faccio teatro…ma non sono io a deciderlo, lo farà chi avrà voglia di riconoscere e scegliere un maestro.
    Grazie

  139. silvano sbarbati Dice:

    Interessante, Valentina.
    Il maestro fa e fa in un “certo Modo”.
    E anhe chi osserva perchè vuole capire.
    E capire – inoltre – non basta: si tratta anche di utilizzare quello che si capisce per l’allievo attraverso di sè.

    Decidere chi sia maestro è un compito/scelta dell’allievo?
    Forse. Resta da capire quando e come avviene “questa scelta” e quando diventa visibile all’allievo ed al maestro.

    “Presumere” (averne presunzione, avere presunzioni) non serve a questo processo di visibilità, credo io.
    Ogni forma di presunzione – palese o inconsapevole – deve, DEVE, essere guardata, vista, valutata.
    Primo, secondo, terzo palcoscenico, no?

    Avanti.

  140. Rossella Dice:

    Reduce da una settimana di Marinando ad Ostuni (con l’AGITA)… vi ho portato tutti con me (nel bene e nel male)… niente da aggiungere.. solo una semplice COMUNICAZIONE di SERVIZIO la mia! ;o)

  141. Federico Dice:

    Cito:
    “Maestro è chi si confronta con te, maestro è chi tu guardi perchè ti piace quello che fa, e come lo fa, maestro è colui che osserva perchè vuole capire perchè tu fai così…”
    molto, molto, ma molto sol-levante.

  142. silvano sbarbati Dice:

    Est, sole levante.
    Ovest, sole calante.
    Sempre di sole trattasi.
    Ripeto la domanda: il problema è di capire il quando ed il come è possibile dire quello che Federico cita come saggezza orientale.

    Forse la domanda e il problema appartiene più al sol calante.
    Ma, ripeto: il sole è sempre uno.

    Una seconda domanda che mi faccio è: essere/pensare/agire come le persone del sol-levante ha delle eventuali controindicazioni?
    Semmai, se si trattasse di “danni” come farne fronte?

    Grazie a federico per la risposta.

  143. silvano sbarbati Dice:

    Ah, Marinando. Ah, l’AGITA.
    Ci fa piacere il saluto di Rossella.

    Ed ecco che spunta un’altra domanda di teatreducazione: salutare amici e conoscenti sui blog può essere considerato un TERZO PALCOSCENICO?

    Baci a tutti.

  144. Anonimo Dice:

    Non so come venga considerato… non so classificarlo… non so inquadrarlo il mio saluto…
    Lo sapete… non sono mai stata mai brava quanto voi nella “vivisezione” del pensiero teatreducativo!
    Certo è… che a Ostuni non vi ho pensati perchè volevo vedervi in spiaggia a o a spasso alla ricerca di souvenir trash!
    So solo che a Jesi penso gli agitati, a Marinando penso agli aitini, in altri contesti penso ad entrambi e di più… ecco la risposta alla tua domanda!

    Ricambio gli abbracci e aggiungo pizzichi!

    P.S.
    Che buffo anche qualcun altro mi ha risposto “ah! Ex novo! Ah! Aite! Ah!!!! SBARBATI!

  145. rossella Dice:

    ovviamente rossella

  146. Silvano Sbarbati Dice:

    Ah, salutare amici e conoscenti sul blog è un terzo palcoscenico.
    A patto che esista Ex Novo, l’Aite, Sbarbati e, naturalmente, un blog.

    Ancora baci a tutti.
    Silvano

  147. Federico Dice:

    Allora saluto tutti, così per una volta ho la certezza di essere entrato nel terzo palcoscenico.
    E visto che ci sono, per una volta mi prendo il lusso di ringraziare tutti coloro che hanno avuto la pazienza di ascoltarmi e di prendersi cura di me. In quei momenti mi sono sentito finalmente parte di qualcosa.

    Difficile a credersi, pure io stesso fatico a volte a entrare o far entrare questi discorsi. Non solo noi persone cerchiamo di entrare nel vivo dell’argomento… è anche l’argomento che deve entrare in noi. E’ un processo bidirezionale di “handshake”. Per noi informatici l’”handshake” è uno standard che regola la trasmissione di informazioni tra due entità.
    E’ un antichissimo rituale lo stringersi la mano.
    Per la prima volta mi è venuta voglia di stringere la mano a Sbarbati. Perché ancora dopo un anno si parla di lui e di inVento (anche e soprattutto al di fuori di questo blog), perché c’è chi, se dovesse reincontrarlo di persona, gli stringerebbe la mano e lo ringrazierebbe di tutto.

    Sol-levante e sol-ponente. Anche questo è un handshake. Senza pretese. E’ un circolo ormai. C’è qualcosa che nasce e qualcosa che tramonta. Ma trattasi di circolo, perché dopo il tramonto si risorge, proprio come il sole.
    Il terzo palcoscenico è un circolo. Laddove le cose tramontano, risorgono nel terzo palcoscenico.
    Ora mi piacerebbe cominciare a ballare la danza della pioggia.

    Federico de Fabrizi

  148. silvano sbarbati Dice:

    Bravo Federico.
    Salutare è un gesto di cura (terzo palcoscenico) perchè:
    - fa capire all’interlocutore che si esiste
    - che anche lui esiste per noi
    - gli si stringe le mano (anche metaforicamente)

    Ma non solo.
    Il cerchio si chiude in quanto tale.
    Terzo palcoscenico “chiude” ma non per concludere, per terminare. Semmai chiude per far rinascere.
    Terzo palcoscenico come circolo mi pare una bellissima imamgine.
    La danza della pioggia è una immagine molto efficace per comunicare il movimento verso qualche cosa che scende dall’alto del cielo.

    Quando tu scrivi, Federico, è già “danza della pioggia”.

    P.S.
    Grazie della stretta di mano, ricambio.

  149. SImone Dice:

    Un abbraccio al volo da Simone che da un internet point di Bari, con i secondi contanti, vi pensa e regala una frase presa da “Registi e Pedagoghi” di F.Cruciani che ultimamente mi porto dietro. Non ho potuto non riportarvela in merito ai discorsi affrontati, scusate se non commento i vostri discorsi ma sono veramente di fretta.

    “Anche il teatro il solo teatro è insufficente: negli spettacoli questo è un risultato che non sempre traspare, per effetto o per difetto; nella pedagogia è il perno evidente del cercare e sognare e far esistere, come teatro, una cultura di teatro. La cultura teatrale fermenta di pedagogia e soffoca di scuola, vive di dialettiche muore di teologie.”

  150. SImone Dice:

    “Anche IN teatro il solo teatro…” scusate il refuso! Besos

  151. sebastiano Dice:

    bel contributo
    grazie
    sebastiano

  152. sebastiano Dice:

    Mi ha molto colpito questa estate un libro scritto dal fondatore del buddismo giapponese moderno che parla dell’esigenza di una nuova scuola, prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, stranamente assomigliante, per analisi e soluzioni, alla scuola dei nostri giorni. Ebbene: questo fondatore era direttore didattico e la prima associazione che poi è diventata associazione di buddisti laici , era in realtà un’associazione di maestri dissidenti. Come dire: i bisogni degli allievi sono, essenzialmente, bisogni spirituali.
    Un mio amico buddista mi manda queste definizioni di maestro, che qui allego
    Il maestro non tira ma sprona
    Non dice ma osserva
    E se qualcuno cade gli da la mano
    Il maestro non sente il peso della responsabilità
    ma gioisce nel creare nuovi maestri.

  153. silvano sbarbati Dice:

    I bisogni degli allievi sono essenzialmente bisogni spirituali.

    Vorrei dire intanto che nel concetto di “spirituale” ci deve stare, deve coesistere anche l’unità della persona, senza pensarla più come mente o come corpo.

    Mente che pensa: primo palcoscenico.
    Corpo che agisce: secondo palcoscenico.
    Spirito che restituisce al corpo e alla mente: terzo palcoscenico.

    Questo tema del “maestro” può essere considerato il tema che EX NOVO ha fatto salire ai piani alti del nostro lavoro di ricerca.
    Le cose scritte da Roberto, Valentina, Patrizia, Simone, Federico etc. lo dimostrano senza alcun dubbio.

    Mi rendo anche conto però che bisogna approfondirlo: e allora butto lì: perchè non organizzare un week -end aite nel luogo scout di SantA mARIA DEL cOLLE CHE HA COSTI bassi e che può ospitare fino a una ventina di persone?
    Il tema è appunto: teatreducazione e magistero.

    Altrimenti si rischia di tenerlo a bagno maria – il tema… – sul blog, con i rischi dello scadimento e della perdita di tensione da parte di tutti.

    Vorei avere riscontri in tempi solleciti, per capire se l’idea ha un senso oppure è priva di fodnamento.

    Grazie.

    Silvano Sbarbati

  154. silvano sbarbati Dice:

    Eppoi la questione del gioire nel creare nuovi maestri.

    E’ un tema molto importante: vuol dire che il maestro non ha invidia nè gelosia.
    Anzi. Quando si accorge – sperando che si accorga – della nascita di un nuovo maestro, allora se gioisce è stato un buon maestro.
    Direi che la gioia del maestro che riconosce un altro maestro è un “terzo palsocenico”, no?

  155. silvano sbarbati Dice:

    Eppoi ancora:
    l’appuntamento con etatreducazione e magistero potrebbe essere allargata ai genitori dei bambini di EX NOVO.
    A quanto hanno voglia, bisogno di fare questa ricerca.

  156. Federico Dice:

    Dall’incontro di Sebastiano con Teatro Naturale…

    1° spezzone

    In pizzeria…
    S.: “E tu Federico di che cosa hai bisogno?”
    Federico ha borbottato per mezz’ora sperando di sviare il discorso, ma…
    S.: “Sì ma non mi hai risposto. Di che cosa hai bisogno?”
    Passa del tempo…
    F.: “Io sto bene come sto.”
    Usciti dalla pizzeria…
    F.: “Per me un bisogno è un’esigenza impellente.”
    S.: “Vai a cercarti il significato sul dizionario etimologico. Per esempio puoi scoprire che compagno deriva da cumpànis. Un compagno è una persona con cui spezzeresti il tuo pane. Questo non lo faresti con tutti.”
    F.: “Quindi un compagno è un amico. E il significato etimologico di bisogno?”
    S.: “Non lo so, lo devo andare a cercare anche io.”
    F.: “Ma come?!?!?! Scommetto che appena torni a casa… ;)
    S.: “Lo cercherò subito…”
    Passa del tempo…
    F.: “Ma è possibile che a voce non riesco a dire le cose con la stessa tranquillità di quando mi trovo davanti a uno schermo?”
    S.: “Probabilmente per te scrivere è un bisogno, ed è una cosa che hai scoperto lo scorso anno grazie a Silvano.”
    F.: “Ma perché solo grazie a lui?!? E tu dove stavi?”

    e qui mi aggancio col secondo spezzone…

    torniamo indietro nel tempo di mezz’ora, di nuovo in pizzeria…

    S.: “Federico non mi vuole dire le cose perché non mi ritiene più un suo maestro. Ora il suo maestro è Silvano.”
    Federico non risponde (forse non sa cosa rispondere)
    S.: “L’ho beccato!”
    Passa del tempo… fuori dalla pizzeria, quando finalmente non lo sente più nessuno al di fuori di Sebastiano…
    Spiazzato? Stordito? Infastidito? Incazzato? Imbufalito? Indiavolato?!?!? SATANA IN TERRA?!??!?!
    F.: “Perché dici questo? Perché la presenza di uno deve escludere l’altro?”
    S.: “Ma guarda che non è un male. Si cresce e si cambiano i maestri.”
    F.: “Non ho pensato mai di allontanarti come maestro, anche se ti chiamo S.A.. E’ vero che cerco di imitare Silvano su alcune cose, anche se a volte è proprio difficile stargli dietro.”
    Qui mi devo fermare per esplicita volontà di Sebastiano, che mi ha chiesto di non rendere pubbliche alcuni cambiamenti interiori (in chi?).

    Cercando sul dizionario etimologico online il termine “bisogno”, si nota come sia evidente il legame che c’è – appunto – tra bisogno, necessità e cura. Ossia il terzo palcoscenico.
    Cura: parte attiva nel terzo palcoscenico, ossia il momento in cui si dona.
    Bisogno: parte “passiva” nel terzo palcoscenico, ossia il momento in cui si riceve – in cambio – un dono.

    Dico bene?

  157. Federico Dice:

    Mizzica Silvano ha sbagliato a scrivere teatreducazione!
    E’ un giorno epocale!

  158. silvano sbarbati Dice:

    Teatreducazione…rimetto a posto tutto…

    Dici bene, dici bene Federico.
    C’è bisogno, necessità, urgenza del fare di qualche giornata di incontro.
    C’è bisogno. La scrittura nasce dall’incontro, lì’incontro nasce dalla scrittura e poi ritorna, un cerchio insomma.

    P.S.
    Questa storia del maestro Sebastiano e del maestro Silvano è interessante per come si sviluppa la ricerca dei riferimenti.
    Credo però che “maestro” sia parola al plurale.
    Nel senso che esprime una pluralità di contenuti.

    Epperò mi dico anche che teatreducazione è creatura di Sebastiano e di Silvano. E dunque…

  159. silvano sbarbati Dice:

    E siccome ho tempo, in attesa del concerto di Massimo Ranieri (sì, lui), dico a Federico che sarebbe utile (nmon solo interessante, ma utile) che lui scrivesse come ormai sa fare, cercando una cifra accessibile a tutti, proprio tutti, un giro di boa (come suggeriva S.A.)
    E dovrebbe farlo cercando di articolare il suo discorso in DIECI articoli, NON DIECI COMANDAMENTI.

    Dieci pensieri su Ex Novo dopo aver letto il blog fin qui.
    Materiali di riflessione dal suo riflesso di semplice lettore di un blog come questo.
    Ho inventato un meta-blog?

    Silvano

  160. Federico Dice:

    59-60 commenti fa…
    Forse per Natale sarò pronto! :D

  161. sebastiano Dice:

    E io non ti offro più la cena!
    Seb

  162. Federico Dice:

    Guardi S.A. che se mi fa morire di fame… il mio cervello non sarà più in grado neanche di ricordare l’alfabeto italiano.

  163. sebastiano Dice:

    Insomma: abbiamo detto anche molte altre cose. Un paio le riporto io. Una riguarda questa faccenda della cura. Ho detto a Federico: “è giunta l’ora che vi mettiate a scrivere qualcosa su questa esperienza più che decennale. Pensi sia una esperienza comune?” Non lo è affatto, perché la cura non è questione di pochi minuti, o un paio di ore. La cura è lunga, ed è faticosa. Quando, per esempio, si concludono i corsi di formazione, tu sai esattamente che, se non ci sarà un dopo, non ci sarà nulla. Sono tutti contenti o scontenti quando finisce un corso di formazione. Il dopo è un bel mistero; non ne sai niente. Il dopo è, in genere, mancanza di cura. Che ti ricordi di uno spettacolo. Le emozioni? La successione delle scene? La sequenza delle azioni? Non ti ricordi un bel niente. Cioè: ti ricordi solo per poco tempo. Quello che ti ricordi è quello che è stato sottoposto alla cura del ricordo e della trasformazione. Per il dopo, per la vita.
    Altra cosa detta con Federico: tu non sei a Monza, il tuo bisogno non può dipendere dall’incontro serale in cui i tuoi compagni fanno teatro. Tu, realmente non ci sei. Ma questo non esserci potrebbe anche diventare la scusa del “tanto io non ci sono, che cosa può volere ancora da me?” Ma Federico c’è in altro modo; e cioè in questo spazio. Nello spazio del dopo, che lui ha scoperto calzargli a pennello. E questo perché il teatreducazinoe non ci chiede di essere specificatamente dei bravi attori, gente che si sa muovere e sa fare lo spettacolo. Roberto dice che lui di teatro non ne capsice nulla e probabilmente non gli interessa neanche. Federico scopre questo spazio perché qualcuno gli fa osservare, a Invento, che il suo cattivo rapporto con la scrittura dipendeva dalla paura di essere giudicato dall’insegnante. E questo bloccava la sua scrittura. Che, ora, è qui. Lui considera chi glielo ha fatto osservare un maestro. Questa è la differenza tra un professore e un maestro. Il professore insegna, istruisce. Il maestro vede e ti fa vedere. La cura, insomma, ha a che fare non rispetto ai bisogni e ai compiti che io ti voglio attribuire, ma, appunto a quella domanda insistente “ma tu, d i he cosa hai bisogno tu?” Questo sentirsi obbligati a rispondere viene assorbito nel dono, necessario, della risposta. La risposta è parte del dono.
    Per finire. Chi scrive in questo blog sceglie di prendersi cura, sia ben chiaro, non di apparire. La cura costa fatica. Può essere faticoso aprire questo spazio se si ha altro di più urgente da fare. Chi ci scrive dona un gesto agli altri, un pensiero, nella logica di quel cum panis. Non potrei direi queste stesse cose in un altro luogo. E ricordati, Federico: “Verranno padri buoni”. Eravate a tavola, a spezzare il pane, nell’assenza di un padre. E i dieci comandamenti erano appunto, l’invocazione all’assenza di un padre. Che è anche maestro, ma non necessariamente.
    SEB

  164. silvano sbarbati Dice:

    Mentre scrivo ascolto in interfono il concerto di Ranieri.
    Canzoni.Musica arrangiata in modo piacevole per l’orecchio di tanta gente. Alla fine di ogni canzone, il pubblico grida “Bravooo” e batte le mani a lungo.
    Funziona tutto.
    Un lavoro musicale, di canto, di luci, di balletto finalizzato al gradimento.
    Teatreducazione si chiede: perchè sono bravi? Che cosa vuol dire bravi? E ancora: perchè spono bravi per queste persone che spendono 68 euro a poltrona? Che cosa chiedono queste persone a Massimo Ranieri?

    E ancora: perchè ci facciamo queste domande?
    Già: questo potrebbe essere un vero bisogno, a cui dobbiamo dare una risposta.
    E non solo il bisogno di soddisfare curiosità, che non è proprio curiosità…
    Semmai è cura. Ovvero il cercare di capire se quel bravo è nell’ordine del giusto, del bello, della scoperta della propria verità individuale.

    Ecco: teatreducazione è una ricerca personale, su di sè, che si realizza nella dialettica del gruppo.
    La scrittura è uno strumento, co altri.

    E ogni gruppop ha bisogno del maestro. Un conduttore.
    Un provocatore. Un “interrotto interuttore” che si interrompe e si accende a sorpresa, stupefacente, meravigliante per chi vuole ascoltare.

    Il pubblico di Ranieri spende tanti euro…vuol dire che attraverso quel denaro “compra” qualche cosa.
    Ma, come dice Sebastiano, cosa resta di cià che ha comprato seduto in poltrona? Un’altra domanda, alla ricerca della evrità che ciascuno conosce e che spesso occulta per paura di qualche cosa che non conosce…per paura di conoscere la Sua verità.

    Se il maestro “prende per mano” chi cade, vuol dire che non batte le mani per il proprio piacere, ma usa le mani per la “cura”, appunto per il faticoso e impegnativo “terzo palcoscenico” di teatreducazione.

    E grazie ancora, e io aspetto i dieci comandamenti di Federico, che se ricordasse le regole della scrittura non creativa non faticarebbe troppo: si mette davanti la tastiera del PC e scriverebbe…semplicemente come sto facendo io e come lui sa fare, anche se fa finta – raccontandosi bugie – di non saperlo fare.

    Al lavoro, pelandrone.
    Silvano

  165. Leonardo Dice:

    Mi sembra buona l’idea di incontrarsi un week end.
    E’ questo il mio primo intervento sul blog.
    Un ciao a tutti, a Roberto, a Valentina entrambi conosciuti quest’anno, a Federico che ritrovo con grande piacere e che sta sempre più dimostrando non solo di essere stato un ottimo “allievo” ma soprattutto di avere avuto il più eccellente dei maestri.

  166. sebastiano Dice:

    Questa ve la butto lì, poi mi prendo il tempo per parlarne. Teatreducazione e cavalli. Sì, non sto scherzando. Stamattina, alle sette, in un maneggio della Brianza, con Andrea e i suoi cavalli. E scopri che anche sti maestri hanno sempre qualcosa da imparare. Anche dai cavalli.
    Sebastiano

  167. paola Dice:

    Mentre Silvano si ascoltava in filodiffusione Ranieri e la sua band…me ne stavo a vedere uno spettacolo teatrale, poco distante dal teatro delle Muse… Sono andata perché alcuni amici erano in scena. Il tutto nasceva da un percorso laboratoriale durato tre settimane (quindici giorni effettivi di lavoro).
    Alcune brevissime annotazioni.
    1. Il regista all’inizio spiega il lavoro e annuncia la messa in scena come la conclusione del laboratorio, l’atto finale di un percorso preciso. Non un allestimento vero e proprio dunque. Ma: conclusione di un percorso. Un percorso sul personaggio, sullo studio del personaggio.
    2. Quello che vedo è sorprendente. Davvero, mi sono stupita molto nel vedere ragazzi (in numero di 35) alla ricerca di questi fantomatici personaggi del testo. Le loro movenze, caricaturali e grottesche, ricercate attraverso uno studio che prevedeva l’utilizzo delle movenze degli animali…così diversi nei passi, nello sguardo e nel movimento delle braccia e delle gambe. Così terribilmente uguali quando aprivano bocca e davano voce a quel testo.
    3. Fine dello spettacolo, vado a salutare gli amici e chiedo che c’è perché li trovo strani o forse stanchi. La risposta loro è che sentono e vivono un vuoto. Il vuoto della fine di un lavoro.
    4. Commenti dal pubblico: un bello spettacolo, davvero. Mi è piaciuto molto, bravissimi. Tu non l’hai visto? Ti sei perso qualcosa, davvero…. stop.

    Ora, lo so che forse tutto questo è scontato e già detto. Al di là del fatto che non ricordo neanche una battuta di quel testo e che lo spettacolo era una messa in scena senza infamia e senza lode, al di là che i ragazzi si sono divertiti e hanno pagato per una esperienza sicuramente intensa in quanto a socializzazione e insieme di cose. Al di là di tutto mi scopro, stranamente, sorpresa a pensare ancora una volta che questo è il teatro. Questo è il teatro. Non esiste un terzo palcoscenico. Non esiste cura. Non esiste niente di niente.
    Non c’è nulla da fare. Il vuoto del dopo, agganciandomi a quanto scrive Sebastiano, cancella i ricordi e non consente di aggiungere nulla a quello che è stato. A che serve? A chi serve? Lo so che tutto ciò è banale e già scritto…siamo qui a ripetercelo quotidianamente. Ma quello che mi porto via dalla serata di ieri è lo stupore, la mia sorpresa a quel grido che portavo dentro: il teatro è questa roba qua.
    L’ho detto a qualcuno che aveva preso parte allo spettacolo. A bassa voce, senza farmi sentire. Probabilmente si sono offesi.
    E’ stravagante e spiacevole la sensazione di sentirsi alieni. O terreni, in un mondo di marziani.
    Sono superba, quando scrivo quello che ho scritto? Sono più avanti? Sono più indietro? Sono da un’altra parte?
    Perché questa cosa mi fa rabbia e credo che la gente perda il suo tempo? Ognuno ha il diritto di fare quello che vuole e non sta a me valutare.

    E’ possibile che c’entri qualcosa la solitudine?
    Si fanno danni, ad andare in giro a dire e comportarsi in una certa maniera. Si possono far danni. Si può restare soli.

    Magari era meglio Ranieri e il suo perdere l’amore…
    Paola

  168. lorenzo Dice:

    e’ un periodo un po’ strano della mia vita, un periodo in cui c’e’ una voglia matta di ritornare studente…nn delle scuole superiori (il tanto odiato liceo dove ho trovato poco, veramente poco in fatto di maestri e in fatto di strumenti); ma studente di vita, di cose semplici.
    ho ripreso l’universita’ per vari motivi (promesse fatte e voglia di studiare..etc..), sto provando a capire chi avere di fianco e se potrebbe mai funzionare davvero (dubbi metafisici sentimentali..nn fateci caso..) ma la vera cosa che mi sta mettendo in dubbio sono i vuoti (paola ne parla nel suo scrivere), vuoti teatrali?. vuoti di maestri? vuoti di strutturazione ? vuoti di poetica teatrale? vuoti di concretezza lavorativa?…..forse tutte queste cose….

    e io che di maestri ne ho vicini molti…per qualche assurdo vuoto a volte me ne distacco…c’e’ una paura di avere dei maestri? i maestri ti sanno guardare nel profondo e farti capire, soffrire e vedere….e tutto questo fa paura! ma e’ l’unica strada per sopportare i vuoti….vanno riempiti!
    i maestri si cercano sempre, si cercano disperatamente e poi quando si trovano a volte si scappa ma poi se ne sente il bisogno…
    insomma ieri ho fatto una piccola lezione per un’amica che mi ha chiesto un favore…e durante la lezione ho sentito un vuoto….stavo davvero facendo teatreducazione, ero un maestro in quel momento (mm..), chi ero, che stavo facendo…era quella la strada?…dove stavano primo, secondo e terzo palcoscenico? avevo molte domande…poche risposte..bisogno di uno sguardo esterno, di un confronto vero…insomma un vuoto vero…piu di una stanza nera…vuoti.
    devo lavorare…l’universita’ e’ un modo per mettere un po di benzina nel serbatoio…ma nn riempira’ i miei vuoti..per quelli ci sono altre benzine…

    ho chiesto a due “maestri” di darmi i compiti…..ma devo ancora trovare il mio cerchio, il mio posto giusto…sto un po’ barcollando…devo riprendere i compiti, il telefono e i vari psicotutto….

    il weekend va benissimo…serve a dare carburante…..al mio essere allievo.

    il vostro amichevole uomo lagno di quartiere…
    lorenz

    lo rileggo poi….errori gravi col rosso errori leggeri col blu…

    per quanto riguarda teatreducazione e cavalli…cito baliani e kolhass….

    “….era un allevatore di cavalli e come lui lo erano stati anche il padre ed il nonno..intere generazioni di allevatori di cavalli……”
    “….e davanti alla casa adesso c’erano due, tre, quattro, cinque, sei, sette recinti con quaranta, cinquanta cavalli per ogni recinto.
    il momento piu bello della giornata per k. era al tramonto del sole quando tutte le cose si confondevano nel blu.
    a quell’ora usciva sulla veranda di casa e aveva di fronte tutti i recinti coi suoi cavalli, e dai corpi dei cavalli, a quell’ora veniva su esalando, come un vapore che formava una grande nuvola bianca, un cerchio che prendeva tutti i recinti dei cavalli…e la nuvola stava li ferma a mezz’aria come se il cielo nn se la volesse risucchiare verso l’alto.
    ecco, in quei momenti k. sentiva che tutto il mondo, tutto, era dentro quel cerchio, che non c’era piu nulla da aggiungere e nulla da togliere, che era..giusto ..cosi…”

    lo cito a memoria perche per mio fortuna l’ho imparato a memoria per uno spettacolo mai fatto…
    e ogni tanto me lo ridico, me lo “rirecito” per me…per cercare quel cerchio…per nn aver nulla da aggiungere e nulla da togliere…
    per adesso i vuoti….chissa’..forse devo andarmene qualche giorno da andrea e dai suoi cavalli e aspettare il tramonto chiacchierando…

    ancora un ciaooo

    lorenz

  169. arpaeolica Dice:

    sì, Lorenzo, vacci da Andrea. Lui ha scoperto uan cosa nuova in q I maestri un’altra cosa fanno: ti fanno cadere e ti fanno prendere le zuccate. L’importante è che non ti fai troppo male.
    Per Paola e Lorenzo. Per tutti. Credo sia il momento di dirle a voce alta certe cose. La cronaca che fa Paola del laboratorio potrebbe essere usata come

  170. arpaeolica Dice:

    sì, Lorenzo, vacci da Andrea. Lui ha scoperto uan cosa nuova in quell’oretta di lezione col cavallo e lui. Forse te la dirà. I maestri un’altra cosa fanno: ti fanno cadere e ti fanno prendere le zuccate. L’importante è che non ti fai troppo male. E poi, se senti la malinconia dell’inconcluso, del possibile, sei sulla buona strada. Però io non credo che crescere significhi necessariamente diventare felici. Quindi pensaci se vuoi crescere veramente.
    Per Paola e Lorenzo. Per tutti. Credo sia il momento di dirle a voce alta le cose che dice Paola. La cronaca che fa del laboratorio è l’esempio di conduzione di un laboratorio teatrale abbastanza tipico. Quindi fa bene Paola a dire quello che ha detto. E’ quel lavoro abbozzato l’altr’anno alal rassegna di Chiaravalle: fare un elenco delle cose che non bisogna fare.
    Grazie
    Sebastiano

  171. silvano sbarbati Dice:

    Danno. Dannato.
    Il dannato è chi ha fatto un danno o chi l’ha subito?
    Credo entrambi.

    Dannata solitudine. Già.
    Le cose e le persone si possono capire, ma per “comprendere” ovvero per “prendere insieme” (cum) c’è un alvoro in più. Un lavoro che prevede la solitudine, la possibilità di non stare nel gruppo, di sentirsi più che di essere isolati. Isola.

    Teatreducazione è un’isola.
    Circondata dal mare. Piccola o grande, ma sempre circondata dal amre.
    Anche i continenti sono isole circondate dal mare, nel grande globo terrestre. La differenza tra isola e continente la fa la dimensione.

    Teatreducazione e cavalli, teatreducazione e cani, teatreducazione e maestri, teatreducazione e soliitudine.
    Tutto questo arriva semplicemente da EX NOVO?
    EX NOVO è la miccia che ha fatto “esplodere” questo tipo di riflessione.
    Ma la materia esplodente era questa e non altra.
    Chi non “è” materia esplosiva non si accende.
    E tanto basta per farci capire – e non farci meravigliare – perchè alcuni ci sono e altri non ci sono, perchè alcuni ci vogliono essere e altri non ci vogliono essere o non sanno esserci.

    Basta meraviglia.
    Parliamo di cavalli, cani, maestri, solitudine,. abbandono, incompresioni, etc.
    Il teatro è là. Il teatro si lascia vedere da teatreducazione.
    Teatreducazione attraversa il teatro perchè è una materia mobile, la sua ricerca non è ricerca-teatrale, ma è movimento che attraversa testo corpo spazio per come si ra-ppresentano nel teatro.

    Teatreducazione non è un genere di teatro.
    Semmai il teatro è un “genere”, una “forma” di teatreducazione.
    Che infatti possiede TRE PALOSCENICI e non solo uno, tippico del teatro.

    Il teatro prova in palcoscenico e accade in paloscenico.
    Teatreducazione prova e si rappresenta in TRE PALCOSCENICI.

    Per questo c’è la solitudine, cari amici miei. Per quiesto esiste la possibilità di NON ESSERE FELICI E CONTENTI.
    Questa è una scoperta della ricerca, fatta da Paola.
    E se sapeste quanta solitudine ho prodotto io negli anni…

    P.S.
    Ero pronto a proporre la chiusura di questo blog. Ma adesso credo che sarebbe stato uno sbaglio…

  172. mara Dice:

    …e se il terzo palcoscenico ti sfugge, lo senti solo parzialmente compiuto e per questo continui a rincorrerlo, possiamo dire che anche ciò che lo precede sia senza fondamento?
    Non credo, è giusto avere una direzione precisa anche se la certezza di aver seguito la strada giusta l’avrai solo nel momento in cui ti accorgi di avere superato la meta.
    Essere sereni nel vuoto e nella solitudine richiede una pienezza interiore che è concessa solo in brevi momenti “di grazia”.
    E credo che in questo possiamo solo essere maestri di noi stessi
    I cavalli…bè entriamo davvero in un mondo terapeutico, con una infinita possibilità di pace interiore.
    (certo,, se ci si vede in brianza mi sarà facile esserci!)

    mara

  173. Alessandra Dice:

    Buongiorno,
    io sono la mamma di una bambina che ha partecipato questa estate all’Evento Ex Novo a Jesi.
    Prima di tutto GRAZIE perché è stata un’esperienza bellissima, che ha avvicinato grandi e bambini, Ex Novo ha “spinto” tutti noi a dimenticare gli impegni quotidiani e ci ha inchiodato nel parco, dove l’esperienza con voi ci ha fatto riflettere, ci ha fatto conoscere, ci ha fatto capire quanto è bello “stare insieme”, e tanto altro….io sono sicura che ognuno di noi si porta nel ricordo quella veloce ma intensa settimana d’estate di Teatro educazione.
    Un grazie anche a Roberto e a Maria che con voi ha permesso la realizzazione di questo evento.
    Scusate il ritardo di questo “GRAZIE” e sulla sua proposta Sbarbati………….magari si riuscisse ad allargare l’appuntamento di teatro educazione anche ai genitori…

    Alessandra

  174. Federico Dice:

    Ma sì, chiudiamo il blog e mandiamo a quel paese tutto quanto. Calpestiamo i boccioli di teatreducazione, tanto spacciati per materiale di/per la riflessione.
    Non vado oltre per non rovinare il clima armonioso che finalmente sembra essersi instaurato.

  175. silvano sbarbati Dice:

    Federico, mandiamo tutto al paese di teatreducazione.
    Questo era il senso del mio intervento.
    Fa piacere -pelandrone – che tu reagisca con questa veemenza.
    Buon segno, buon segno…

    Alla signora Alessandra: grazie per le belle parole.
    Continui a seguirci qui e presto le faremo avere notizie.
    E’ vero, si pensa a teatreducazione anche per adulti-genitori.
    A presto, a presto.
    Silvano Sbarbati

  176. silvano sbarbati Dice:

    Per Mara

    Il terzo palcoscenico sfugge?
    Certo. E’ il palcoscenico che ci si costruisce addosso, è il luogo della nostra individuale e poi condivisa riflessione. Riflessione, specchio…

    Per cui non è un problema seci “sfugge”.
    In realtà dovcremmo preoccuparci se siamo noi a “fuggire” dal terzo palcoscenico.

    Spero di essere stato chiaro in questo passaggioo importante di teatreducazione.

    Grazie.
    Silvano

  177. Sebastiano Dice:

    Teatreducazione è un fiore lento. Nella lentezza avviene il dolore. Non è un parto con l’epidurale. E ‘ pura maieutica. E non ha luogo e non ha tempo, anche se ha bisogno di un luogo e di un tempo precisi. E non ha età.
    Effetto di teatreducazione nella mia classe. Non per il testo, in sé, si capisce.

    parole che creano poesie
    parole di tanti ricordi sopravvissuti
    parole di verità che non si smentiscono mai
    parole ascoltate dal mondo
    parole nere dove non c’è fine
    parole come lettere che escono dalle tue labbra

    G.M. quinta elementare

    insomma, parole sottratte alla banalità del quotidiano
    Seb

  178. Rossella Dice:

    Contate sulla mia presenza per l’idea del week end aite!
    Ti avrei detto di contare sulla mia presenza anche per il concerto di Ranieri.. ma, ahimè, è troppo tardi!
    Rossella

  179. valentina Dice:

    Buongiorno TUTTI.
    Ho il pc rotto, e scrivo dal computer di un amico. Il week and AITE mi interessa ovviamente, e adesso essendo di corsa non ho modo di dilungarmi, ma a presto vorrei dire due parole sul dannato…che è tale perchè ha compiuto un danno.
    A presto e scusate la frenesia…ma sto anche traslocando…ancora!
    Ah dimenticavo…cerco pure lavoro, che delirio!!

  180. Silvano Sbarbati Dice:

    TEATREDUCAZIONE E MAGISTERO
    Programma
    Venerdì 21 noveembre 2008
    A partire dal pomeriggio
    Cena sociale con pizza a carico di ciascuno.
    Lavoro post prandiale

    Sabato 22 novembre 2008
    Colazione sociale
    Lavoro
    Pranzo sociale
    Riposino individuale
    Lavoro
    Cena sociale con pizza a carico di ciascuno
    Post-lavoro

    Domenica 23 novembre
    Colazione sociale
    Lavoro
    Pranzo sociale e partenza per le destinazioni
    di ciascuno

    Luogo
    S.Maria del Colle
    a 5 km da Jesi, in collina.
    Si dorme in camerate da 6 o otto persone.
    Si mangia in una sala comune con camino.
    Riscaldamento a termosifone.
    Pasti autogestiti con cucina “sociale” (chi più sa più metta)
    Bagni a sufficienza, una sola doccia.
    Possibilità di stare all’aperto in una pergola.
    Attorno, uno spazio rurale in riservatezza.
    Anche barbecue all’aperto.
    Possibilità di fare passeggiate in campagna.

    Costo a persona: € 50 (escludendo la pizza
    a carico di ciascun partecipante).
    (vitto, alloggio e conduzione del lavoriero).

    Posti disponibili: max 15 residenziali.
    C’è solo una camera doppia.
    Chi sta vicino, se vuole, può tornare a casa.

    Contenuti di teatreducazione.

    Possono partecipare tutti, salvo i minorenni.
    Per iscrizioni e prenotazioni scrivere a
    aitejesi@alice.it

    IL PRESIDENTE
    Silvano Sbarbati

  181. Barbara Dice:

    ero rimasta un pò indietro con i commenti, ma li ho letti tutti fino ad oggi (sono tornata in pari).
    Fatemi sapere se prevedete corsi di teatreducazione.
    Perchè non li fate a Jesi? Magari ci avevate già pensato (che tonta!) io la butto là, anche a cadenza settimanale, per adulti e bambini.
    Vorrei dare la mia opinione anche sulla selta del maestro. Per me il maestro è quello che ti guida rimanendo anche nell’ombra, cercando il tuo bene, non la sua visibilità, è quello che ti fa sentire in pace con te stesso, che non ti giudica, ma ti fa domande,… ecco un personal coach.
    Cercasi personalcoach per Barbara.
    Un saluto a tutti

  182. valentina Dice:

    mi piacerebbe, tutto quel sociale mi intriga, ma non lavorando, non posso spendere.
    sarà per un’altra volta, o cercherò di venirvi a trovare. un abbraccio

  183. Roberto Freddi Dice:

    Quiete.
    La quiete a placare le passioni che agitano il nostro animo.
    Puntualmente 4-5 volte al giorno mi collego al Blog e trovo la Quiete.
    Si parlava di maestri, penso che il Blog a mio avviso è un buon maestro.
    E’ un concentrato di riflessioni, di approfondimenti, di aiuti, di punti di vista, di presenza, di esporsi, di esserci.
    Il tutto aspettando l’AITE e il Magistero.

    A presto Roberto

  184. silvano sbarbati Dice:

    Terra di passaggio (e non terra di confine, che separa…)

    Sebastiano ha scritto – in un suo intervento – che si sente “terra di passaggio” dopo una esperienza di regia, e sente un “vuoto”. Come se sentisse il bisogno di ridiventare allievo.
    Patrizia, citandon un autore non teatrale, ci ricorda e gli ricorda che “Un uomo può dire di conoscere quando egli stesso “è” conoscenza”.
    Quando conclude una regia Sebastiano sente che è approdato in un’altra terra, non è sua, che non conosce più, e dunque Sebastiano approda in una conoscenza che è o più piccola o più grande di lui, ma non è “lui”. Ecco il sentimento di vuoto.

    Sebastiano è “terra di passaggio”, e ricordo che senza terra da attraversare non esiste movimento.
    Un maestro potrebbe dunque essere definito come “terra”.
    Per questo tutti gli puntano gli occhi addosso (come quando si cammina…). Per questo, in quanto “terra” fa/è tutte quelle cose che gli altri non possono/vogliono fare.
    Per questo, in quanto “terra” vede i passi degli altri…
    Per questo resta sempre a disposizione degli altri, che “camminano” su di lui. Non fa niente, il maestro, “supporta, sopporta, conforta, sorregge” come fa un terreno su cui si cammina.

    Nessuno accetta che un maestro possa sbagliare? Certo.
    Come si può accettare il fatto che la “terra” che si attraversa sia “sbagliata”?
    L’allievo si muove ma non sa, sempre, che il suo maestro è la “terra” su cui si muove, e senza di essa non si può “muovere”.

    Sebastiano – in un suo altro intervento – scrive che “vorrebbe essere un bambino che non sa niente”
    In realtà vorrebbe attraversare una “terra”. Sta cercando un proprio maestro, ora, dopo essere stato “terra” per qualcun altro.

    Ma se il maestro ha bisogno di qualcuno che gli faccia vedere cose…allora è sempre più vero che maestro equivale a “terra”.
    La “terra” per essere tale ha bisogno di uno specchio che la rispecchi e la faccia diventare consapevolmente “terra/maestro”. E chi può essere lo specchio? L’allievo.
    Ma solo se il maestro lo vuol fare essere tale.
    Qui la differenza tra “terra/maestro” e “allievo/camminatore”.
    Il primo utilizza l’allievo come specchio. Il secondo no.
    Il primo sente questa responsabilità, il secondo non la sente e non la vede, non ne ha bisogno alcuno, anzi spesso la rifiuta, (vedi qualcuno del blog, qualche giovane che si sente maestro/maestra per qualcuno più giovane e non sa che non si tratta di una catena fatta di anelli di esperienze passate…).

    La “terra/maestro” non è solo la esperienza. E’ soprattutto la consapevolezza di essere quella conoscenza…

    Per questo non si può essere soli.
    Per questo bisogna stare insieme. Terra e specchio di terra.

    Silvano

  185. sebastiano Dice:

    Riporto qui, per completezza, i passaggi del mio ragionamento cui fa riferimento Silvano
    Sebastiano

    Sentirsi dire maestro è una cosa pesante. E’ una responsabilità, tutti ti puntano gli occhi addosso; i piccoli errori diventano oggetti scrutati con una lente di ingrandimento. Se sbagli, non sbagli per uno, ma per cento. In questi giorni ho scritto una cosa semplicissima sul mio blog: miolive.wordpress…. Ho scritto: vorrei essere un bambino che non sa niente. Bella contraddizione, no? Se è vera, se è sentita, non vale questo:un maestro sa molto bene quello che vuole; vuole solo quello che sa.
    Questa affermazione sarebbe, più che altro, un rischio che è sempre dietro l’angolo, ma non apparterrebbe, non dovrebbe appartenere ai maestri. Credo dipenda dal fatto che abbiamo di questo termine una definizione mentale di un certo tipo. Non so se distorta, ma di un certo tipo. Il maestro sarebbe uno che la sa più lunga degli altri. Uno che deve fare delle cose che gli altri non possono, non voglio fare. Se mettiamo insieme le definizioni di maestro apparse sul blog, coincide il desiderio di tutti di ciò che dovrebbe fare un maestro. Di ciò, meglio, che non dovrebbe fare. Un maestro è sempre a disposizione, ecco tutto. Un maestro non sa un cazzo. L’ho detto e lo ripeto: è una terra di passaggio. Se non è questo, allora non è maestro e se io personalmente non faccio questo, non sono maestro. Ma, l’ho detto: io vorrei essere un bambino che non sa niente. Il punto è che, quando gli altri ti dicono che sei un maestro, automaticamente ti espongono, ti mostrano. Allora tu pensi che non puoi sbagliare. Già questo sentirsi attribuire una funzione, devo dire che non mi fa molto piacere. Ripeto, dipende dal fatto che intendiamo la funzione del maestro in termini gerarchici. Il maestro dovrebbe sempre stare davanti. In realtà il maestro sta sempre dietro, è forse è questa la definizione che mi piace di più. Inoltre si è maestri e allievi nello stesso tempo. Se si è allievi, è chiaro che da allievo, non sai molto bene quello che vuoi. Non c’è gerarchia nell’esplicitare la funzione educativa. E’ un’altra cosa. Una volta uno di noi ha detto: non ce l’ho tutta questa attenzione educativa. Perché in effetti, io spesso mi accorgo di parlare sempre da maestro, ma anche per deformazione professionale; oggi in classe…Quando mi ascolto, una vocina mi dice: ma smettila! Ma evidentemente ci sono dei motivi per cui ci si sente maestri o allievi, o perché non ci si vuole considerare maestro o allievi. Liberi e basta. Come a voler ammettere una forma di autosufficienza, di conquistata libertà necessaria. Probabilmente, accanto al maestro e all’allievo, bisogna affiancare anche questa figura di “uccisore”, che certo è fondamentale nei passaggi di crescita, non solo personale, ma di intere culture, verso una maturità. I maestri si scelgono: un maestro non può fare nulla se non è scelto. Senza scelta degli allievi, non ci sono maestri. Ecco, forse sarebbe interessante indagare su questa non necessità dell’avere maestri, o del pensare di farcela da soli. Sul perché si scelgono i maestri. Che implica, poi, comunque, una cosa importante: e cioè il passaggio delle consegne, dei saperi, delle predisposizioni ad essere.

    Questo ciò che in urgenza volevo dire. Riguardo al lavoro che facciamo come aite, concordo. Rimaniamo delusi dalla reazione degli altri perché, certo, pretendiamo molto, anche da noi stessi. Seminiamo frutti rari, probabilmente, che per nascere hanno bisogno di molta cura. Personalmente, ma non vorrei peccare di presunzione, non credo di aver avuto ansia performativa a invento 2 e a ex novo, lo dico con tutta sincerità. Anzi, credo che in questi anni di lavoro con l’aite l’ansia performativa sia arrivata a livelli minimi per quanto mi riguarda. Forse perché la mia attenzione si è spostata su altre questioni. Sui processi, per esempio, sul modo di condurre un lavoro in modo coerente, cercando di fare un tutt’uno tra processo e risultato. Senza la benché minima paura di essere giudicato. Perché sapevo che, in condizioni di scoperta continua, hai sempre bisogno di qualcuno che ti guardi. Non un qualcuno generico, ma un qualcuno che ti sappia dire delle cose, che ti sappia far vedere cose che in quel momento tu non vedi. E guarda che bel girotondo: il maestro è colui che vede e fa vedere, ma, mentre lavora, il maestro ha bisogno di qualcuno che veda e che gli faccia vedere cose che lui non vede perché lui veda e faccia vedere cose gli altri non vedono. In questi anni, è stato come se non me ne importasse niente che qualcuno mi dicesse. Quasi che era più importante il far accadere, lo scoprire lì, cose che non sapevo. Perché una cosa in me è accaduta veramente: e cioè il non avere la più pallida idea di cosa deve accadere lì. Semplicemente permettere che qualcosa accada. Essere, appunto, terra di passaggio. Dolorosamente, però, perché dopo le esperienze di regia, in particolare, mi è sempre rimasto un vuoto; come se, dopo, fossi io ad avere la necessità di diventare allievo. Chi me la spiega questa cosa?

  186. mara catti Dice:

    Forse Sebastiano, ti ricordi una sera a Sant’urbano, e l’improvvisazione finale su Maria Montessori…
    Noi lasciavamo lentamente e dolorosamente lo spazio illuminato per sparire nel buio, tu rimanevi nel cerchio e raccoglievi i quaderni lanciati a terra.
    Quel momento è stato per me molto sofferto, ha assunto proprio il significato di una fine e del vuoto che ne segue.
    La tua schiena china, il peso che inchioda a terra, il dover andare.
    Credo che tutto ciò abbia a che fare con la sofferenza della separazione, in questo caso dall’allievo.
    Il dover accettare una fine perchè sia possibile un nuovo inzio.
    In quella terra di mezzo che separa una fine e un inizio c’è la possibilità che tutto accada, il senso di voler tornare allievo, magari anche bambino.

  187. sebastiano Dice:

    ricordo perfettamente. ricordo anche le discussioni successive, dolorose anche quelle, proprio perché non si era capito questo senso. era già teatreducazione. e siamo ancora lì.
    grazie
    seb

  188. sebastiano Dice:

    E tu cessa di recare dolore. Non spiegarci, non zittirci, non annoiarci, non convincerci, non ammalarci […] Non vendicarti della tua paura, non addomesticare. Di quale cosa proprio tu saresti il padrone?

    Sono venuto a prenderti nell’insulto, sono il futuro del tuo quaderno. Scriviamo – io non so ballare ma ci penso continuamente – perché assieme noi siamo il bambino perfetto

    tratto da Il bambino perfetto, di Giancarlo Sissa

  189. silvano sbarbati Dice:

    Le parole di Mara, le parole di Sebastiano, i ricordi di entrambi, il bambino perfetto di Sissa.

    Mi sforzo di riequilibrare “pensiero-cuore-anima” e mi ricordo che la Klein ma anche Bion hanno scoperto nel binomio abbandono-autonomia la radice di molti comportamenti delle persone.

    Abbandonare ed essere abbandonati.
    Se io abbandono è perchè voglio l’autonomia, voglio l’accreditamento al mondo della mia persona.
    Ma nel momento in cui decido di abbandonare, ecco che sento il dolore della separazione, della solitudine.

    Per cui, il dolore dell’essere soli/separati è il dolore della crescita che deve esserci, necessariamente.
    Per cui, “ricordare” il dolore della separazione può anche significare fermarsi nella crescita verso l’autonomia.
    Auto-nomos: il nome di me stesso…

    E trovo romantico e anche leggermente inutile a teatreducazione insistere sul dolore della separazione piuttosto che non guardare allp’abbandono e all’autonomia come due momenti essenziali alla costruzione dell’Uomo.

    La sofferenza, da sola, senza consapevolezza, è inutile.
    Teatro, senza educazione, è spettacolo.
    Per questo teatreducazione rimane una Via interessante, una Via stimolante per mettere insieme, nel loro pressante presente, sia l’abbandono che l’autonomia.

    Il maestro abbandona per l’autonomia.
    L’allievo abbandona per l’autonomia.
    L’uno lo fa allontanando, l’altro allontanandosi…
    Due modi diversi per raggiungere lo stesso risultato.

    La sofferenza del Maestro ha la stessa radice di quella dell’Allievo.

    EX NOVO e INVENTO: siamo stati abbandonati,. no?
    Ma se non riusciamo a capire che l’essere stati abbandonati può condurre ad una autonomia più profonda, più copnsapevole, rimaniamo fermi.
    Rimaniamo a EX NOVO e a INVENTO, alle loro emozioni, al piacere del narcisismo soddisfatto, alla eccitazione dello spettacolo, della conviviliatà, dello stare a fare cose che ci piacciono mente il mondo fuori ci guarda.

    Autonomia è tale se si alimenta di un Progetto.
    Altrimenti è velleità, altrimenti non è VERA autonomia.
    AD ESSERE SPIETATI, la ricerca delle emozioni in quanto tali è il modo più efficace per essere abbandonati/abbandonare senza approdare all’autonomia. Un farmaco al dolore vero del vero abbandono e del sentirsi autonomi ma soli a scegliere, fare, decidere, esserci insomma.

    Sebastiano dice: eravamo a teatreducazione, ma non se ne capiva il senso.
    Già.
    Questo insegna che si può facilmente essere sordi e ciechi e e che l’evidenza non serve a chi è sordo e cieco.

    Questo insegna che teatreducazione non è una novità, non porta nioente di nuovo, ma anzi “ritorna” alle radici di un sapere che forse abbiamo dimenticato, come facilmente accade.

    A questo sapere dobbiamo far riferimento: non come alla tradizione da seguire come legge esterna, ma come realtà dell’Uomo che si legge e si ascolta e si guarda.

    TERZO PALCOSCENICO è questo.
    EX NOVO e INVENTO “esistono” più adesso, su questo blog, che quando accadevano.

    Chi ci vuol essere, ci può essere.

    Silvano

    P.S.
    E quelli che leggono e non scrivono…
    E quelli che leggono e vorrebebro scrivere ma non sanno cosa…
    E quelli che leggono e in cuor loro pensano “tutte cazzate” inutili…
    E tutti quelli che…
    A tutti quelli ricordo che gli eventi di cui discutiamo sono nati e sempre nasceranno da qui.

  190. Federico Dice:

    Silvano, sto finale lo hai già usato…
    copia/incolla… fondi tagliati! :D

  191. Silvano Sbarbati Dice:

    Certo, lo so.
    Ma tu sai perchè li ripeto? Prova a dare una risposta, prova a capire il significato di questo mio copia/incolla.Interpreta, implementa, come dite voi con una parola nuova…
    E ricordo che copiare è un gesto, una intenzione.
    Ma incollare è un altro gesto, un’altra diversa intenzione.
    E prova anche a capire e a dircelo scrivendo, perchè hai usato tempo e computer per ricordarlo a tutti noi, questo mio copiare/incollare. Come se fosse cosa rimarchevole di essere rimarcata, sottolineata, tanto da copiare/incollare… il mio copia/incolla.

    Grazie: Aspetto.

    Silvano

  192. Bruno Dice:

    Ieri sera con il mio gruppo di teatro abbiamo discusso delle possibilità, delle idee da sviluppare quest’anno..dopo una fase un po’ programmatica che lascia il tempo che trova, si è arrivati al confronto diretto sull’esperienza dell’autonomia vissuta nell’ultimo anno.
    Ci è stato chiesto quali fossero stati i nostri ruoli.

    I nostri ruoli..

    C’è chi si è sentito leader, chi attore, chi regista chi…

    Mi è stato chiesto che ruolo io abbia ricoperto l’anno scorso. Ho risposto confusamente, cercando di discernere le cose che “avevo fatto” l’anno scorso. Stop. Buco nell’acqua.

    “Come si fa a capire il proprio ruolo?” – mi son chiesto tra me e me – “E’ un ruolo che ci viene attribuito dagli altri o lo abbiamo deciso noi? Ci ritroviamo in quel ruolo? Che cos’è un ruolo?”

    Molte domande e molta confusione…

    E’ stato anche chiesto cosa fosse un regista.

    Molte domande e molta confusione…

    Sono domande che pongo qui, dove nel contesto di Teatreducazione forse c’è una possibilità in piu’ di capire di cosa si parli quando si dice “Ruolo”.

    Aspetto opinioni!

    Bruno – TeatronaturalE

  193. Sergio Tacconi Dice:

    Non riesco a seguire regolarmente il blog e forse quindi le considerazioni che seguono potranno essere superate da cose già dette.
    La faccenda dei maestri mi fa riflettere da un sacco di tempo e vorrei spenderci alcune parole.
    Cercare, incontrare, trovare maestri… Bella storia!
    Dove sono i maestri in generale, e nel teatreducazione?
    Cosa c’è da insegnare nel teatreducazione?
    Cosa c’è da imparare?
    Mamma mia domande da stroncare chiunque!
    Perchè Lorenzo non deve iscriversi alla scuola di teatro?
    Potrebbe essergli nocivo?
    Inutile?
    La tecnica, la forma, in opposizione ai contenuti?
    Il mestiere dell’attore come antagonista della crescita personale? Suona come un paradosso…un altro paradosso dell’attore….
    La paura che la tecnica prevalga sulla ricerca personale.
    Ma si può prescindere dalla tecnica?
    E cosa è la tecnica per un attore?
    Sarà che son cresciuto in adorazione di Eugenio Barba, sarà che “professionalmente” mi piace definirmi artigiano – anzi io sono un artigiano – ma io sono fortemente a favore della ricerca tecnica.
    Trovo che la tecnica faccia parte della sostanza.
    Meglio: la tecnica sostanzia la sostanza.
    Se la tecnica però trascende se stessa.
    Trascenda, vada oltre.
    La tecnica come mezzo per dare visibilità.
    Il poeta è tale quando usa la sua tecnica per raggiungerci.
    L’artigiano si esprime attraverso la forma che è in grado di creare.
    Il musicista senza tecnica che musicista è?
    Evito di tediare con il significato che nel dibattito teatrale si da di “tecnica dell’attore”, anche perchè sono consapevole che non si tratta qui di parlare di teatro, ma di teatreducazione.
    La domanda che pongo è: quanto teatro c’è nel teatreducazione?

  194. Sergio Tacconi Dice:

    Risposte a Bruno e a Sergio

    Le molte domande di Bruno fanno pendant con le molte domande di Sergio.
    E’ stimolante prendere atto che questi due interventi danno corpo – in contemporanea significativa – a molti interrogativi che si sono rivelati importanti nel blog di Ex Novo.
    Nello sforzo di essere chiaro, ecco alcune mie risposte.

    Dove sono i maestri in generale e in teatreducazione?
    Chi si pone questa domanda è già sulla strada per trovarli.Chi non se la pone, non ne sente il bisogno e dunque non li troverà mai.
    In teatreducazione i maestri sono laddove alcuni allievi vogliono che siano.
    Lo sanno solo gli allievi, dove sono i loro maestri.
    Lo sanno quando attraversano “le terre di passaggio” che sono i maestri. Attraversare è un movimento, uno spostarsi, un cambiare luogo per cambiare stato d’essere.
    Come saperlo è una questione che riguarda loro e loro soltanto: e soltanto nell’esercizio del terzo palcoscenico, nello specchiarsi, nella relazione dialettica con l’altra persona si arriva a capirlo.
    Bisogna però togliere di mezzo la paura di stare nel terzo palcoscenico e la menzogna di non dirsi quali bisogni si avvertono presenti in se stessi.
    Paura e menzogna sono grandi nemici di chi cerca.

    Cosa c’è da imparare?
    Trasformo il “cosa” in “chi”. Imparare cose è diverso dall’ imparare atteggiamenti, sensibilità, capacità di valutazione e di svecchiamento, etc. Direi che in teatreducazione si impara che esiste il “niente” confrontandosi con il “tutto”.

    Perché Lorenzo non dovrebbe iscriversi alla scuola di teatro?

    Nessuno credo ha detto questo. Si intendeva la non necessità di fare scuola di teatro nel senso che prima bisogna fare i conti con il proprio bisogno di andare a scuola di teatro.
    Perché proprio scuola di teatro, questa è la richiesta che è stata fatta a Lorenzo. Per imparare tecniche, per diventare attore, per diventare famoso, etc etc. La risposta deve trovarla Lorenzo, senza paura e senza menzogna, magari specchiandosi nell’altro.

    La tecnica è nociva e inutile solo se resta tecnica, se non trascende, direbbe Sergio.
    Che cosa è la tecnica per un attore è lo stesso che dire che cosa è la tecnica per un musicista, o un muratore, o un ingegnere, o un informatico.
    “Crescere in adorazione” di Eugenio Barba fa pensare che Sergio abbia eletto a suo maestro Barba stesso. Questa sua affermazione è però contraddittoria, pur essendo una specie di modo di dire, conoscendo Sergio. Però…mi ci soffermo lo stesso.
    Crescere è una condizione che elimina l’adorazione, in quanto la creazione del divino da adorare presuppone una posizione fideistica, non una presa di coscienza. Se fossi Barba direi a Sergio: perché adori me e non te stesso? Quanto di te c’è nella adorazione di me? Quanto ti serve adorare me per crescere? E di che cosa hai paura nell’adorare te stesso? Etc.etc.

    Quanto teatro c’è in teatreducazione?
    Proviamo a ribaltare la domanda: quanto di teatreducazione c’è nel teatro?Più semplice rispondere?
    Io mi chiedo perché Sergio pone questa domanda. Che cosa gli interessa sapere: forse che teatreducazione è un genere teatrale, o una ricerca psicologica, o una pedagogia, o una tecnica per gestire i gruppi, o un modo per stare bene con gli altri e con se stessi, o una tecnica di rilassamento emozionale, etc etc.
    La domanda presuppone che Sergio concepisce teatreducazione come una parola composta da due significati messi assieme. Allora e teatroeducazione.

    Provo ad essere ancora più chiaro.
    Teatreducazione è una ricerca ANCHE teatrale.
    Teatreducazione è una ricerca ANCHE non teatrale.
    Teatreducazione è una ricerca che necessita di molte tecniche. Dell’attore, del regista, del docente, dell’allievo, di chi parla, di chi ascolta, di chi agisce, di chi pensa…

    Poi però ammetto che, in quanto ricerca, teatreducazione nasce da luoghi e tempi e persone diverse.
    In teatreducazione si ricerca la ricchezza della diversità accolta come patrimonio.
    Si lavora sulla tecnica per guardare all’invidia ed alla gelosia.
    Si lavora sulla tecnica per guardare l’accidia e il rapporto con il denaro e il successo.
    (Successo – participio passato del verbo succedere…).
    Teatreducazione ha (ricerca) la padronanza dei suoi limiti. Ecco una metafora che serve forse alla causa della chiarezza.

    Per questo accoglie Bruno e la sua “confusione”. E gli dice che le sue domande hanno già una risposta. Il fatto che si chieda che cosa sia un “ruolo”, e lo chieda sulla esperienza personale, vuol dire che la risposta gli appartiene, che capirà bene il valore di una risposta.
    Direi che non cadrà in “adorazione” di ciò che adesso gli scrive Sbarbati, rispondendogli, ma le peserà il valore in un suo interiore terzo palcoscenico.

    Bruno: io ho il ruolo di direttore. Me l’hanno dato sulla base di un regolamento, e mi danno uno stipendio. Ma il regolamento e lo stipendio non mi danno la funzione di direttore. Sono io che la devo cercare nelle mie risorse, cercando di capire come “interpretare” il ruolo di direttore che mi è stato affidato. Capisci: anche qui è teatro, interpretare è dare visibile sostanza alle funzioni che sono capace di svolgere.
    Regista. Leader. Attore. Spettatore. Sono ruoli. Le funzioni non possono provenire dall’esterno.
    Tu devi farti la domanda e tu deve darti la risposta. Insieme con altri, come stai facendo adesso, per esempio. Perché è l’altro che ci “costruisce”. Lo specchio. Il Narciso, direbbe Sebastiano e come ha scritto spesso Patrizia.

    Grazie.
    A presto.

    Silvano

  195. maurizio Dice:

    Come al solito, come capita a chi ha a disposizione molte parole, Silvano in un intervento di poco precedente ha trovato una sintesi folgorante del nostro lavoro di questi mesi e anni.
    Teatro, senza educazione, è spettacolo.

    Io vorrei che questa frase venisse scolpita in pietra all’ingresso della casa d’aria simbolica sede dell’AITE ed anche -con un piccolo ma doveroso gesto scaramantico- ad epitaffio sulla mia tomba.
    Perché secondo me questa frase contiene tutte le domande che ci andiamo facendo e tutte le risposte giuste possibili.
    E’ il mio primo intervento su questo blog, ma non per distrazione, e mi piace cominciare con uno slogan che mi piacerebbe vedere scritto a mo’ di sottotitolo come un claim pubblicitario:
    TEATREDUCAZIONE:
    Teatro, senza educazione, è solo spettacolo.

  196. valentina Dice:

    …chiuso?

  197. valentina Dice:

    …o è meno spettacolo?

  198. silvano sbarbati Dice:

    Parafrasi sul testo di Valentina.
    Lei vuol proporre una sintesi così:
    Teatro, senza educazione, è meno spettacolo.

    Vuole dire questo? Oppure altro?
    Pregasi una risposta a cui seguirà riflessione.
    Grazie.

  199. silvano sbarbati Dice:

    ovvero…

  200. valentina Dice:

    esattamente quello Silvano, secondo me, un spettacolo teatrale che nasce da un percorso di teatreducazione, è meno spettacolo se non si percepisce il percorso, o se il percorso non si vede affatto o se il percorso è stato svolto…tanto per fare…
    Ecco, non so se sono stata meno chiara di prima ma secondo me si capisce cosa voglio dire.
    Ho mandato mail all’AITE per il fine settimana…chi mi risponde?
    Abbracci
    V.

  201. valentina Dice:

    …dove ovviamente la parola spettacolo è trattata bene!!!!

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