EDUCAZIONE ALLA TEATRALITA’

Ecco una definizione di “educazione alla teatralità” riportata da Wikipedia . La riporto perché il confronto potrebbe essere interessante. 

L’educazione alla teatralità si pone l’obiettivo di educare tramite il teatro. Il teatro e l’educazione sono due realtà che possiedono finalità comuni: da un lato la pedagogia pone al centro dell’azione educativa la persona con tutte le sue potenzialità da sviluppare; dall’altro il teatro persegue lo stesso obiettivo attraverso attività che stimolano lo sviluppo della creatività e la comunicazione. Il teatro è un efficace mezzo di educazione per il fatto che coinvolge l’individuo intero, con la sua corporeità e fisicità, con i suoi sentimenti e il suo pensiero, ma anche con la sua profonda umanità, con la sua coscienza dei valori, con la sua più immediata e spontanea socialità. L’educazione alla teatralità non vuole trasmettere un sapere, ma portare il soggetto a formarsi attraverso l’esperienza personale e la scoperta di sé, delle proprie possibilità e dei propri limiti, al fine di esprimersi e comunicare. È necessaria, quindi, una consapevolezza globale del proprio corpo: a livello motorio, dei propri mezzi di movimento; a livello affettivo, delle modalità di espressione dei sentimenti.

16 risposte a EDUCAZIONE ALLA TEATRALITA’

  1. salvatore scrive:

    so che su Wikipedia possono scrivere tutti, ovvero chiunque ha notizie di qualcosa può pubblicarla (dovrebbe essere grosso modo così). Ora, se è così, mi chiedo chi ha scritto queste cose: un teatrante? un insegnante? un OTE?
    Ci vediamo il 3 aprile
    Salvatore

  2. Signor Emme scrive:

    Ah, Wikipedia, Wikipedia…Ma se Wikipedia fa sorgere una domanda come quella di Salvatore, benedetta Wikipedia quando non dà risposte.
    P.S. Può essere che il farsi domande sia estraneo a Wikipedia? Ed è utile alla educazione ed al teatro affermare il teatro è un “efficace mezzo di educazione” senza sapere che cosa si intenda per “teatro” e per “educazione”?

  3. sebastiano scrive:

    E se avessimo scrtto noi su wikipedia? Il testo è, comunque ineccepibile, mi sembra, e per chi non ha idea né di teatro né di educazione, potrebbe essere comunque utile. Allora dov’è il problema? In che cosa noi ci differenziamo? La provocazione era questa.
    Seb

  4. Simone scrive:

    Stiamo parlando di un portale di altissima popolarità, che si propone di essere strumento chiaro, efficace veloce e relativamente sintetico, da poter utilizzare come orientamento sulla conoscenze. Non penso che ci si debba distinguere, meno che mai differenziare da questo. Se ci si pone l’obiettivo (anche nascosto) di essere ad ogni modo fuori dalla “moda” (inteso come costume generalemente condiviso) si rischia di essere ancora più penosi e malmessi di chi vive solo in funzione i essa.

    Penso che il nostro obiettivo debba essere quello di approfondire ed essere categoricamente intransigenti, quindi critici in maniera obiettivam verso chi dice di sapere e non sa.

    Teatro è imparare la parte a memoria? Saltare e gridare come un canguro? Educazione è chiedere scusa??? Certo che no…lo sappiamo bene noi. Ma Teatreducazione deve fare i conti solo con chi già sa o anche con chi non ha mai nemmeno immaginato che fosse? Dobbiamo rendere le nostra essenza al di la del bene e del male, delle definizioni giuste. I sento raramente politici dire cose sbagliate…eooure siamo tutti d’accordo che essi non dicano la verità.

    La divulgazione di massa pone interrogativi molto interessanti e sono diretamenti connessi ad un tema centrale, molto caldo: “Come si deve proporre Teatreducazione all’esterno”?
    Ma soprattutto, dove è la menzogna di chi lavora e si riconosce in queste definizioni, mentre poi li scopriamo essere sideralmente distanti da Teatreducazione?

  5. Rossella scrive:

    E’ vero i testi su Wikipedia possono essere pubblicati da chiunque, ma al pari possono essere contestati da chiunque! Rispondendo al Signor Emme trovo che il testo spieghi il perchè si ritenga il teatro un efficace di educazione… Certo non è un concetto faciile da racchiudere in 8 righi di una pseudoenciclopedianazionalmediaticapopolare. Potrebbe essere interessante arricchire o correggere quanto è scritto visto che ci è concesso e dovuto!

  6. Federico scrive:

    Premetto che la discussione è molto interessante.
    Comincio con domandine futili.
    Simone ha scritto: <>. Perché “ANCORA più penosi di…”? Dove sta la pena? Teatreducazione è (o è stata) in pena? Teatreducazione fa (o ha fatto) pena?
    Salvatore (che saluto) si chiede chi possa aver scritto “queste cose”. E io aggiungo: perché sono state scritte?
    Sebastiano, e tutti, la differenza d’impatto che noto è il non parlare di teatreducazione. E’ una realtà diversa che però combacia in alcuni punti, mano per la mano: “L’educazione alla teatralità non vuole trasmettere un sapere…” (anche perché il maestro torna allievo), “ma portare il soggetto a formarsi attraverso L’ESPERIENZA PERSONALE e la SCOPERTA DI SE’…” (ricordo Patrizia e il Cubo di Maria, Bruno orco Tallino avvitattore, …). “È necessaria, quindi, una CONSAPEVOLEZZA globale del proprio corpo…” (qui si parla di corpo). Sommariamente noto quindi delle analogie.
    Rossella parla di “correggere”: siamo di fronte al dilemma del giusto o sbagliato? Del leggero o pesante?
    E cosa ci è dovuto?

  7. Federico scrive:

    Scusatemi, ci deve essere stato un errore di parsing da parte di WordPress: non volevo certo dire che Simone ha scritto il nulla!
    Al posto di quello che appare vuoto, avevo riportato il testo di Simone: “Se ci si pone l’obiettivo (anche nascosto) di essere ad ogni modo fuori dalla “moda” (inteso come costume generalmente condiviso) si rischia di essere ancora più penosi e malmessi di chi vive solo in funzione di essa.”

  8. salvatore scrive:

    Proposta:
    Wikipedia è vista da molti. Perchè non mandiamo una definizione di teatreducazione?
    Salvstore

  9. simone guerro scrive:

    Il mio sentimento di pena è rivolto a chi vuol sembrare, o dimostrare di, essere differenti. Si deve ESSERE, non sembrare. La difficoltà è in come mostrare un’essenza. Dietro quello parole ci potrebbe essere qualsiasi persona che si occupi di teatro pedagogico ma la storia ci insegna che non siamo uguali. CI sono spaccature, divorzi e nascite di cui prendere coscienza. Io mi sento diverso da quello che succede a Serra San Quirico, diverso da Il Teatro Sociale di Bernardi. Non mi sento di appartenere ad una disciplina teatrale diversa, ad una genere. E’ l’essenza ad essere diversa, di questa bisognerebbe riuscire a parlare: parlare al di la delle parole.

  10. salvatore scrive:

    caro simone
    essere diversi è affascinante (a volte anche facile) e anche rischioso: questo si sa. Per “mostrare un’essenza”, ovvero essere un’essenza è necessario per me , tra le tante cose, sviluppare il senso di appartenenza: condividendo la diversità.
    Grazie
    Salvatore

  11. Lo stimolo lanciato da Sebastiano coglie nel segno.
    Voglio dire: serve a spingere noi tutti a dare un significato alle parole in cui ci si possa…ri-conoscere.
    Riecco il tema del riconoscimento.
    Noi diciamo – ormai è quasi assodato – “essere in teatreducazione” e non “fare teatreducazione”.
    Ma la essenza bisogna mostrarla, per affermarne la…esistenza.
    E mostrare lo si può solo se c’è uno sguardo che la guarda.
    Per questo – credo – teatreducazione non è “alla moda”. Semmai è radicato alle radici antiche di una ricerca del significato delle parole (e dell’umanità)che non è mai venuto meno.
    Può anche darsi che siamo “diversi”: in primis da quelli che questa ricerca non la praticano.

    Il senso di appartenenza – di cui dice Salvatore – in realtà contiene (nella parola) un a-parte, un sentirsi dentro una “parte”, di cui magari si condivide la diversità.

    Se poi torniamo in umiltà sul quotidiano: la definizione su Wikipedia è ineccepibile. Chiara, fatta di parole che tutti potrebbero comprendere.
    Teatreducazione le condivide tutte ma…solo dopo aver praticato la sua ricerca nei TRE PALCOSCENICI.
    Perchè, altrimenti, condividere quelle parole sarebbe solo uno stare “nella moda”, nella convenienza (cum-venire) di appartenere alla stessa scuola, alla stessa compagnia, alla stessa università, alla stessa associazione… Tanto per non sentirsi soli.Tanto per combattere l’isolamento, per non sentirsi abbandonati.

    Ecco: teatreducazione, credo, sia un ethos (un abitare…) per essere soli con se stessi. Infatti teatreducazione non dà sicurezza, neanche nella condivisione della diversità…no?

  12. sebastiano scrive:

    Mi è capitato, stasera, alla presentazione di un libro, io intervenivo per ultimo, dopo due interventi importanti, dotti, davanti a un piccolo pubblico di una quindicina di persone, di dover abbassare il tono della conversazione pechè la gente era stanca. Così mi sono a parlare come si parla a un amico, o a un bambino, per dire perchè avrei letto quel libro. E soprattutto, se era possible leggerlo e spiegarlo ai bambini. Ecco, mi piacerebbe che, l’eventuale definizione di teatreducazione, fosse rivolta alle persone che prtecipano a uno dei nostri corsi/esperienza. Come glielo spiego a una di queste persone che teatro senza educazione è solo spettacolo?
    Seb

  13. Federico scrive:

    “Parlare al di là delle parole”. Gli strati. Le parole formano uno strato. Il sembrare è uno strato sull’essere. E’ come la carta forno: ci impedisce di essere attaccati e di bruciare “l’inferiorità” (quello crediamo) della nostra essenza. Cuociamo.
    Forse è questa la risposta a Sebastiano. Come glielo spiega un maestro? Come lo spiega un maestro ai grandi che una volta erano bambini? Andando al di là delle parole? Rinunciando a una cottura ottimale privilegiando l’artigianale…

    Federico de Fabrizi

  14. Come glielo spiego?
    Intanto inizierei da: perchè voglio/debbo spiegarlo?
    Lo voglio/debbo perchè teatreducazione è un “ethos” (un abitare) da condividere con gli altri.
    Altrimenti è spettacolo, terapia, pedagogia, strumento didattico etc.
    E siamo nel primop palcoscenico.

    Poi tornerei al come.
    Il come è esattamente lo strutturare un lavoriero.
    Secondo palcoscenico.
    La ricerca di una relazione con o senza parole.
    La ricerca di parole che abbiano un significato condiviso, che siano pesanti e non fatte d’aria.

    Poi eccoci qui: eccoci al terzo palcoscenico, che mette in campo la donada: che cosa “è” accaduto in questo momento, in questa relazione, nella mia individualità, etc etc.

    La “cottura ottimale” è il teatro/spettacolo. Penso, faccio, organizzo, distribuisco, incasso il biglietto.
    La “cottura”artigianale è quella fatta su misura per i commensali. Artigianale proviene da arte, caro Federico. Bene, le tue parole, come vedi, servono perchè sono pesanti, si sforzano di stare dentro una condivisione di relazioni.
    A presto.

  15. Federico de Fabrizi scrive:

    Stavo leggendo un resoconto di fine quinquennio per studenti di un liceo scientifico di Monza, una specie di mini-intervista fortemente voluta dal preside, un professore molto “umano” e vicino agli studenti.
    C’è una domanda che vorrei evidenziare in particolare:
    “TI HA AIUTATO A SCOPRIRE TE STESSO (EDUCARE = TIRAR FUORI)?”
    Credo di aver trovato una risposta secca in questa domanda. Una risposta breve ma grafica, in cui vedo mappato un grande aiuto necessario per risolvere un labirinto in cui sono intrappolato da due anni.
    Allora ci si chiedeva, un po’ per gusto di ricerca, un po’ per gusto di confronto, quindi in un contesto autoreferenziale interlacciato con l’esterno, quale fosse il motivo e il significato della frase “un progetto di educazione alla teatralità” per dare un’idea di cosa volesse essere InVento.
    Ora comincio a vederci più chiaro!
    Progetto, lo avevamo chiarito quella volta: voleva instaurarsi qualcosa di più stabile in un fievole evento.
    Educazione, nel nostro caso ci risponde quella domanda che vi ho riportato. Ho ripensato ai pensieri scritti, e al pensiero più o meno comune di scoperta di se stessi. Quella domanda sembra voler esprimere lo stesso concetto. La domanda chiede di ragionare attraverso questo concetto.
    alla teatralità: ci si scopre attraverso i tre palcoscenici.
    Terra terra, i tre palcoscenici sono gli strumenti, il luogo (ossia tutto l’insieme, come può essere quella scuola nel contesto di della domanda riportata) per scoprirsi.
    Ora, rispetto a prima, capisco quanto fosse centrale il ruolo di questa ricerca su se stessi. Anzi, ora mi sembra pure ovvio. Come ho fatto a non accorgermene prima?

  16. silvano scrive:

    Grazie Federico.
    Puoi scrivermi alla mia casella di posta?
    aitejesi@alice.it
    A presto.
    Silvano Sbarbati

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