Dentro questi tre ri-trovati “universi” semantici, legati alla definizione di una realtà che si è chiamata per convenzione “teatro della scuola, si colloca la mia riflessione-elaborazione ( in grande sintesi) sulla “morte del teatro della scuola”, sul tema del partenariato, sulle parole che perdono senso (regia, spettacolo, didattica, pedagogia teatrale, laboratorio). Questo in virtù di ciò che accade nelle rassegne, nella generale assenza di riflessione profonda che riguarda lo spettatore consapevole, lasciato ai margini nel dibattito sul cosiddetto “linguaggio teatrale”. Esiste oggi un teatro che vive nel “commercio delle idee e dei talenti”, della e nella logica della “bravura” (di chi?), di una visibilità sempre e soltanto misurata con altri media e con i valori che perdono di vista quelli antropologici di comunità, impegno, bisogno di espressione, elaborazione sul ruolo civile e politico della persona, etc. etc..
Teatro a scuola
Il teatro che va a scuola. Il teatro amatoriale o professionale, quello per ragazzi o meno, che nella sua forma di compagnia costituita si propone ( alla scuola quale agenzia educativa istituzionale) per proporre e far consumare la sua produzione, per farsi “vedere”. Nelle aule o nei teatri. Magari con temi allettanti, didattici, sul contemporaneo, politico-culturali, sociali, sociologici.
Teatro della scuola.
E’ il teatro che la scuola produce, seguendo propri modelli interpretativi del linguaggio teatrale e piegandoli a presunte proprie scelte pedagogiche-didattiche. Un teatro appunto “piegato” alla didattica, più che alla formazione della persona. Proprio perché l’attore è un alunno-studente e non una persona nel senso pieno della parola, scaturisce un limite di linguaggio, anche se a produrlo vengono chiamati a collaborare operatori esterni, come esperti del linguaggio teatrale, per confezionare poi alla fine un prodotto da porre in visibilità amichevole o in concorso o ai genitori (scuola materna) come dimostrazione di avvenuti apprendimenti.
Teatro fatto a scuola
Quando la scuola assume la teatralità (che è linguaggio di tutti e per tutti e con tutti) e lo fa esistere al proprio interno, con o senza l’operatore esterno. Qui possono avvenire le contaminazioni più efficaci verso il mondo della non-scuola, il mondo della formazione della persona e non soltanto il mondo fatto dal rapporto docente-studente.
Qui il problema sta nella consapevolezza di questa assunzione di responsabilità diversa da quella del teatro della scuola (vedi). Il problema lo si può affrontare nel primo palcoscenico (perché la scelta del teatro – un perché declinato con onestà intellettuale ed etica) e nella attuazione piena di un terzo palcoscenico praticato in chiarezza e alla impietosamente. Ciò non accade mai quasi e che fa essere il secondo palcoscenico privo di senso vitale (vedi morte del teatro della scuola).
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Il “teatro della scuola” è morto
Dentro questi tre ri-trovati “universi” semantici, legati alla definizione di una realtà che si è chiamata per convenzione “teatro della scuola, si colloca la mia riflessione-elaborazione ( in grande sintesi) sulla “morte del teatro della scuola”, sul tema del partenariato, sulle parole che perdono senso (regia, spettacolo, didattica, pedagogia teatrale, laboratorio). Questo in virtù di ciò che accade nelle rassegne, nella generale assenza di riflessione profonda che riguarda lo spettatore consapevole, lasciato ai margini nel dibattito sul cosiddetto “linguaggio teatrale”. Esiste oggi un teatro che vive nel “commercio delle idee e dei talenti”, della e nella logica della “bravura” (di chi?), di una visibilità sempre e soltanto misurata con altri media e con i valori che perdono di vista quelli antropologici di comunità, impegno, bisogno di espressione, elaborazione sul ruolo civile e politico della persona, etc. etc..
Teatro a scuola
Il teatro che va a scuola. Il teatro amatoriale o professionale, quello per ragazzi o meno, che nella sua forma di compagnia costituita si propone ( alla scuola quale agenzia educativa istituzionale) per proporre e far consumare la sua produzione, per farsi “vedere”. Nelle aule o nei teatri. Magari con temi allettanti, didattici, sul contemporaneo, politico-culturali, sociali, sociologici.
Teatro della scuola.
E’ il teatro che la scuola produce, seguendo propri modelli interpretativi del linguaggio teatrale e piegandoli a presunte proprie scelte pedagogiche-didattiche. Un teatro appunto “piegato” alla didattica, più che alla formazione della persona. Proprio perché l’attore è un alunno-studente e non una persona nel senso pieno della parola, scaturisce un limite di linguaggio, anche se a produrlo vengono chiamati a collaborare operatori esterni, come esperti del linguaggio teatrale, per confezionare poi alla fine un prodotto da porre in visibilità amichevole o in concorso o ai genitori (scuola materna) come dimostrazione di avvenuti apprendimenti.
Teatro fatto a scuola
Quando la scuola assume la teatralità (che è linguaggio di tutti e per tutti e con tutti) e lo fa esistere al proprio interno, con o senza l’operatore esterno. Qui possono avvenire le contaminazioni più efficaci verso il mondo della non-scuola, il mondo della formazione della persona e non soltanto il mondo fatto dal rapporto docente-studente.
Qui il problema sta nella consapevolezza di questa assunzione di responsabilità diversa da quella del teatro della scuola (vedi). Il problema lo si può affrontare nel primo palcoscenico (perché la scelta del teatro – un perché declinato con onestà intellettuale ed etica) e nella attuazione piena di un terzo palcoscenico praticato in chiarezza e alla impietosamente. Ciò non accade mai quasi e che fa essere il secondo palcoscenico privo di senso vitale (vedi morte del teatro della scuola).
Silvano Sbarbati